Shu-ha-ri: l’armonia tra forma e sostanza

Il rapporto tra forma e sostanza, tra kata e kumite, è spesso dibattuto dai praticanti di arti marziali. Che puntualmente si dividono tra chi è pronto a giurare e spergiurare sull’utilità o l’inutilità della prima in funzione della seconda. Per come la vedo io, queste discussioni dimostrano solo quanto sia minoritaria, in questo ambiente, la propensione al pensiero speculativo e alla pratica Zen, nonostante sia strettamente correlata al Budo e alle arti marziali orientali, specie quelle giapponesi.

Ma non dobbiamo necessariamente arrivare fino in Giappone, per trovare esempi del rapporto che sussiste tra forma e sostanza. Un rapporto che, per inciso, è alla base di tutto il pensiero occidentale, da Parmenide in poi.

Il vasaio prende la sostanza (e in particolare, ciò che c’è di più materico: la terra, l’argilla) e le conferisce una forma, e quella forma è il vaso. Grazie all’artigiano, la terra adesso non è più soltanto argilla, ma qualcosa che esce dal mero dominio della natura per entrare nel dominio della cultura: grazie alla forma che ora ha acquisito, l’argilla diventa, cioè, uno strumento, diventa utile a uno scopo ed esprime un senso, una funzione.

Per adempiere a questa sua funzione non importa che il vaso sia rifinito e decorato. Può benissimo non esserlo. Ma il vasaio lo stesso ne affina la forma, ne piega l’esigenza funzionale alla ricerca di un compromesso, un equilibrio con l’altrettanto fondamentale bisogno estetico. Lo decora disegnando, incidendo e dipingendo, nell’incessante tentativo di coglierne la vera essenza, l’idea di vaso che egli ha in mente. Un filosofo direbbe che il vasaio tenta di produrre il vaso “in sé e per sé”. Ovvero, che ne ricerca la “vera sostanza”, ciò che in esso c’è di saldo, esatto, immutabile. E, in questo processo, partendo dalla sostanza fisica e passando per la forma, il vasaio torna infine alla sostanza (ma una sostanza spirituale, più profonda, più vera) creando qualcosa di unico e irripetibile. Ecco che il vaso, già nel campo dell’utilità, varca infine un secondo confine per entrare nel ben più rarefatto e misterioso dominio della bellezza.

Questo è il modo in cui, personalmente, interpreto il concetto giapponese di Shu-ha-ri. Shu è l’obbedienza alla legge della natura imposta dalla nuda materia (imitazione). Ha è il primo stadio di dominio sulla materia, che ci permette di trasformarla (trans, “oltre” + formare, “dare forma”) per uno scopo e un’utilità specifici (applicazione). Ri è la trascendenza che riconduce a una più profonda sostanza: l’arte di andare oltre materia e utilità, aspirando alla bellezza e tendendo a un’ideale perfezione (espressione dello spirito attraverso la tecnica).

Non ha senso discutere della presunta supremazia della sostanza sulla forma o viceversa. Sono due aspetti complementari dello stesso processo di crescita e conoscenza che si rincorrono vicendevolmente, a un livello sempre più sottile, come lo Yin e lo Yang nel Taijitu. Più studi, più pratichi, più ti rendi conto che, volenti o nolenti, non c’è realtà nell’una se non ce n’è anche nell’altra.

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