Addio, Takagi Sensei. Lutto nel mondo del Wado

Un altro grande maestro del Wado-ryu è venuto a mancare. Hideho Takagi Sensei, presidente della Commissione Tecnica della Japan Karatedo Federation Wado-kai, è morto dopo aver lottato a lungo contro un brutto male. Aveva da poco compiuto settantasei anni.Hideho Takagi, insieme al già compianto Toru Arakawa (scomparso nel 2015), è stato il massimo punto di riferimento tecnico per la JKF Wadokai, in Giappone e nel mondo, negli ultimi trent’anni. Sempre sorridente e disponibile, pronto allo scherzo e all’ironia, sapeva essere allo stesso tempo molto severo, a cominciare da se stesso. Di lui in Occidente si sa poco, perché non ha mai voluto rilasciare interviste. “Non ho nulla di interessante da dire”, si giustificava con le riviste specializzate che regolarmente tentavano di convincerlo.

I karateka che hanno avuto il privilegio di seguire le sue lezioni giurano che fosse il wadoka più veloce e preciso che abbiano mai visto, implacabile nel kumite e superbo nei kata. In gioventù ha partecipato a una sola competizione internazionale, vincendola. Il motivo per cui non ha gareggiato di più è che Hironori Ohtsuka, il fondatore del Wado, non era mai nella giuria. Tranne che una volta: quella a cui partecipò e vinse.

Hideo Tagaki, Giuseppe CarloniIl maestro Takagi era nato in Manchuria, in China, al tempo dell’occupazione giapponese, il 23 luglio del 1942. Nel 1953 era tornato nella madre patria, con la sua famiglia, stabilendosi a Tokyo, dove nel 1966 iniziò a studiare medicina (specializzandosi poi come dentista) alla Nihon University. Proprio lì conobbe Hironori Ohtsuka, che nella palestra dell’università teneva un corso di karate, e iniziò a praticare, sotto la sua guida, il Wado-ryu.

Bob Nash racconta che Takagi fu il primo a cui Ohtsuka disse di eseguire il passo del Seishan senza prima sbloccare (aprendolo) il piede anteriore, perché aveva capito che quel suo talentuoso allievo aveva introiettato l’essenza del movimento e poteva quindi sbarazzarsi di quel passaggio intermedio.

Giuseppe Carloni, Hideo Takagi, Roberto Danubio, Maurizio ParadisiHideho Takagi, 8° dan JKF Wado-kai e già membro del comitato direttivo della federazione di stile, rimase vicino a Ohtsuka fino alla fine, anche se, pochi mesi prima della morte del fondatore, quando il mondo del Wado si spaccò in due, scelse di rimanere nella JKF Wado-kai, di cui divenne in seguito la massima guida tecnica.

“Sento che il mio compito e dovere principale è quello di mantenere il Wadoryu vivo, facendo sì che le tecniche insegnateci da Hironori Ohtuska vengano eseguite correttamente e con efficacia”, confidava ai suoi collaboratori. E quelli che lo hanno conosciuto e che con lui si sono allenati possono testimoniare, ancora una volta, quanto bene ci sia riuscito.

 

 

La forza del Wado

Quando è arrivato il momento di ripartire e abbiamo cominciato il giro dei saluti di commiato, mi sono sorpreso a elargire baci, abbracci e parole di affetto anche alle persone con cui, per tutta la settimana, avevo scambiato (forse) un fugace sguardo o un cortese cenno della testa. Me le trovavo davanti, queste persone, e le sentivo dannatamente familiari nonostante di loro conoscessi a malapena la nazionalità. Sentivo che tra me e loro c’era ormai un legame, un legame vero, di quelli che nascono quando condividi un’esperienza decisiva; una specie di cameratismo spirituale, un’assonanza elettiva che travalica le convenzioni e non necessita d’altro che di se stessa, per sussistere. E così ho compreso un altro aspetto della forza di questa bellissima esperienza che è il Summer Camp Wadokai del maestro Roberto Danubio, di cui ho scritto anche qui e qui.

Il magnifico dojo del Summer Camp di DanubioCi sono cose che si afferrano al volo, altre su cui bisogna tornare più volte, per capirle davvero. Non credo dipenda dalle cose in sé. Dipende da noi. Ogni oggetto che incontriamo, lo conosciamo attraverso il filtro della nostra esperienza, e siccome la nostra esperienza va via via ampliandosi e modificandosi, la stesso oggetto, conosciuto in due momenti diversi della vita, ci appare diverso e diversamente capace di farsi assorbire. Per capire che questo appuntamento annuale, che si svolge sempre nella seconda settimana di luglio a Filzbach, tra le montagne svizzere, sta creando un nuovo senso di comunità tra i praticanti del Wado-ryu di tutta Europa – e che io ne faccio parte – mi ci sono volute tre edizioni.

Secondo lo Statuto del budo, il buon praticante di arti marziali è colui che mantiene una mente aperta e una prospettiva internazionale. La mente aperta serve a trarre profitto dal confronto con gli altri, la prospettiva internazionale a garantire che questo confronto sia il più ampio possibile. Il Wadokai Summer Camp di Roberto Danubio è permeato da questi due elementi. Quest’anno, per esempio, erano presenti wadoka provenienti da Svizzera, Italia, Finlandia, Svezia, Ungheria, Stati Uniti d’America, Grecia, Germania, Inghilterra, Irlanda e Belgio e, in quanto a istruttori internazionali certificati JKF, oltre a Roberto Danubio (che, ricordiamolo, è uno dei pochissimi non-giapponesi ad aver ricevuto il 7° dan nella Japan Karatedo Federation Wadokai), Alessandro Danubio (6° dan JKF Wadokai) ed Eveline Danubio (5° dan JKF Wadokai) c’erano anche Tracy Bob Foster (6° dan JKF Wadokai), Marc Rolli (5° dan JKF Wadokai), Giuseppe Carloni (5° dan JKF Wadokai), Benito Benitez (5° dan JKF Wadokai), Rolf Wirth (5° dan JKF Wadokai) e Daniela Eckerle (4° dan JKF Wadokai). In un contesto così, è praticamente impossibile non fare, ogni volta, qualche progresso.

Roberto Danubio, 7° dan JKF WadokaiMa alcuni progressi hanno bisogno di tempo, per palesarsi. Hanno bisogno che noi, come dicevamo prima, nel frattempo accumuliamo e modifichiamo la nostra esperienza. In ciascuna delle precedenti edizioni a cui ho partecipato mi sono accorto di aver avuto delle piccole, improvvise illuminazioni riguardo a questo o quel principio a me già noto, che però, fino a quel momento, avevo compreso soltanto a livello teorico. (Le arti marziali hanno questa caratteristica: per capire un principio, non basta comprenderlo teoricamente, con la mente e il pensiero, come se fosse un concetto filosofico o matematico. Bisogna che anche il corpo lo comprenda. E si può dire che il corpo lo abbia compreso solo nel momento in cui riesce, intenzionalmente, ad applicarlo). Ma l’illuminazione che ho avuto quest’anno è particolarmente preziosa, perché è il risultato dell’accumulo di anni di frustrazione, incomprensioni e fallimenti.

Sto per dirvi di cosa si tratta, ma vi avverto: rimarrete delusi. Penserete: tutto qui? Sì, tutto qui. Quel che solo quest’anno ho compreso con il corpo, pur avendolo capito molti anni fa con la mente, ha a che fare con la forza del Wado. O meglio, con il fatto che nel Wado non bisogna mai usare la forza, perché meno forza muscolare usi, più potenza riesci a generare. Si tratta di qualcosa che mi è stato ripetuto per quasi quarant’anni, e che a mia volta ho ripetuto incessantemente ai miei allievi. Qualcosa che avevo anche sperimentato e applicato nell’esecuzione delle tecniche e che, pertanto, credevo di aver capito. Mi sbagliavo.

Allenamento dei Pinan Kata!È successo proprio l’ultimo giorno, nell’ultima ora di allenamento. Stavamo eseguendo un kata. Le mie gambe e le mie braccia erano esauste e dolenti, le piante dei piedi arse e consumate da una settimana di allenamenti intensissimi, mattina e pomeriggio, senza possibilità di recupero se non nelle (poche) ore di sonno. Sentivo tutta la pesantezza di un corpo che avrebbe scambiato dieci anni di vita per un divano e mi sembrò, improvvisamente, di non potermi più muovere. Allora, una parte di me, ha ceduto. Come se mi avesse mandato al diavolo. Come se avesse mandato al diavolo tutto e tutti. E il corpo ha iniziato, d’un tratto, a volare. Fluiva leggero, senza più fatica, rapido e cristallino, facendo schioccare il mio dogi come non gli era ancora riuscito nei sei giorni precedenti. Era come se avesse smesso di cercare di applicare i principî del Wado (mudana dosa, fluidità, rilassatezza) e fosse diventato esso stesso quei principî. Un minuto di pura felicità.

Non so se questa illuminazione sarà permamente. Probabilmente no. Sento che la strada è ancora lunga. Ma non è questo che conta. Quel che conta è che ogni volta che torno dal Summer Camp di Roberto Danubio, torno arricchito, ispirato e ho sempre un buon motivo per tornarci l’anno venturo. Per continuare a coltivare questo sentimento di comunità che tanto mi sta diventando caro. E per comprendere, ogni volta, un nuovo aspetto della forza del Wado.

 

PS: Non perdete il seminario per istruttori del maestro Roberto Danubio a Roma!

 

 

Wado Waza Special Class!

Venerdì 6 luglio, dalle ore 18.00 alle 19.00 si è svolta la prima Wado Waza Special Class, un allenamento speciale – gratuito e aperto a tutti – per inaugurare la collaborazione tra Wado Waza Karate e il centro sportivo Life Sport Wellness.

Infatti, dalla stagione sportiva 2018/2019, la Life diventa la nostra nuova casa. Già dal mese di luglio Wado Waza ha avviato il corso di Avviamento al karate tradizionale Wado-ryu per i bambini iscritti al Centro Estivo della Life Sport Wellness, ogni martedì e giovedì dalle ore 9.00 alle 10.00 del mattino, mentre dal 4 settembre 2018 tutti i corsi, incluso quello serale per gli adulti, ricominciano regolarmente nel pomeriggio, sempre di martedì e giovedì, come indicato sul nostro sito web, nella pagina dell’orario.

L’allenamento della Special Class era aperto a tutti, adulti e bambini da 6 anni in su. Hanno partecipato più di venti atleti, tra grandi e piccini, ai quali si sono aggiunti tre bambini che hanno provato il karate per la prima volta.

Prima dell’allenamento c’è stato un piccolo rinfresco di benvenuto offerto dalla Life Sport Wellness. Adesso non resta che andare in vacanza e rivedersi, belli carichi, a settembre. Vi aspettiamo!


Il centro sportivo

Il centro sportivo Life Sport Wellness è dotato di una piscina di 25 metri con impianto di depurazione ad ozono, un’ampia sala pesi con le più moderne attrezzature, diverse zone fitness e tre ampie sale attrezzate e insonorizzate per i corsi. Tra le attività proposte dalla Life Sport Wellness, oltre al karate, troviamo vari corsi di nuoto, acqua-gym & acqua-step, body building, omnia, fitness, cardiofitness, pilates, triathlon, danza moderna e l’innovativo Gympx – Posture Corrette.

Il corso di karate per bambini e ragazzi fino a 13 anni d’età si svolge nella Sala Blue (circa 75 mq) mentre l’allenamento serale per gli adulti e i ragazzi (da 14 anni in su) si tiene nella Sala Green (che supera i 100 mq). Entrambi le sale hanno ampi specchi alle pareti e sono pavimentate con parquet di qualità.

La struttura è moderna, pulita e dotata di una confortevole zona riservata all’accoglienza, adiacente a un piccolo bar interno, con tv, divanetti e area relax per gli accompagnatori. Per i componenti dello stesso nucleo familiare sono previsti sconti e agevolazioni su tutte le attività offerte dal centro, e tra i tanti servizi proposti c’è anche un piccolo centro estetico.

 

Da uno specialista per gli specialisti: il nuovo seminario di Roberto Danubio per soli istruttori

Insegnare e allenarsi non sono la stessa cosa. Ciò nonostante, di solito i seminari di karate sono rivolti indistintamente sia agli istruttori sia ai semplici praticanti. Non c’è nulla di sbagliato in questo, chiariamolo subito. Mettere assieme persone con diverse capacità e ruoli differenti consente di confrontarsi e condividere dubbi e certezze, favorendo una più rapida crescita in chi di solito è allievo e una maggiore consapevolezza di chi di solito insegna. Ma proviamo a pensare, per un attimo, a un seminario dedicato esclusivamente agli istruttori, uno stage progettato da uno specialista per degli specialisti, da un allenatore per altri allenatori che, come lui, condividono il compito dell’insegnamento del karate e della trasmissione della propria conoscenza ed esperienza. Non sarebbe desiderabile? Non sarebbe utile?

Roberto Danubio sensei, 7th dan JKF Wadokai, deve aver pensato di sì. Perciò ha progettato una full-immersion di tre giorni fatta su misura per gli insegnanti di karate. E dopo averla frequentata posso assicurarvi che aveva ragione.

Il Seminario Internazionale di Wado-Kai Karate per Istruttori, tenuto da Danubio, si è svolto a Dublino, dal 29 settembre al 1 ottobre, ed è stato uno splendido weekend all’insegna del karate, dell’amicizia e della convivialità. Ma cominciamo dall’inizio.

Sono atterrato a Dublino venerdì 29, insieme ad altri sei amici e colleghi della WKSI – Wadokai Karatedo Shin-Gi-Tai Italia, il branch italiano della Japan Karate-do Federation Wado-Kai, per scoprire subito che l’hotel in cui ci avevano sistemati era, semplicemente, magnifico: un enorme Country Club immerso nel verde della campagna irlandese, a venti minuti dal centro della città. Wow. Ed è stato piacevole scoprire che anche tutti gli altri partecipanti al seminario erano sistemati lì. Ne conoscevamo già diversi, ma è stato bello incontrare tanti nuovi amici di karate provenienti da ogni parte d’Europa. In ogni caso, abbiamo avuto appena il tempo di appoggiare la valigia nella stanza e di indossare rapidamente il karategi prima che il seminario cominciasse.

Eravamo ospiti del dojo di Jimmy Harte, istruttore della JKF Wado-Kai e persona di rara premura e gentilezza. Sul tatami c’erano istruttori provenienti da Austria, Belgio, Gran Bretagna, Finlandia, Italia, Svezia, Svizzera e, ovviamente, Irlanda. Dipendesse dal karate, l’Europa sarebbe già unita, senza il bisogno di trattati e monete. Probabilmente non solo l’Europa, ma il mondo intero.

Come al solito, gli allenamenti di Roberto Danubio sensei si rivelano rudi ma allo stesso tempo limpidi e puri, sfiancanti ma in qualche modo rigeneranti. E, come al solito, ogni allenamento comincia dalle basi: ovvero i kihon. Sembra che nell’idea di karate del maestro Danubio i kihon siano ben lontani dall’essere considerati roba per principianti. Una buona traduzione di kihon potrebbe essere “fondamentali”, ma in Occidente viene reso spesso con le espressioni (forse fuorvianti) di “esercizi di base” o “esercizi elementari”. Qualcuno potrebbe pensare che, visto che sono cose elementari, allora vanno bene per i principianti e le cinture inferiori ma non sono degne dell’attenzione di una cintura nera di una certa esperienza. Danubio ci ha chiaramente fatto capire che questo atteggiamento è sbagliato, punto. “I kihon sono le fondamenta dell’edificio del karate”, ci ha detto. “Se sono buone e forti, allora l’edificio sarà stabile e potrà essere costruito alto. Altrimenti, collasserà sul suo stesso peso, prima o poi”. Questa non è una prerogativa del karate: anche i professionisti dell’NBA praticano  dribbling, passaggi, tiri liberi e tiri al volo durante ogni seduta di allenamento. Quelli sono i loro fondamentali, e li praticano costantemente per mantenere e migliorare le qualità tecniche, ben più complesse, necessarie in una partita di basket. Pertanto, abbiamo passato un bel po’ di tempo allenando il sonoba tsuki, il sonoba keri e il sonoba uke, concentrandoci su hikite, hikiashi, rotazione delle anche, flessione delle ginocchia, retroflessione del bacino ed equilibrio. Ed è stato davvero sorprendente, per me, realizzare quante delle cose che davo per scontate, invece, non lo sono affatto.

Seguendo la stessa impostazione, Danubio sensei ha insistito molto sugli Ido Kihon del programma Wado-Kai (junzuki, gyakutsuki, kette junzuki, kette gyakuzuki, junzuki no tsukkomi, Gyakuzuki no tsukkomi, kette junzuki no tsukkomi, kette gyakutsuky no tsukkomi, tobikomi tsuki, nagashi tsuki) e sui Kata Pinan. Ovviamente, nel corso dei tre giorni, abbiamo praticato anche qualche kata superiore, ma il focus è sempre rimasto sui fondamentali e sui Kata Pinan. E al riguardo qualche parola voglio spenderla.

Molte delle cinture nere che conosco sono alla costante ricerca di nuove tecniche da imparare e, di solito, si mostrano interessate alla pratica dei soli kata superiori. Non sto criticando questa attitudine né intendo dire che sia sbagliata: è giusto che ciascuno pratichi quel che preferisce, come preferisce. Ma pensiamo un attimo a qual è il compito di un maestro di karate e a quali sono le cose che deve insegnare ai suoi allievi per far sì che diventino dei solidi karateka. Pensiamo da cosa dipende la qualità dell’edificio del karate dei suoi studenti. E inevitabilmente saremo costretti ad ammettere che un seminario dedicato ai soli istruttori, paradossalmente, dovrebbe occuparsi soprattutto dei fondamentali.

Ma progettando questo seminario il maestro Danubio non si è limitato a questo. Infatti, lo ha impostato come un’opportunità di confronto e condivisione, coinvolgendo attivamente i partecipanti. Tutti noi, a turno, siamo stati chiamati ad esprimere il nostro punto di vista su una tecnica, una spiegazione, un’interpretazione e così via. Fatto che ha reso il seminario ancora più interessante e coinvolgente.

“Se praticate da venti o trent’anni e non siete maestri, be’, allora nel vostro karate c’è qualcosa che non va”, ci ha detto Danubio durante una pausa. “Avere degli allievi è importante, perché è la nostra opportunità di restituire quello che a suo tempo abbiamo ricevuto dai nostri maestri. È la nostra occasione per contribuire alla tradizione. Perché tradizione non significa diventare una copia del nostro maestro. Tradizione è camminare sul sentiero, ma anche proseguire sul sentiero, andare più avanti. Questo è il nostro dovere. Ed è importante farlo attraverso la pratica e i fatti, non solo a parole. È così che funziona, il Budo”.

Quando sono ripartito, alla fine del terzo giorno, ero carico di tanta roba nuova (e fortunatamente non era roba che necessitasse di un’ulteriore valigia). Mi sono portato a casa nuova consapevolezza, nuove conoscenze, nuove interpretazioni, nuove applicazioni, nuovi esercizi. Ma soprattutto, nuovo desiderio. Desiderio di tornare allo studio, alla pratica, allo spirito del Budo. Desiderio di tornare dai miei allievi e condividere tutto questo con loro.

Grazie, Danubio sensei. Davvero un buon lavoro, come al solito. Ci vediamo al prossimo seminario.

 

La delegazione italiana al Seminario Internazionale di Wado-Kai Karate per soli Istruttori con Roberto Danubio sensei, 7° dan JKF Wadokai – Dublino, 29 settembre – 1 ottobre 2017

Wado Summercamp di Danubio: il sentiero del Budo

Di solito pensiamo a un sentiero o a una strada come a qualcosa di utile a portarci da una parte a un’altra. Quando devi andare in qualche posto cominci a camminare sulla via per raggiungerlo e quando ci arrivi, semplicemente, smetti di camminare. Molto semplice. Molto logico. Ma ho imparato che quando parliamo della via del karate, quando parliamo della parola giapponese “Do”, l’idea comune di strada rischia davvero di portarci fuori strada.

Seiza rei all'inizio dell'allenamento mattutino

L’ho capito partecipando al Wado-Kai Summercamp del 2017, tenuto dal maestro Roberto Danubio, da domenica 9 a venerdì 14 luglio nella località di Filzbach, in Svizzera. Era la mia seconda volta: c’ero già stato nel 2016 e, come potete leggere qui, fu un’autentica rivoluzione per me e per il mio karate. Perciò non pensavo che stavolta sarebbe stato altrettanto scioccante, perché quantomeno sapevo cosa dovevo aspettarmi. Ma, a quanto pare, non si può partecipare a quel seminario di una settimana senza uscirne in qualche modo trasformati. Neanche la seconda volta e, probabilmente, nemmeno le successive.

La cerimonia tradizionale di pulizia del tatami

Eppure il programma del Summercamp è sempre lo stesso: sveglia alle 6:30 per fare colazione tra le 7:00 e le 8:00. Alle 9 in punto dovevamo essere sul tatami per la tradizionale pulizia del pavimento. Non importa quale cintura o grado avessimo: che fossimo imberbi principianti, mature cinture nere o attempati maestri, tutti dovevamo immergere lo straccio nell’acqua con le nude mani, strizzarlo per bene e darci dentro nella pulizia. Sareste sorpresi nel sapere quale senso di pace e soddisfazione si riesce a cavare da questo piccolo gesto di cura per il dojo, per gli altri e per se stessi. Una volta finito il nostro dovere potevamo dedicarci a qualche esercizio di riscaldamento individuale. L’allenamento di karate vero e proprio cominciava alle 9:30. Di solito, la mattina lavoravamo sui kihon e sui kata per un paio d’ore per poi lasciare il tatami e fare una doccia veloce prima del pranzo, visto che veniva servito alle 12:15. Dopodiché, avevamo giusto il tempo di riposare un pochino prima di ricominciare con l’allenamento pomeridiano, tre ore e mezza dedicate principalmente allo studio dei kata e dei kumite. Alle 18:30 facevamo una cena abbondante e da lì in avanti avevamo finalmente l’opportunità di fare quattro chiacchiere in totale relax (e ogni sera si rivelava divertente e interessante, visto che al Summercamp di Danubio partecipano persone provenienti da ogni parte del mondo, come islandesi, finlandesi, statunitensi, tedeschi, italiani e, ovviamente, svizzeri).

Roberto Danubio sensei spiega un kihon kumite

Raccontato così, può sembrare duro ma, in qualche modo, rassicurante nella sua invariabile routine. Ma la verità è che questo schema ha a che fare con la costanza, e la costanza, a pensarci bene, è davvero lontana dall’essere rassicurante. Costanza significa che devi continuare a camminare anche se credi di aver già raggiunto il tuo obiettivo e la tua destinazione. Cosa che può apparire insesata a chiunque pensi che un sentiero sia fatto per portarti da una parte all’altra. E indubbiamente la maggior parte dei sentieri funziona così. Ma non il sentiero del karate. Non il sentiero del Budo.

Avevamo appena terminato un faticoso lavoro sulle forme dei tantodori quando Roberto Danubio cominciò a parlarci. Stava in piedi, al centro del dojo, e ci aveva fatto segno di avvicinarci.

La bellezza e la forza delle donne del Wadokai Summercamp

“Non puoi fare Budo il martedì e il giovedì dalle 18:00 alle 20:00”, ci ha detto. “Se fai Budo, lo fai tutti i tuoi giorni, a tutte le ore. Questo è il vero significato della frase: il karate è un viaggio che dura tutta la vita. Non significa soltanto che devi allenarti ogni settimana per tutta la vita. Significa che se vuoi davvero camminare sul sentiero devi abbracciarlo, incarnarlo e percorrerlo per tutto il tempo della tua vita, e tutto il tempo della tua vita significa ogni singolo minuto”.

Non so per quale motivo abbia voluto dirci queste parole. Forse è preoccupato per l’attuale situazione del karate tradizionale o forse aveva notato in noi, o in qualcuno di noi, qualche segno di inconsistenza marziale e spirituale, oltre che tecnica. Ma qualunque fosse la ragione, queste parole mi hanno fatto riflettere.

Io e la bellissima famiglia Danubio

Spesso penso al mio percorso nel karate come a una serie di obiettivi, cose da spuntare sulla mia check-list. Avanzamenti di grado, diplomi, qualifiche tecniche, seminari, corsi di aggiornamento, nuove tecniche, nuovi kata, nuove gare e competizioni. Somigliano tutte a destinazioni e ciascuna di esse è una specie di posto dove andare. A vederla così, il viaggio nel karate finisce per ridursi a una specie di gita turistica. Scattarsi un selfie dalla Torre Eiffel: fatto. Gettare una monetina nella Fontana di Trevi: fatto. Fare snorkeling nel Mar Rosso: fatto. Roba che fai una volta o al massimo due in tutta una vita. Allo stesso modo, potresti pensare: “Primo dan: raggiunto. Cosa c’è dopo?” oppure “Summercamp Wadokai in Svizzera: ci ho già partecipato. Che si fa, poi?”. La risposta che Danubio indirettamente mi ha suggerito è la seguente: “Dopo c’è la stessa cosa. Dopo si fa che devi continuare a camminare sul sentiero. Continuare a studiare per il primo dan anche se hai già raggiunto il quinto. Continuare a partecipare ai seminari a cui hai già partecipato. Il vero obiettivo è percorrere costantemente il sentiero. Gli altri obiettivi sono solo apparenti”.

La veduta da una delle stanze in cui eravamo sistemati

Questa è stata la mia semplice intuizione. A voi potrà pure sembrare banale, ma per me è stata sconcertante. Ogni volta che vado al Karate Summercamp di Roberto Danubio ne ritorno cambiato. Torno a casa con un karate migliore di quello con cui sono partito – su questo non c’è dubbio – ma anche con un’attitudine più forte e con una più ampia consapevolezza. Certo, ci siamo allenati un sacco e ho imparato o migliorato dozzine di tecniche come i tantodori, i kumitegata, esercizi di coppia, variazioni e nuovi dettagli nei kata e nei kihon kimite. Ma non posso spuntare nessuna di queste cose dalla mia check-list. Non posso dire “fatta” ma soltanto “la sto facendo”, non l’ho imparata” ma la sto imparando”. E spero di non smettere mai di poter dire che le sto facendo e imparando.

Non so cosa ne pensiate voi, ma il prossimo anno io sarò di nuovo al Summercamp di Roberto Danubio in Svizzera. E non vedo l’ora di incontrarvi tutti là. Credetemi: non ve ne pentirete.

E il Summercamp del 2018 è già in preparazione!

 

Il Karate è ancora un’arte marziale?

Capita sempre più spesso di conoscere praticanti di Karate, anche di grado elevato, che non hanno alcuna dimestichezza con l’arte del combattimento. E non mi riferisco soltanto al curioso fenomeno della “separazione delle carriere” tra chi, pur definendosi un karateka, sceglie di specializzarsi soltanto nei Kata o nel Kumite. A volte perfino chi pratica esclusivamente il kumite, messo di fronte a una situazione di conflitto reale, mostra di non avere la preparazione sufficiente per gestire la situazione. Questo stato di cose, secondo alcuni, è l’inevitabile conseguenza dell’evoluzione sportiva del Karate: combattere per fare punti, infatti, è tutt’altra cosa dal combattere per neutralizzare un avversario o un aggressore. Io, però, non ne sono persuaso. Il fatto che la boxe, assai prima del Karate, sia diventata uno sport ordinato e codificato non impedisce a un buon pugile di essere dannatamente efficace nelle situazioni reali. Per come la vedo io,  il problema del Karate non è la sportivizzazione ma la sua progressiva demarzializzazione.

Otsuka-2Provate a cercare un maestro disposto a sostenere che il Karate non è un’arte marziale: non ne troverete uno. Poi provate a verificare in quanti dojo di Karate si pratica il Budo e si impone, agli allievi, la scomoda via dell’arte guerriera (perché, vale forse la pena ricordarlo, questo significa marziale). E scoprirete, probabilmente, che i conti non tornano.

Quando ho inziato a praticare il Karate, nel 1979, i combattimenti erano all’ordine del giorno. E non sto parlando di kumite sportivi in guantini rossi e blu. Parlo del combattimento libero, il Juyu-kumite, quello senza regole o limitazioni se non quelle dettate dallo scopo stesso del combattimento (cioè l’allenamento tra compagni di corso, non la sopravvivenza). Erano anni in cui, per quante accortezze adoperassimo per eliminare o minimizzare il contatto, i karategi si macchiavano di sangue con una certa frequenza. Nessuno lo percepiva come un attribuito di violenza da affibbiare al Karate. Era un fatto connesso alla natura stessa dell’arte marziale. Era, semplicemente, una cosa normale.

Ma adesso non più. Non c’è dubbio che il mondo sia cambiato. Trentacinque anni fa, quand’ero bambino, tornare a casa con un naso sanguinante, un occhio pesto o un labbro spaccato era una cosa, se non proprio ordinaria, certamente non così straordinaria, accolta da mamma e papà con amorevoli cure (acqua fresca, ovatta, acqua ossigenata) ma anche con divertito dileggio. Oggi diverrebbe subito un affare di stato. Eppure, continuare a sostenere a parole che il Karate è un’arte marziale rinunciando a impostarne l’insegnamento in un modo coerente e conseguente, a me non sembra un’operazione onesta. Del resto, se mi iscrivo a un corso di boxe metto in conto di prendere qualche pugno sul naso. Se mi iscrivo a Judo metto in conto di essere strattonato e scaraventato a terra. Perché, se invece mi iscrivo a Karate, faccio tanta fatica a mettere in conto qualcosa?

karate1Credo che questa demarzializzazione (e la conseguente astrazione delle tecniche, sempre meno realistiche ed efficaci) sia la causa principale del relativo clima di disinteresse che, da qualche anno, sembra circondare il Karate. Chi vuole avvicinarsi allo studio di un’arte marziale, non trovando quasi più nulla di autenticamente marziale nei dojo, volge lo sguardo alle palestre, dove vede praticare gli sport da combattimento e le discipline di difesa personale. Che, non saranno marziali, ma ai loro occhi insegnano a combattere e a difendersi. In quei contesti ci si confronta con situazioni concrete, reali, dinamiche e conflittuali. I pugni che arrivano sono pugni tirati per colpire, così come i calci; le prese sono fatte per atterrare e proiettare, e chi le subisce cerca di contrastarle, non di assecondarle come accade in certi dojo.

È un vero peccato non poter offrire alle persone potenzialmente interessate al Karate l’immagine di un’autentica arte marziale. Perché l’arte marziale comprende un bagaglio filosofico, spirituale e tecnico che va al di là di qualsiasi sport da combattimento, di qualsiasi corso di difesa personale. Un bagaglio che – e questo è il paradosso – rende il Karate una disciplina non-violenta e assai più sicura, da praticare, delle altre.

Il Karate giapponese si iscrive nel solco del Budo e ne raccoglie appieno l’antica tradizione. Una tradizione che può essere efficacemente sintetizzata da questo motto: “La spada davvero buona è quella che rimane nel suo fodero”. Ma non è buona a nulla se non sappiamo adoperarla.

“Che la pace sia la vera essenza dell’addestramento di un guerriero”, scriveva Hironori Otsuka nel suo libro sul Wado-ryu, “è un fatto che resterà per sempre immutabile. Ma il modo in cui questo fatto si manifesta varia col variare dei secoli. Le arti marziali devono tener conto di questo progresso e porsi, come primo obiettivo, lo sviluppo di esseri umani dotati di grandi abilità intellettuali, capaci di controllare le proprie emozioni, la propria mente, il proprio corpo”. Non vi sembra un obiettivo degno di essere perseguito? Ma per raggiungerlo bisogna percorrere la via del Karate-do, la via del Budo, la via dell’arte marziale. Ed è necessario che sia una via di fatti e azioni, non solo di parole.

Wadokai Summercamp Revolution

Pranzavamo di fronte a una vetrata immensa. Abbracciava tutto l’orizzonte e lo sguardo, tuo malgrado, ti si tuffava in picchiata, giù, verso il crepaccio del lago, per poi risalire repentino come un falco, solcando il ripido pendio delle montagne protese verso il cielo. Il Maestro Danubio mi sedeva di fronte e mi parlava del Budo.

La veduta dalla sala mensa del Kerenzerberg Sportzentrum
La veduta dalla sala mensa del Kerenzerberg Sportzentrum

“Il mio maestro, Shingo Ohgami, è una persona umile e modesta. Ha settantacinque anni. È uno dei più famosi maestri di Karate al mondo, ma può dormire ogni notte in un cantuccio a terra senza batter ciglio e vivere con così poco che è quasi un nulla. La prima volta che partecipai al suo Summercamp in Svezia illustrò subito alcune regole di base. Ce n’era una anche per la mensa: tutto quello che mettevi nel piatto dovevi finirlo. Visto che ognuno si serve da solo e ciascuno sa di cosa necessita, la questione si riduce a una semplice questione di misura e responsabilità. Potevi riempirti il piatto quante volte volevi, se era ciò di cui avevi bisogno. Ma niente sprechi. Una donna e suo figlio si ostinarono a lasciare vistosi avanzi, nonostante diversi, cortesi richiami. Il maestro finì per accompagnarli alla porta. È una questione di rispetto per chi al mondo, suo malgrado, non ha di cosa riempire il piatto, ci spiegò. Anche questo è Budo”. Io rimasi un po’ in silenzio, a pensarci su. A pensare a quante volte, ogni giorno, manco di rispetto e difetto di responsabilità. Il Summercamp della Swiss JKF of Wadokai è cominciato così. E ho subito capito che dopo quella settimana niente, per me, sarebbe stato più lo stesso.

Roberto Danubio sensei, 7° dan Japan Karate Federation of Wadokai, non è poi tanto diverso dal suo maestro. Anche lui, allo stesso modo di Ohgami, è un curioso composto di umiltà, disponibilità e severità quasi brutale. L’avevo già incontrato in altre tre occasioni, in altrettanti seminari a Roma. La prima volta, poco più di un anno fa, l’impatto con il suo Karate e col suo approccio al Wado-ryu e alle arti marziali mi entusiasmò e, allo stesso tempo, m’inquietò.

Kihon Kumite
Il M° Danubio mostra il Kihon Kumite Hachihonme con l’aiuto del M° Benitez

L’entusiasmo fu istantaneo e cocente, come un innamoramento. Il suo Karate è qualcosa di vero, solido, concreto e allo stesso tempo profondamente ideale, a tratti spirituale. Nulla viene lasciato al caso o all’arbitrarietà. Nelle sue spiegazioni non c’è traccia di accomodamento né di trascuratezza. Nessuna negligenza, nessuna concessione al conformismo, al cieco ossequio o semplicemente alla pigrizia. Che Danubio sia un uomo dotato di capacità di osservazione, pensiero speculativo e immaginazione non comuni appare un fatto autoevidente. E, per come la penso io, questo fa di lui il tipo di maestro per cui il termine non sarà mai abusato.

L’inquietudine, invece, è arrivata a poco a poco, insieme alla crescente consapevolezza di quanto e quale lavoro ero chiamato a fare su me stesso se volevo aspirare ad apprendere la qualità del Wado-ryu che Danubio mi stava facendo scoprire. Ma quell’inquietudine non era ancora niente in confronto allo sgomento che, in agguato come un lupo famelico, mi aspettava al Kerenzenberg Sportzentrum di Filzbach, Svizzera, in un freddo (7° centigradi) mese di luglio.

Rickarate-13
La sala degli allenamenti, con l’incredibile vetrata sui mondi svizzeri

Il Summercamp del maestro Danubio funziona così: tre sessioni di allenamento, dalle 9.30 del mattino fino alle 17.30 del pomeriggio, in cui pratichi un Wado-ryu di altissimo livello tecnico e marziale a ritmi capaci di farti vedere più volte al giorno un tunnel di luce contornato da serafini e cherubini svolazzanti che al suono di una lira celestiale chiamano il tuo nome e – se non cedi alle chiamate del Cielo – il giorno dopo ricominci allo stesso modo, e vai avanti così, per sei giorni. La sera del primo giorno pensi che non puoi arrivare vivo alla fine della settimana. La sera del sesto, che non puoi più vivere senza allenarti così. Una figata pazzesca.

Eppure, d’un tratto, e del tutto inatteso, per me è giunto lo sgomento. Ora dopo ora, giorno dopo giorno, mi rendevo sempre più conto di quanto fosse friabile il terreno su cui, negli ultimi trent’anni, avevo edificato il mio edificio del Wado. Orfano di Toyama, come (quasi) tutti i wadoka italiani dal 1987 in poi, anch’io come (quasi) tutti avevo finito per deragliare dai binari originari, risolvendomi, anche se con continui mal di pancia, a praticare un Wado snaturato, spogliato di ogni suo principio e ridotto a pura forma senza contenuto.

Il M° Danubio spiega un kumitegata insieme al M° Mark Dahl
Il M° Danubio spiega un kumitegata insieme al M° Mark Dahl

Non più Ido Kihon, ma passeggiate sul tatami; non più Kata, ma coreografie goniometriche; non più Kihon Kumite, ma saltelli sul posto con guantini rossi e blu. Alla fine del terzo giorno un dolore profondo, lacerante, mi ha colto nottetempo costringendomi ad alzarmi e giudicarmi. Ero immancabilmente colpevole. Colpevole di pigrizia (soprattutto mentale), arrendevolezza (allo status quo) e negligenza (verso me stesso). Subito dopo aver ascoltato la sentenza che io stesso avevo pronunciato, in un brutto, bruttissimo quarto d’ora, decisi, pronunciai e ascoltai la mia condanna. Ed era una condanna a morte.

Quella pigrizia, quell’arrendevolezza, quella negligenza dovevano morire giustiziate. Nessuna clemenza, nessuna grazia sarebbe stata più possibile. Affinché il mio Wado potesse tornare a vivere, quelle tre scellerate dovevano andare incontro al loro destino. Il destino che, grazie a questa magnifica esperienza, senza rimpianto, in una notte di dolori addominali – senza sonno ma anche senza stanchezza – finalmente avevo scelto per loro. Che poi, come ogni possibile “loro” – e come insegna la filosofia zen – non erano altro che parti di me. Così, la mattina successiva, con quel che di me restava intatto (o quasi), ancora dolorante, ho ripreso le sessioni di allenamento. E ogni sgomento, ogni inquietudine erano scomparsi. Fisicamente stavo ancora male, è vero. Ma ero sereno, entusiasta, eccitato come al primo giorno di scuola. Perché in fondo non è anche questo il Budo? Apprendere sempre, e dopo aver appreso, apprendere ancora?

Hachijidachi Shizentai: il rettangolo del tanden

La seconda parola giapponese che ho imparato è stata yoi, il comando con cui il sensei ci faceva assumere la posizione di hachijidachi shizentai. Yoi, nel mondo del Karate, viene di solito tradotto con l’esortazione pronto (il giapponese non distingue tra singolare e plurale), ma in realtà significa buono, piacevole. È possibile che si alluda sia al fatto che hachijidachi shizentai è una buona posizione per prepararsi all’esecuzione delle tecniche (ovvero ci rende pronti a cominciare), sia alla sua piacevolezza, ovvero comodità. Hachijidachi shizentai, infatti, letteralmente significa posizione dei piedi (dachi) a forma di otto (hachi in giapponese indica il numero otto e si scrive così: ) con una postura del corpo (tai) naturale (shizen).

Nel Wado-ryu questa posizione è rigorosamente codificata e presenta alcune differenze rispetto ad altri stili di Karate. Il soke Hironori Otsuka, infatti, interpretò alla lettera il nome della posizione, ridefinendola dopo il suo incontro con Motobu Choki, e la rese coerente con la filosofia base del Wado-ryu (che condivide col Judo) espressa dal motto sei ryoku zen yo (massimo risultato, minimo sforzo).

Shizentai - A: Larghezza delle spalle; B: Lunghezza del piede; C: Tanden; D: Baricentro
Fig. 1 – Hachijidachi shizentai. A: Larghezza delle spalle; B: Lunghezza del piede; C: Tanden; D: Baricentro

Diamo un’occhiata alla Fig. 1 qui a lato. In hachijidachi shizentai l’intero corpo è configurato allo stesso modo di musubidachi, con la differenza che le gambe non sono unite ma divaricate, i pugni sono chiusi (ma non serrati) e le piante dei piedi tendono ad avere una posizione più frontale (con le punte comunque rivolte verso l’esterno). La distanza interna, tra un tallone e l’altro, deve corrispondere alla lunghezza del piede. In questo modo, la larghezza esterna, tende a esprimere quella delle spalle. Il corpo risulta così inscritto in un immaginario rettangolo il cui centro corrisponderà al nostro tanden. Il tanden, nella tradizione marziale giapponese, cinese e okiwanense, è il punto dell’addome dove risiedono l’energia ki (o chi) e il nostro centro di gravità e da cui si origina il kime (e quindi anche il kiai). Il tanden, se la cintura è allacciata nel modo tradizionale (attorno alle anche e non intorno alla vita), è esattamente dietro al nodo. Molti maestri, per mostrare il modo corretto di avanzare durante una tecnica (per esempio, junzuki), afferrano l’allievo per il nodo e lo trascinano in avanti: il motivo è che, come mostrato dalla Fig. 1, nel tanden risiede il nostro centro di gravità. Muovendo il tanden, tutto il peso e l’energia (ki) del nostro corpo avanzeranno con noi. E la tecnica sarà efficace. La posizione di hachijidachi shizentai è pensata per sorreggere il tanden mettendolo al centro del nostro corpo per farlo corrispondere perfettamente al baricentro. Ci aiuta a focalizzare l’attenzione su di esso, accrescendone l’energia. Ma per accrescere l’anergia, prima di tutto, è necessario non disperderla.

La posizione dei piedi è Hachiji dachi, ma la postura generale non è Shizentai
Fig. 2. La posizione dei piedi è hachijidachi, ma la postura generale non è shizentai

Eccoci quindi tornati al concetto di sei ryoku zen yo. Non basta assumere la posizione di hachijidachi. È necessario che la postura generale sia shizentai, ovvero quella che minimizza il consumo energetico. Guardiamo la Fig. 2. Le due foto mostrano la posizione hachijidachi di un karateka di un altro stile. La posizione della gambe e dei piedi è in effetti hachijidachi, ma la posizione delle braccia è tutt’altro che naturale (shizen), costringendo a contrazioni muscolari che ostacolano quella rilassatezza che sempre deve precedere, nel Wado-ryu, l’esecuzione di una tecnica (fino all’attimo della sua conclusione: di solito in momento dell’impatto di un colpo o di una parata). Attenzione. Non sto dicendo che la posizione illustrata nella Fig. 2 sia necessariamente sbagliata o inefficace. Dico che non corrisponde alla filosofia del Wado-ryu. Probabilmente, nell’intenzione dei fondatori degli altri stili, la posizione delle braccia in avanti intende favorire in un modo diverso la focalizzazione del ki. I pugni, se ci fate caso, restano sospesi davanti al corpo all’altezza del tanden, come a sorreggere l’invisibile braciere in cui, da lì, viene riversato il ki (energia vitale, energia gravitazionale, energia cinetica etc.). In una filosofia che privilegia la coltivazione del ki attraverso la contrazione muscolare (come il Goju-ryu e, in parte, Shotokan e Shito-ryu), va benissimo. Ma il Wado-ryu, che è uno stile morbido, aspira all’armonia e all’equilibrio tra naturalezza, ki e kime. Anzi: all’espressione del ki attraverso la naturalezza. Nel Wado-ryu, in hachijidachi, il corpo e le braccia sono completamente shizentai, tant’è che nei dojo, di solito, si omette il primo termine a favore del secondo.

Un’ultima considerazione. Il maestro Roberto Danubio ripete spesso che ai nostri avversari non dobbiamo concedere inutili vantaggi. Avanzare le braccia prima dell’inizio del combattimento, diminuisce inutilmente la distanza tra noi e l’avversario in una posizione che non è di guardia (kamae). Il questo modo l’avversario può più agevolmente colpirci alle braccia o afferrarle per eseguire una tecnica di sbilanciamento o proiezione. Sono anche questi piccoli dettagli che mi fanno amare così tanto quest’arte marziale.

Musubidachi, ovvero l’attenzione

Di solito, la prima parola giapponese che si impara, quando si inizia un corso di Karate, è musubidachi. Questo perché ogni lezione di Karate, dopo il riscaldamento, comincia con il saluto. E per fare il saluto, in piedi o sulle ginocchia, è necessario partire dalla posizione di musubidachi. Musubi è un verbo che indica l’atto di unire, mentre dachi vuol dire posizione. Pertanto una traduzione potrebbe essere posizione unita o, per quanto meno elegante, posizione dell’unire. Nella mentalità orientale, dove non esiste una vera separazione tra corpo e spirito, questo gesto non descrive solo il fatto che si accostanto le gambe e i piedi, ma che ci si predispone all’unione col maestro, con la disciplina, con se stessi (e quindi con l’universo). Pertanto molti (per esempio il maestro Shingo Ohgami) traducono musubidachi con posizione dell’attenzione (attention stance).

La posizione sembra facile facile. Basta stare in piedi col busto eretto e unire le gambe facendo toccare i talloni, fino a formare una specie di V con i piedi. Per chi ha fatto il militare, è un po’ come stare sull’attenti (guardacaso anche qui c’entra l’attenzione). Ma osservando con un po’ di attenzione (di nuovo!) ci si accorge che tanto facile non dev’essere. E infatti non lo è. Capita spesso di trovare le gambe tese, il mento sporgente, la testa lievemente inclinata in avanti (o talvolta indietro, col mento in alto), le braccia e le spalle contratte e talvolta disallineate, il collo affossato e le punte dei piedi aperte a casaccio, con una variabilità che oscilla tra un quasi-heisokudachi e la posizione della papera.

Mosubidachi. A: Larghezza del proprio pugno.
Fig. 1 – Musubidachi. A: Larghezza del proprio pugno (ci deve stare comodo).

Nel Wado-ryu il musubidachi è una posizione molto ben codificata. Il maestro Gianni Mosconi (III dan Wado-kai) diceva che si può individuare un buon karateka già dal suo musubidachi: secondo lui è il mattone (anche spirituale) su cui costruire tutte le altre posizioni e tecniche. Cominciava a spiegarlo partendo dal basso. Innanzitutto, diceva, va definita la questione dell’apertura. Molti grandi maestri (Suzuki, Ohgami, Toyama) usano (o usavano) i gradi: in musubidachi, l’angolo formato dalle punte dei piedi dev’essere di circa 50° o 60° (e non 90°, come alcuni altri sostengono). Ma sfortunatamente, come ripete il maestro Paolo Gasbarri,  nei dojo non ci sono mai abbastanza goniometri per tutti. Pertanto, il M° Mosconi proponeva un sistema semplice: l’angolo di apertura dei piedi deve corrispondere alla larghezza del proprio pugno. Basta infilare il pugno tra i propri piedi, all’altezza del koshi (giunzione tra metacarpo e grande falange): dentro, ci deve stare comodo (vedi Fig. 1). In questo modo le punte divergeranno di circa 50-60°, a seconda della nostra costituzione fisica.

Poi vengono le gambe, che non devono mai essere tese, le ginocchia mai bloccate, ma restare impercettibilmente flesse, a sostegno del corpo che, in questo modo, pur fermo, rimane reattivo e pronto al movimento. Le spalle devono essere rilasciate, come le braccia, che cadono naturalmente, per la sola forza di gravità, lungo i fianchi. Anche le mani sono aperte e rilasciate. Per il tronco, il collo e la testa, è necessario un discorso a parte.

Bisogna che un filo immaginario passi all’interno della nostra spina dorsale per uscire dalla sommità della testa, come se fossimo una marionetta. Quel filo è teso a sufficienza da tenerci su, dritti, senza sollevarci da terra. In questo modo, il mento arretra, il collo si allunga (senza sforzare), le vertebre si distendono e si allineano a una a una e il petto esce leggermente in fuori senza che le spalle si contraggano o spingano indietro. Un altro modo per immaginarsela è pensare alla posizione chiamata Sorreggere il cielo con la testa del Tai Chi Qi Gong. In questa posizione si immagina di dover sorreggere il cielo con la propria testa, avendo i piedi ben fermi sulla terra. La posizione che si assume dalle gambe in su, in questo modo, è identica al musubidachi. Per sorreggere il cielo le gambe devono essere un pochino flesse, la schiena e il collo allineati e distesi, il mento arretrato, la testa dritta, anch’essa allineata con collo e spina dorsale.

In questo modo siamo pronti. La nostra attenzione è attivata e stimolata. Il corpo rilassato ma reattivo, ricettivo. E la nostra testa tocca il cielo. Musubidachi. La posizione unita. La posizione dell’unire il cielo e la terra.

Che cos’è il Wado-ryu?

Apparentemente la risposta è facile. Il Wado-ryu è uno stile di Karate creato da un allievo di Gichin Funakoshi, il grande maestro che nei primi anni ’20 del secolo scorso portò la mano chinese al di fuori dei confini di Okinawa, facendola conoscere dapprima al Giappone continentale e, in seguito, al mondo intero. Quell’allievo, che a sua volta era uno dei massimi esperti di arti marziali dell’epoca, si chiamava Hironori Otsuka.

Otsuka iniziò a studiare il Karate con Funakoshi nel 1922, e se ne innamorò. A quel tempo il trentenne Hironori era già uno dei più importanti maestri di Shindo Yoshin-ryu, lo stile più antico della morbida arte giapponese, il Ju-jutsu e, nel giro di poco tempo, oltre che amico, divenne assistente di Gichin. Dodici anni dopo, nel 1934, si separò dal maestro per fondare una scuola in cui poter esprimere la sua personale visione del Karate, dando origine, di fatto, a un nuovo stile. Che chiamò Wado-ryu (和道流). È proprio la scelta di questo nome a suggerirci che rispondere alla domanda Che cos’è il Wado-ryu non è semplice come sembra.

Il termine Wado-ryu si ottiene dall’accostamento di tre ideogrammi (kanji, in giapponese): wa (和), do (道), ryu (流). Quest’ultimo richiama l’idea di flusso (di un fiume), tendenza e viene comunemente tradotto con stile o scuola. Do, invece, significa letteralmente strada, via. Ma è il primo, il kanji 和 (wa), ad essere il più interessante. In occidente, generalmente, nel contesto del Karate, viene tradotto con pace. In questo modo Wado-ryu significherebbe Stile della via della pace. Sfortunatamente pace, in giapponese, si dice heiwa, che è una parola composta da due kanji (平和), nella quale wa (和) contribuisce a formare il concetto senza però esprimerlo di per sé. Invece, uno dei significati di wa è senz’altro armonia. Stile della via dell’armonia, in effetti, suona molto giapponese. Tradizionalmente, in ogni azione, in ogni gesto il giapponese ricerca incessantemente la perfezione, ovvero l’armonia dell’agente con l’agito, del soggetto con l’oggetto. Non a caso, un altro specifico significato di 和 è proprio giapponese. Quindi Wado-ryu vuol dire Stile della via giapponese al Karate. Tantopiù che Otsuka è stato il primo maestro non okinawense a fondare uno stile di Karate.

E invece no. O meglio, non esattamente. Il principale significato di wa, infatti, è somma, unione. Ed è soprattutto a questo significato, per come la vedo io, che pensava il maestro Otsuka quando scelse il nome del nuovo stile. All’unione tra l’arte marziale morbida (e giapponese) di cui era maestro (Ju-jutsu, dove ju significa morbido, cedevole) con la dura e potente arte marziale di Okinawa che aveva appreso da Funakoshi (e, in seguito, da Motobu Choki e Kenwa Mabuni, fondatore dello Shito-Ryu). L’armonia del duro e del morbido, della percussione (atemi) e della schivata (taisabaki), del contrasto e della cedevolezza, del maschile e del femminile, dello Yang e dello Yin.

Per questo c’è chi sostiene che il Wado-ryu non debba più essere considerato soltanto come uno stile di Karate, ma come una specifica arte marziale nata dalla fusione del Karate e del Ju-jutsu; tant’è che oggi, nel nome di alcune associazioni e federazioni di questo stile, la parola Karate nemmeno compare. Dimenticando, però, che il Soke (ovvero fondatore) del Wado, finché è stato in vita, ha sempre continuato a chiamare la sua arte Wado-ryu Karate-do.

Chiunque pensi al Wado-ryu come a un qualcosa di separato dal Karate ne rinnega l’origine, la natura, il senso e la ragion d’essere: rappresentare la via dell’unione. Per consentire a ogni praticante di questa bellissima arte, in una vita di costante apprendimento, di incarnare, finalmente, non più un addendo, ma la somma. Non più una parte, ma l’intero.