“Il sogno olimpico della WKF è finito. E va bene così”

di Thomas Prediger (tradotto da The Shotokan Times)

“Non è durato a lungo, il sogno olimpico del Karate. Gli organizzatori delle Olimpiadi di Parigi del 2024 hanno proposto al CIO di rimuovere il Karate dalla lista delle discipline olpimpiche. Invece, secondo il comitato organizzatore dei Giochi, al suo posto andrebbero inclusi la Breakdance e lo Skateboarding. Una decisione particolarmente triste per tutti i Karateka che hanno fatto così tanti sacrifici per realizzare il loro sogno. Il Karate alle Olimpiadi, a quanto pare, sarà solo un breve intermezzo”.

Un tipico esempio di attacco “sportivo”, privo di significato in termini di offesa o difesa personale. Un colpo simile non avrebbe senso nemmeno nella boxe.

“Alcuni sospettano che la precedente ammissione del Karate alle Olimpiadi di Tokyo del 2020 fosse solo il risultato di un semplice, ma momentaneo, riconoscimento al paese ospitante. Eppure sorprende che il karate, appena ammesso, venga espulso proprio dalla Francia, il paese con la più grande sezione nazionale della Federazione mondiale di karate (WKF – World Karate Federation). La ragione di questa esclusione potrebbe essere più profonda e radicata nella natura stessa della WKF”.

Per molte associazioni e federazioni, il karate proposto dalla WKF si è troppo sportivizzato, perdendo parte del suo fascino marziale e, forse, la sua vera peculiarità.

“La WKF è stata riconosciuta dal Comitato Internazionale Olimpico (CIO) nel 1999. Da allora, è l’unica federazione titolata a rappresentare il Karate presso il CIO. Differentemente dalle altre organizzazioni esistenti, la WKF ha però preteso di rappresentare l’intera comunità mondiale del Karate. Tuttavia, come tutti sanno, questo non è vero. E può darsi che il comitato di Parigi lo abbia capito. Molti paesi e molte associazioni non hanno voluto seguire la WKF sulla via della sportivizzazione del karate, benché fosse l’unico modo per sperare di partecipare alle Olimpiadi. Soprattutto, le associazioni più tradizionaliste hanno avuto difficoltà con il sistema a 8 punti, con i guanti e le protezioni dei piedi. La burocrazia (per esempio quella dei tornei), l’imposizione delle regole WKF a tutte le associazioni, anche nelle competizioni nazionali, le evidenti affinità tra il Karate sportivo e il Taekwondo, la graduale commercializzazione e l’esagerata attenzione al solo aspetto competitivo sono state la goccia che ha fatto traboccare il vaso”.

Le crescenti similitudini con il Taekwondo, per molti osservatori, hanno reso di fatto superflua la presenza del karate… qual è il suo valore aggiunto?

“Per molti, la WKF è diventata poco attraente. Eppure, la World Karate Federation non ha fatto molto per aprirsi a un confronto con lealtre opinioni esisteti nel mondo del karate, con gli altri regolamenti e gli altri standard. Forse, dopo quel momentaneo riconoscimento da parte del CIO, nel 2016, si è lasciata andare a un pizzico di hybris (superbia). O forse, semplicemente, la colpa è di un certo dilettantismo manageriale. Non è dato sapere. Questa esclusione, tuttavia, ha dimostrato che la WKF non parla a nome della comunità mondiale del Karate. È solo un’associazione tra le tante. E il suo futuro, dopo questa decisione, è diventato incerto”.
(Thomas Prediger)

ATTENZIONE!

Ho voluto tradurre questo articolo perché trovo interessante la discussione che, potenzialmente, potrebbe innescare.

Personalmente non ne condivido tutto il contenuto (specie le conclusioni), ma su una cosa mi trovo d’accordo: il karate competitivo, specie in ambito WKF, si è spinto talmente in là nel processo di omologazione sportiva da smarrire lungo la strada la sua vera essenza: quel quid che lo rendeva (e lo rende, per chi continua a praticare il karate tradizionale) una disciplina unica al mondo. Per parte mia, sono convinto che il sogno olimpico non sia finito qui. Ma allo stesso modo credo che le federazioni sportive di karate aderenti alla WKF, per realizzarlo definitivamente, debbano farsi un esame di coscienza e, con razionalità e onestà intellettuale, interrogarsi se non sia utile ricominciare a nutrire le nostre radici, riavvicinando anche il karate competitivo alla sua originaria essenza marziale.

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