La differenza tra arte marziale e sport da combattimento

Le arti marziali tradizionali non sono uno sport – o meglio: non sono soltanto uno sport e, stando alle numerose ricerche condotte sull’argomento, queste discipline sono in grado di produrre effetti non solo sulla salute e sullo stato di forma fisica, ma anche sull’equilibrio emozionale e psichico, favorendo, di fatto, uno sviluppo olistico capace di traformare radicalmente in meglio – e sotto tutti gli aspetti – la qualità della vita dei praticanti.

Si sente parlare, spesso a sproposito, di discipline olistiche. Olistico è un aggettivo che viene dal sostantivo olismo, parola di derivazione greca che significa l’insieme, il tutto (holos). Ma nel linguaggio filosofico occidentale ha finito per indicare una super-totalità, un oggetto (o concetto) che non può essere rappresentato attraverso la somma di ciascuna delle sue parti, perché tale somma sarebbe sempre e comunque inferiore all’oggetto (o concetto) stesso.

La differenza di base tra la semplice pratica sportiva e le arti marziali tradizionali è stata recentemente definita nell’ambito delle neuroscienze (Johnsone, 2018): lo sport è un sistema per accrescere un’attenzione specifica (AT – Attention Training). Per esempio, chi gioca a calcio impara a migliorare la capacità di focalizzare l’attenzione su una palla che si muove nello spazio con velocità e direzione variabili, e a tener conto, nell’insieme, di tutte le variazioni posizionali degli altri giocatori. Questa abilità, però, non necessariamente torna utile durate una lezione di matematica. Le arti marziali tradizionali, come è stato dimostrato, sono invece sistemi di allenamento dello stato di attenzione (AST – Attention State Training). In altre parole, non attivano soltanto un’attenzione specifica, ma migliorano e potenziano lo stato di attenzione, ovvero la capacità di attivare e focalizzare la propria attenzione su una cosa qualsiasi. E un maggiore e migliore stato di attenzione è qualcosa che può tornare utile sempre: a scuola, nel lavoro e nella normale vita quotidiana.

Ulteriori ricerche hanno poi dimostrato una correlazione tra la pratica assidua di arti marziali tradizionali e la diminuzione del tasso di aggressività e dei comortamenti antisociali, con un conseguene aumento della capacità di regolare e gestire i propri stati emotivi (e pertanto lo stress). La cosa che colpisce è che in due diversi studi indipendenti, condotti dai ricercatori Nosanchuk (1981) e Trulson (1986), questa correlazione appariva soltanto nei praticanti di arti marziali tradizionali, mentre era del tutto assente e – attenzione! – a volte addirittura inversa nei praticanti di sport da combattimento. In altre parole, nell’ambito delle due ricerche, alcuni atleti degli sport da combattimento (spesso full-contact) hanno mostrato un incremento, innescato dalla stessa pratica sportiva, degli stati di rabbia e dei conseguenti comportamenti antisociali.

Per evitare fraintendimenti, e capire meglio di cosa stiamo parlando, è necessario fornire alcune specificazioni. Che cosa intendiamo con le espressioni “arti marziali tradizionali” e “sport da combattimento”? Molti istruttori potrebbero non essere d’accordo, ma nei due studi citati il discrimine tra le due tipologie di allenamento è stato definito come segue:

Arte marziale tradizionale: disciplina che, nell’allenamento, preveda il sistematico studio delle forme (Kata) e dei fondamentali (Kihon), contemplando allo stesso tempo il controllo dei colpi assestati durante il combattimento (sparring soft-contact oppure no-contact), la pratica della meditazione zen (Mokuso) e una rigida disciplina formale basata sul rispetto dell’etichetta, delle persone e delle cose (Reigi).

Sport da combattimento: pratica di sviluppo psico-motorio incentrata sulla ricerca della massima performance nelle competizioni che, generalmente, non implica lo studio delle forme e in cui gli elementi spirituali, come la meditazione, il controllo e il rispetto dell’etichetta (formale e sostanziale), risultano secondari se non addirittura assenti.

Da queste definizioni risulta evidente che, a fare la differenza tra arte marziale tradizionale e sport da combattimento non sia tanto la disciplina in sé (Karate o, per esempio, Kick-boxing), ma il modo in cui la disciplina viene insegnata congiuntamente al fattore ambientale in cui viene praticata. Per fattore ambientale intendiamo il modo in cui viene gestito il dojo o la palestra – e con quali finalità.

Potremmo quindi trovare istruttori di karate che interpretano (e quindi trasmettono) la propria disciplina come fosse uno sport da combattimento e istruttori di boxe capaci di fare l’esatto contrario. Come al solito, a fare la differenza non sono le cose ma le persone. O, per dirla con un famoso motto zen, “non è la Via a dare valore all’uomo, ma l’uomo a dare valore alla Via”.

Tornando agli studi di Nosanchuk e Trulson, un’altra grande differenza tra la pratica assidua e continuativa di uno sport da combattimento e di un’arte marziale tradizionale è che, conseguentemente, quest’ultima tenderà non solo a minimizzare la possibilità che i praticanti vengano aggrediti o bullizzati ma anche a massimizzare la probabilità che non diventino mai né aggressori né bulli a loro volta. Ed è una bella differenza.

Qualunque sia il vostro pensiero al riguardo, la cosa che a noi sembra più interessante è che questi studi gettano una luce di scientificità su quella sensazione di super-totalità o percezione olistica che i praticanti di arti marziali tradizionali conoscono bene. Una sensazione di pienezza dolce-amara che, come lo Yin e lo Yang nel Taijitu, contempla la compresenza della luce e dell’ombra, e a un sempre più affilato senso di benessere psicofisico accompagna una progressiva consapevolezza della propria distanza dalla perfezione. Ed è proprio nell’accettazione dei propri limiti, pur senza mai rinunciare alla ricerca della perfezione, che forse risiede l’essenza dell’approccio tradizionale alle arti marziali.

Ecco i link ai due studi citati:

Martial Arts Training: A Novel “Cure” for Juvenile Delinquency, Michael E. Trulson, Texas A & M University, USA.

The Way of the Warrior: The Effects of Traditional Martial Arts Training on Aggressiveness, T. A. Nosanchuk, Department of Sociology and Anthropology, Carleton University, Ottawa, Canada.


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