La forza del Wado

Quando è arrivato il momento di ripartire e abbiamo cominciato il giro dei saluti di commiato, mi sono sorpreso a elargire baci, abbracci e parole di affetto anche alle persone con cui, per tutta la settimana, avevo scambiato (forse) un fugace sguardo o un cortese cenno della testa. Me le trovavo davanti, queste persone, e le sentivo dannatamente familiari nonostante di loro conoscessi a malapena la nazionalità. Sentivo che tra me e loro c’era ormai un legame, un legame vero, di quelli che nascono quando condividi un’esperienza decisiva; una specie di cameratismo spirituale, un’assonanza elettiva che travalica le convenzioni e non necessita d’altro che di se stessa, per sussistere. E così ho compreso un altro aspetto della forza di questa bellissima esperienza che è il Summer Camp Wadokai del maestro Roberto Danubio, di cui ho scritto anche qui e qui.

Il magnifico dojo del Summer Camp di DanubioCi sono cose che si afferrano al volo, altre su cui bisogna tornare più volte, per capirle davvero. Non credo dipenda dalle cose in sé. Dipende da noi. Ogni oggetto che incontriamo, lo conosciamo attraverso il filtro della nostra esperienza, e siccome la nostra esperienza va via via ampliandosi e modificandosi, la stesso oggetto, conosciuto in due momenti diversi della vita, ci appare diverso e diversamente capace di farsi assorbire. Per capire che questo appuntamento annuale, che si svolge sempre nella seconda settimana di luglio a Filzbach, tra le montagne svizzere, sta creando un nuovo senso di comunità tra i praticanti del Wado-ryu di tutta Europa – e che io ne faccio parte – mi ci sono volute tre edizioni.

Secondo lo Statuto del budo, il buon praticante di arti marziali è colui che mantiene una mente aperta e una prospettiva internazionale. La mente aperta serve a trarre profitto dal confronto con gli altri, la prospettiva internazionale a garantire che questo confronto sia il più ampio possibile. Il Wadokai Summer Camp di Roberto Danubio è permeato da questi due elementi. Quest’anno, per esempio, erano presenti wadoka provenienti da Svizzera, Italia, Finlandia, Svezia, Ungheria, Stati Uniti d’America, Grecia, Germania, Inghilterra, Irlanda e Belgio e, in quanto a istruttori internazionali certificati JKF, oltre a Roberto Danubio (che, ricordiamolo, è uno dei pochissimi non-giapponesi ad aver ricevuto il 7° dan nella Japan Karatedo Federation Wadokai), Alessandro Danubio (6° dan JKF Wadokai) ed Eveline Danubio (5° dan JKF Wadokai) c’erano anche Tracy Bob Foster (6° dan JKF Wadokai), Marc Rolli (5° dan JKF Wadokai), Giuseppe Carloni (5° dan JKF Wadokai), Benito Benitez (5° dan JKF Wadokai), Rolf Wirth (5° dan JKF Wadokai) e Daniela Eckerle (4° dan JKF Wadokai). In un contesto così, è praticamente impossibile non fare, ogni volta, qualche progresso.

Roberto Danubio, 7° dan JKF WadokaiMa alcuni progressi hanno bisogno di tempo, per palesarsi. Hanno bisogno che noi, come dicevamo prima, nel frattempo accumuliamo e modifichiamo la nostra esperienza. In ciascuna delle precedenti edizioni a cui ho partecipato mi sono accorto di aver avuto delle piccole, improvvise illuminazioni riguardo a questo o quel principio a me già noto, che però, fino a quel momento, avevo compreso soltanto a livello teorico. (Le arti marziali hanno questa caratteristica: per capire un principio, non basta comprenderlo teoricamente, con la mente e il pensiero, come se fosse un concetto filosofico o matematico. Bisogna che anche il corpo lo comprenda. E si può dire che il corpo lo abbia compreso solo nel momento in cui riesce, intenzionalmente, ad applicarlo). Ma l’illuminazione che ho avuto quest’anno è particolarmente preziosa, perché è il risultato dell’accumulo di anni di frustrazione, incomprensioni e fallimenti.

Sto per dirvi di cosa si tratta, ma vi avverto: rimarrete delusi. Penserete: tutto qui? Sì, tutto qui. Quel che solo quest’anno ho compreso con il corpo, pur avendolo capito molti anni fa con la mente, ha a che fare con la forza del Wado. O meglio, con il fatto che nel Wado non bisogna mai usare la forza, perché meno forza muscolare usi, più potenza riesci a generare. Si tratta di qualcosa che mi è stato ripetuto per quasi quarant’anni, e che a mia volta ho ripetuto incessantemente ai miei allievi. Qualcosa che avevo anche sperimentato e applicato nell’esecuzione delle tecniche e che, pertanto, credevo di aver capito. Mi sbagliavo.

Allenamento dei Pinan Kata!È successo proprio l’ultimo giorno, nell’ultima ora di allenamento. Stavamo eseguendo un kata. Le mie gambe e le mie braccia erano esauste e dolenti, le piante dei piedi arse e consumate da una settimana di allenamenti intensissimi, mattina e pomeriggio, senza possibilità di recupero se non nelle (poche) ore di sonno. Sentivo tutta la pesantezza di un corpo che avrebbe scambiato dieci anni di vita per un divano e mi sembrò, improvvisamente, di non potermi più muovere. Allora, una parte di me, ha ceduto. Come se mi avesse mandato al diavolo. Come se avesse mandato al diavolo tutto e tutti. E il corpo ha iniziato, d’un tratto, a volare. Fluiva leggero, senza più fatica, rapido e cristallino, facendo schioccare il mio dogi come non gli era ancora riuscito nei sei giorni precedenti. Era come se avesse smesso di cercare di applicare i principî del Wado (mudana dosa, fluidità, rilassatezza) e fosse diventato esso stesso quei principî. Un minuto di pura felicità.

Non so se questa illuminazione sarà permamente. Probabilmente no. Sento che la strada è ancora lunga. Ma non è questo che conta. Quel che conta è che ogni volta che torno dal Summer Camp di Roberto Danubio, torno arricchito, ispirato e ho sempre un buon motivo per tornarci l’anno venturo. Per continuare a coltivare questo sentimento di comunità che tanto mi sta diventando caro. E per comprendere, ogni volta, un nuovo aspetto della forza del Wado.

 

PS: Non perdete il seminario per istruttori del maestro Roberto Danubio a Roma!

 

 

Wado Waza Special Class!

Venerdì 6 luglio, dalle ore 18.00 alle 19.00 si è svolta la prima Wado Waza Special Class, un allenamento speciale – gratuito e aperto a tutti – per inaugurare la collaborazione tra Wado Waza Karate e il centro sportivo Life Sport Wellness.

Infatti, dalla stagione sportiva 2018/2019, la Life diventa la nostra nuova casa. Già dal mese di luglio Wado Waza ha avviato il corso di Avviamento al karate tradizionale Wado-ryu per i bambini iscritti al Centro Estivo della Life Sport Wellness, ogni martedì e giovedì dalle ore 9.00 alle 10.00 del mattino, mentre dal 4 settembre 2018 tutti i corsi, incluso quello serale per gli adulti, ricominciano regolarmente nel pomeriggio, sempre di martedì e giovedì, come indicato sul nostro sito web, nella pagina dell’orario.

L’allenamento della Special Class era aperto a tutti, adulti e bambini da 6 anni in su. Hanno partecipato più di venti atleti, tra grandi e piccini, ai quali si sono aggiunti tre bambini che hanno provato il karate per la prima volta.

Prima dell’allenamento c’è stato un piccolo rinfresco di benvenuto offerto dalla Life Sport Wellness. Adesso non resta che andare in vacanza e rivedersi, belli carichi, a settembre. Vi aspettiamo!


Il centro sportivo

Il centro sportivo Life Sport Wellness è dotato di una piscina di 25 metri con impianto di depurazione ad ozono, un’ampia sala pesi con le più moderne attrezzature, diverse zone fitness e tre ampie sale attrezzate e insonorizzate per i corsi. Tra le attività proposte dalla Life Sport Wellness, oltre al karate, troviamo vari corsi di nuoto, acqua-gym & acqua-step, body building, omnia, fitness, cardiofitness, pilates, triathlon, danza moderna e l’innovativo Gympx – Posture Corrette.

Il corso di karate per bambini e ragazzi fino a 13 anni d’età si svolge nella Sala Blue (circa 75 mq) mentre l’allenamento serale per gli adulti e i ragazzi (da 14 anni in su) si tiene nella Sala Green (che supera i 100 mq). Entrambi le sale hanno ampi specchi alle pareti e sono pavimentate con parquet di qualità.

La struttura è moderna, pulita e dotata di una confortevole zona riservata all’accoglienza, adiacente a un piccolo bar interno, con tv, divanetti e area relax per gli accompagnatori. Per i componenti dello stesso nucleo familiare sono previsti sconti e agevolazioni su tutte le attività offerte dal centro, e tra i tanti servizi proposti c’è anche un piccolo centro estetico.

 

La fedeltà del maestro

Contrariamente al pensiero di molti, non è l’allievo a dovere fedeltà al maestro, ma il maestro all’allievo. Come spiega Taisen Deshimaru nel suo testo sullo Zen e le Arti marziali, l’originario bujutsu (arte della guerra) divenne budo (via delle arti marziali) dopo l’incontro con la filosofia Zen. Con il passaggio da bujutsu a budo le arti marziali cessarono di essere solo metodi di combattimento per diventare un pecorso di crescita fisica, tecnica e spirituale intrisa di valori etici. L’adozione del pensiero e della pratica Zen espanse l’orizzonte dell’arte marziale così tanto da farla coincidere con la vita stessa, che altro non è se non un cammino lungo la via della conoscenza di sé e del mondo. È proprio dalla tradizione zen che ci è giunto questo detto: “Non seguire le orme dei saggi. Cerca ciò che essi cercarono”.

deshimaruQuesto motto non è soltanto un invito rivolto all’allievo, affinché si sforzi di cercare la propria via e percorrere il suo percorso con i propri passi. È anche un invito al maestro, affinché accompagni l’allievo fino al bivio dove la propria strada e quella di lui si separano. Là, proprio in quel bivio, dove i percorsi si dividono, il maestro saprà di aver adempiuto al suo compito, perché lì, dove prima c’era un solo ramo, ne è germogliato un altro, che renderà la chioma dell’albero ancora più fitta e rigogliosa.

Gravare i propri allievi del peso delle proprie insicurezze, chiamando fedeltà quel che invece è aspettativa di possesso, è forse il peggior servigio che un maestro possa rendere a se stesso. E benché sia indubbio che il buon allievo è colui che nutre sentimenti di gratitudine verso il maestro, è altrettanto certo che per essere davvero un buon allievo egli debba necessariamente restare fedele innanzitutto al suo proprosito di apprendere e ricercare, come è stato detto, ciò che i saggi cercavano.

zeneartimarzialiCome tra i primi notò Seneca, in pochi sono felici del proprio destino. Eppure io sono felice del mio, che mi ha concesso il privilegio di incontrare molti maestri. Di ciascuno conservo ricordi colmi di affetto. Alcuni di loro camminano ancora sulla loro via, e quando sono particolarmente fortunato mi capita di incrociarli di nuovo sulla mia. Poi ce ne sono di nuovi, incontrati a ogni bivio successivo, uomini e donne che fanno del loro meglio per accompagnarmi fino alla prossima biforcazione senza gravarmi di nulla.

E a ciascuno di loro resto fedele nel solo modo in cui un allievo può mostrare fedeltà ai suoi maestri: facendo del mio meglio per onorare, incarnare e far vivere quel che da loro mi è stato tramandato, arricchendone, se possibile, il contenuto, facendolo evolvere insieme a me stesso per poterlo a mia volta tramandare lasciando, se ne sarò degno – e con un po’ di fortuna, qualche orma da non seguire. Senza mai rinunciare a mettere in discussione quel che credo di sapere, senza nascondermi la verità su ognuna delle mie mancanze, ricominciando daccapo ogni volta che sarà necessario, anche quando sarò stufo e sentirò di non averne più la forza.

E restando sopratutto fedele ai miei allievi, sapendo che non sono e mai saranno miei, facendo sì che quanto prima comprendano di essere i veri maestri di loro stessi. Perché, come recita un altro detto Zen, si può di certo portare il bue al fiume, ma solo il bue può decidere di bere. Nella speranza che  un giorno possa nascere anche in loro questa sete inestinguibile e la voglia di iniziare a cercare da sé quel che i saggi cercarono.

Karate, Budo e razzismo

Sembra che il primo maestro a portare il Karate in Occidente sia stato l’eroe della guerra sino-giapponese Kentsu Yabu, che iniziò a insegnare agli immigrati giapponesi prima a Los Angeles e poi nelle Hawaii fin dagli anni ’20. “Durante gli anni Venti e Trenta”, scrive John Stevens nel suo libro I maestri del Budo, “gli immigrati giapponesi, sempre più soggetti agli attacchi ingiustificati dei razzisti, erano ben desiderosi di imparare judo e karate”. Fu così che un ex militare di quello che era forse l’esercito più nazionalista del mondo si ritrovò (nella condizione di immigrato) a insegnare ai suoi connazionali (anch’essi immigrati) il modo di difendersi dall’intolleranza nazionalista, razzista e xenofoba di una parte degli abitanti della terra straniera che avevano scelto come loro nuova casa.

Gichin Funakoshi, il grande maestro okinawense che ha diffuso e – di fatto – fondato il Karate moderno, ispirato e consigliato da Jigoro Kano, a sua volta ideatore del Judo, si adoperò per trasformare quella che era stata l’arte di Okinawa in una disciplina universale, facendola aderire al nuovo concetto di Budo elaborato dallo stesso Kano: non più semplice jutsu, che significa tecnica, ma do, che significa via, cammino, stile di vita. Così, inspirato da un celebre racconto zen, cambiò il nome della sua arte, che, da mano cinese, divenne mano vuota. Funakoshi stesso, nel suo libro Karate-do, spiegò il senso di quella decisione: come non si può riempire una tazza già colma, così non si può apprendere il Karate senza prima svuotare la propria mente e le proprie mani (l’ideogramma te, mano in giapponese, simboleggia l’attività, il fare) da egoismo, rabbia, malvagità e disonestà.

Morihei Ueshiba, l’uomo che in un certo senso rese compiuta la trasformazione, avviata da Jigoro Kano, del Bujutsu in Budo, era un fervente studioso della religione filosofica chiamata Omoto-kyo. Secondo questa dottrina, lo scopo dell’uomo retto è quello di trasformare tutte le azioni quotidiane in arte, attraverso una costante ricerca della perfezione formale e interiore guidata da rettitudine, fratellanza e benevolenza. Sosteneva che le molte religioni esistenti provengono da un’unica fonte e che tutte le nazioni del mondo, progressivamente, si riuniranno. Il compito del Budoka e di ogni maestro del Budo è, appunto, favorire questo processo di progressiva ricomposizione tra popoli e culture.

Hironori Otsuka, il creatore del Wado-ryu, nel suo libro sul Karate-do scrive: “Colui che ama veramente se stesso saprà amare anche gli altri. Se nella società non esiste la felicità per tutti non esisterà nemmeno per il singolo individuo. Le capacità, elevate attraverso la pratica dell’arte marziale, come la virtù, i sentimenti coltivati, lo spirito infrangibile e il vigore fisico, sono il motore che porta all’accelerazione della pace e dell’armonia, che è l’idea fondamentale del Budo”. Otsuka parla anche di “pugno giusto” e lo identifica con l’essenza stessa del Karate-do. “L’impiego corretto del pugno”, spiega, “ovvero il cammino del Karate, deve essere realizzato con mente onesta, giusta. Se la mente non è retta, cadrà inevitabilmente nel pugno illecito”, che è l’esatto opposto del Karate e del Budo. È violenza.

Queste sono le fondamenta del Karate-do. Le radici con cui l’albero universale del Budo attinge le sue sostanze nutritive: armonia, rispetto, benevolenza, rettitudine, umanità, pace.

Per questo, constatare quanti cosiddetti maestri di Karate sui social media indulgano, spesso e volentieri, in espressioni di xenofobia, intolleranza e razzismo, è un fatto particolarmente doloroso. Queste persone, insegnando il Karate, svolgono un importante ruolo educativo nei confronti soprattutto dei più giovani. Un ruolo che rischia facilmente di diventare diseducativo, se condotto senza rettitudine.

Un maestro di Karate che pubblica contenuti di carattere violento, intollerante e divisivo, alimentando i sentimenti più bassi e meschini come la rabbia discriminatoria, il risentimento verso i meno fortunati e l’odio su base etnica, razziale o nazionale non solo tradisce i più elementari valori umani sanciti nella Dichiarazione Universale ma le stesse fondamenta del Karate-do e, di fatto, pone se stesso nel territorio fangoso e maleodorante del pugno illecito e della violenza.

Mi chiedo se non sia il caso che le varie organizzazioni di Karate intervengano.

In Italia il Coni, nelle sue espressioni regionali, sta cominciando ad avviare alcune campagne contro il razzismo. Mi piacerebbe che queste iniziative, che non hanno ancora avuto il risalto e la diffusione che meritano, fossero subito condivise e abbracciate dalla Fijlkam, la federazione di Judo, Karate, Lotta e Arti Marziali riconosciuta dal Comitato Olimpico nazionale. Con l’impulso della Fijlkam, immagino che anche gli Enti di Promozione Sportiva riconosciuti dal Coni, che qui e là qualcosina già fanno, darebbero un contributo ancora maggiore a quella che deve diventare una vera e propria battaglia culturale contro la disumanità e i disvalori sportivi e marziali.

Ma le campagne di sensibilizzazione, pur importanti, da sole non bastano. Un insegnante di Karate è un punto di riferimento per i suoi allievi. Un punto di riferimento non solo tecnico e sportivo, ma anche umano ed etico, specie nella pratica tradizionale. Credo pertanto che questi atteggiamenti non debbano essere tollerati ulteriormente e che, nello statuto e nei regolamenti di ogni federazione, di ogni ente di promozione e di ogni associazione sportiva, dovrebbe essere sancita l’incompatibilità tra insegnamento e razzismo. Anche prevedendo sanzioni come la sospensione, l’annullamento di gradi o qualifiche e l’espulsione.

E vorrei tanto sapere perché – e con quali argomentazioni – tutto questo, vista l’aria che tira, non viene ancora fatto.

Wado Summercamp di Danubio: il sentiero del Budo

Di solito pensiamo a un sentiero o a una strada come a qualcosa di utile a portarci da una parte a un’altra. Quando devi andare in qualche posto cominci a camminare sulla via per raggiungerlo e quando ci arrivi, semplicemente, smetti di camminare. Molto semplice. Molto logico. Ma ho imparato che quando parliamo della via del karate, quando parliamo della parola giapponese “Do”, l’idea comune di strada rischia davvero di portarci fuori strada.

Seiza rei all'inizio dell'allenamento mattutino

L’ho capito partecipando al Wado-Kai Summercamp del 2017, tenuto dal maestro Roberto Danubio, da domenica 9 a venerdì 14 luglio nella località di Filzbach, in Svizzera. Era la mia seconda volta: c’ero già stato nel 2016 e, come potete leggere qui, fu un’autentica rivoluzione per me e per il mio karate. Perciò non pensavo che stavolta sarebbe stato altrettanto scioccante, perché quantomeno sapevo cosa dovevo aspettarmi. Ma, a quanto pare, non si può partecipare a quel seminario di una settimana senza uscirne in qualche modo trasformati. Neanche la seconda volta e, probabilmente, nemmeno le successive.

La cerimonia tradizionale di pulizia del tatami

Eppure il programma del Summercamp è sempre lo stesso: sveglia alle 6:30 per fare colazione tra le 7:00 e le 8:00. Alle 9 in punto dovevamo essere sul tatami per la tradizionale pulizia del pavimento. Non importa quale cintura o grado avessimo: che fossimo imberbi principianti, mature cinture nere o attempati maestri, tutti dovevamo immergere lo straccio nell’acqua con le nude mani, strizzarlo per bene e darci dentro nella pulizia. Sareste sorpresi nel sapere quale senso di pace e soddisfazione si riesce a cavare da questo piccolo gesto di cura per il dojo, per gli altri e per se stessi. Una volta finito il nostro dovere potevamo dedicarci a qualche esercizio di riscaldamento individuale. L’allenamento di karate vero e proprio cominciava alle 9:30. Di solito, la mattina lavoravamo sui kihon e sui kata per un paio d’ore per poi lasciare il tatami e fare una doccia veloce prima del pranzo, visto che veniva servito alle 12:15. Dopodiché, avevamo giusto il tempo di riposare un pochino prima di ricominciare con l’allenamento pomeridiano, tre ore e mezza dedicate principalmente allo studio dei kata e dei kumite. Alle 18:30 facevamo una cena abbondante e da lì in avanti avevamo finalmente l’opportunità di fare quattro chiacchiere in totale relax (e ogni sera si rivelava divertente e interessante, visto che al Summercamp di Danubio partecipano persone provenienti da ogni parte del mondo, come islandesi, finlandesi, statunitensi, tedeschi, italiani e, ovviamente, svizzeri).

Roberto Danubio sensei spiega un kihon kumite

Raccontato così, può sembrare duro ma, in qualche modo, rassicurante nella sua invariabile routine. Ma la verità è che questo schema ha a che fare con la costanza, e la costanza, a pensarci bene, è davvero lontana dall’essere rassicurante. Costanza significa che devi continuare a camminare anche se credi di aver già raggiunto il tuo obiettivo e la tua destinazione. Cosa che può apparire insesata a chiunque pensi che un sentiero sia fatto per portarti da una parte all’altra. E indubbiamente la maggior parte dei sentieri funziona così. Ma non il sentiero del karate. Non il sentiero del Budo.

Avevamo appena terminato un faticoso lavoro sulle forme dei tantodori quando Roberto Danubio cominciò a parlarci. Stava in piedi, al centro del dojo, e ci aveva fatto segno di avvicinarci.

La bellezza e la forza delle donne del Wadokai Summercamp

“Non puoi fare Budo il martedì e il giovedì dalle 18:00 alle 20:00”, ci ha detto. “Se fai Budo, lo fai tutti i tuoi giorni, a tutte le ore. Questo è il vero significato della frase: il karate è un viaggio che dura tutta la vita. Non significa soltanto che devi allenarti ogni settimana per tutta la vita. Significa che se vuoi davvero camminare sul sentiero devi abbracciarlo, incarnarlo e percorrerlo per tutto il tempo della tua vita, e tutto il tempo della tua vita significa ogni singolo minuto”.

Non so per quale motivo abbia voluto dirci queste parole. Forse è preoccupato per l’attuale situazione del karate tradizionale o forse aveva notato in noi, o in qualcuno di noi, qualche segno di inconsistenza marziale e spirituale, oltre che tecnica. Ma qualunque fosse la ragione, queste parole mi hanno fatto riflettere.

Io e la bellissima famiglia Danubio

Spesso penso al mio percorso nel karate come a una serie di obiettivi, cose da spuntare sulla mia check-list. Avanzamenti di grado, diplomi, qualifiche tecniche, seminari, corsi di aggiornamento, nuove tecniche, nuovi kata, nuove gare e competizioni. Somigliano tutte a destinazioni e ciascuna di esse è una specie di posto dove andare. A vederla così, il viaggio nel karate finisce per ridursi a una specie di gita turistica. Scattarsi un selfie dalla Torre Eiffel: fatto. Gettare una monetina nella Fontana di Trevi: fatto. Fare snorkeling nel Mar Rosso: fatto. Roba che fai una volta o al massimo due in tutta una vita. Allo stesso modo, potresti pensare: “Primo dan: raggiunto. Cosa c’è dopo?” oppure “Summercamp Wadokai in Svizzera: ci ho già partecipato. Che si fa, poi?”. La risposta che Danubio indirettamente mi ha suggerito è la seguente: “Dopo c’è la stessa cosa. Dopo si fa che devi continuare a camminare sul sentiero. Continuare a studiare per il primo dan anche se hai già raggiunto il quinto. Continuare a partecipare ai seminari a cui hai già partecipato. Il vero obiettivo è percorrere costantemente il sentiero. Gli altri obiettivi sono solo apparenti”.

La veduta da una delle stanze in cui eravamo sistemati

Questa è stata la mia semplice intuizione. A voi potrà pure sembrare banale, ma per me è stata sconcertante. Ogni volta che vado al Karate Summercamp di Roberto Danubio ne ritorno cambiato. Torno a casa con un karate migliore di quello con cui sono partito – su questo non c’è dubbio – ma anche con un’attitudine più forte e con una più ampia consapevolezza. Certo, ci siamo allenati un sacco e ho imparato o migliorato dozzine di tecniche come i tantodori, i kumitegata, esercizi di coppia, variazioni e nuovi dettagli nei kata e nei kihon kimite. Ma non posso spuntare nessuna di queste cose dalla mia check-list. Non posso dire “fatta” ma soltanto “la sto facendo”, non l’ho imparata” ma la sto imparando”. E spero di non smettere mai di poter dire che le sto facendo e imparando.

Non so cosa ne pensiate voi, ma il prossimo anno io sarò di nuovo al Summercamp di Roberto Danubio in Svizzera. E non vedo l’ora di incontrarvi tutti là. Credetemi: non ve ne pentirete.

E il Summercamp del 2018 è già in preparazione!

 

Il Karate è ancora un’arte marziale?

Capita sempre più spesso di conoscere praticanti di Karate, anche di grado elevato, che non hanno alcuna dimestichezza con l’arte del combattimento. E non mi riferisco soltanto al curioso fenomeno della “separazione delle carriere” tra chi, pur definendosi un karateka, sceglie di specializzarsi soltanto nei Kata o nel Kumite. A volte perfino chi pratica esclusivamente il kumite, messo di fronte a una situazione di conflitto reale, mostra di non avere la preparazione sufficiente per gestire la situazione. Questo stato di cose, secondo alcuni, è l’inevitabile conseguenza dell’evoluzione sportiva del Karate: combattere per fare punti, infatti, è tutt’altra cosa dal combattere per neutralizzare un avversario o un aggressore. Io, però, non ne sono persuaso. Il fatto che la boxe, assai prima del Karate, sia diventata uno sport ordinato e codificato non impedisce a un buon pugile di essere dannatamente efficace nelle situazioni reali. Per come la vedo io,  il problema del Karate non è la sportivizzazione ma la sua progressiva demarzializzazione.

Otsuka-2Provate a cercare un maestro disposto a sostenere che il Karate non è un’arte marziale: non ne troverete uno. Poi provate a verificare in quanti dojo di Karate si pratica il Budo e si impone, agli allievi, la scomoda via dell’arte guerriera (perché, vale forse la pena ricordarlo, questo significa marziale). E scoprirete, probabilmente, che i conti non tornano.

Quando ho inziato a praticare il Karate, nel 1979, i combattimenti erano all’ordine del giorno. E non sto parlando di kumite sportivi in guantini rossi e blu. Parlo del combattimento libero, il Juyu-kumite, quello senza regole o limitazioni se non quelle dettate dallo scopo stesso del combattimento (cioè l’allenamento tra compagni di corso, non la sopravvivenza). Erano anni in cui, per quante accortezze adoperassimo per eliminare o minimizzare il contatto, i karategi si macchiavano di sangue con una certa frequenza. Nessuno lo percepiva come un attribuito di violenza da affibbiare al Karate. Era un fatto connesso alla natura stessa dell’arte marziale. Era, semplicemente, una cosa normale.

Ma adesso non più. Non c’è dubbio che il mondo sia cambiato. Trentacinque anni fa, quand’ero bambino, tornare a casa con un naso sanguinante, un occhio pesto o un labbro spaccato era una cosa, se non proprio ordinaria, certamente non così straordinaria, accolta da mamma e papà con amorevoli cure (acqua fresca, ovatta, acqua ossigenata) ma anche con divertito dileggio. Oggi diverrebbe subito un affare di stato. Eppure, continuare a sostenere a parole che il Karate è un’arte marziale rinunciando a impostarne l’insegnamento in un modo coerente e conseguente, a me non sembra un’operazione onesta. Del resto, se mi iscrivo a un corso di boxe metto in conto di prendere qualche pugno sul naso. Se mi iscrivo a Judo metto in conto di essere strattonato e scaraventato a terra. Perché, se invece mi iscrivo a Karate, faccio tanta fatica a mettere in conto qualcosa?

karate1Credo che questa demarzializzazione (e la conseguente astrazione delle tecniche, sempre meno realistiche ed efficaci) sia la causa principale del relativo clima di disinteresse che, da qualche anno, sembra circondare il Karate. Chi vuole avvicinarsi allo studio di un’arte marziale, non trovando quasi più nulla di autenticamente marziale nei dojo, volge lo sguardo alle palestre, dove vede praticare gli sport da combattimento e le discipline di difesa personale. Che, non saranno marziali, ma ai loro occhi insegnano a combattere e a difendersi. In quei contesti ci si confronta con situazioni concrete, reali, dinamiche e conflittuali. I pugni che arrivano sono pugni tirati per colpire, così come i calci; le prese sono fatte per atterrare e proiettare, e chi le subisce cerca di contrastarle, non di assecondarle come accade in certi dojo.

È un vero peccato non poter offrire alle persone potenzialmente interessate al Karate l’immagine di un’autentica arte marziale. Perché l’arte marziale comprende un bagaglio filosofico, spirituale e tecnico che va al di là di qualsiasi sport da combattimento, di qualsiasi corso di difesa personale. Un bagaglio che – e questo è il paradosso – rende il Karate una disciplina non-violenta e assai più sicura, da praticare, delle altre.

Il Karate giapponese si iscrive nel solco del Budo e ne raccoglie appieno l’antica tradizione. Una tradizione che può essere efficacemente sintetizzata da questo motto: “La spada davvero buona è quella che rimane nel suo fodero”. Ma non è buona a nulla se non sappiamo adoperarla.

“Che la pace sia la vera essenza dell’addestramento di un guerriero”, scriveva Hironori Otsuka nel suo libro sul Wado-ryu, “è un fatto che resterà per sempre immutabile. Ma il modo in cui questo fatto si manifesta varia col variare dei secoli. Le arti marziali devono tener conto di questo progresso e porsi, come primo obiettivo, lo sviluppo di esseri umani dotati di grandi abilità intellettuali, capaci di controllare le proprie emozioni, la propria mente, il proprio corpo”. Non vi sembra un obiettivo degno di essere perseguito? Ma per raggiungerlo bisogna percorrere la via del Karate-do, la via del Budo, la via dell’arte marziale. Ed è necessario che sia una via di fatti e azioni, non solo di parole.