Cobra Kai colpisce per primo, colpisce forte, senza pietà. Su Netflix

Un paio d’anni fa avevamo già parlato di Cobra Kai in questo articolo. All’epoca, questa serie televisiva stava già spopolando negli Stati Uniti, dando vita a una vera e propria Cobramania. Poiché era disponibile soltanto in lingua originale (inglese) su YouTube Premium (il servizio a pagamento di YouTube, che da queste parti non riesce a decollare), in Italia solo in pochi la stavamo seguendo. Ma adesso è successo quello che in molti speravano. Johnny Lawrence e i suoi ragazzi hanno colpito per primi, hanno colpito forte, senza pietà. Sono sbarcati su Netflix e stanno per mettere al tappeto milioni di spettatori con le prime due stagioni doppiate in italiano, e una terza – che si preannuncia ricca di sorprese e colpi di scena – già pronta per andare in onda, pare, entro la fine dell’anno o all’inizio del 2021.

La forza di Cobra Kai è che non si limita a strizzare l’occhio ai nostalgici di Karate Kid e degli anni ’80. E non mira nemmeno a compiacere i (pochi) sopravvissuti dell’era dei film e dei telefilm dedicati alle arti marziali. Questa serie, pensata e scritta con intelligenza e sapienza narrativa, tiene insieme tante storie e altrettanti temi che, come Daniel LaRusso e Johnny Lawrence, si sfidano, si combattono senza esclusione di colpi ma che, sotto sotto, si somigliano più di quanto non siamo disposti ad ammettere: la routine e la disillusione che spesso si accompagnano alla raggiunta maturità contro l’incapacità di superare l’adolescenza e diventare adulti; la fedeltà alla tradizione e alle proprie radici contro la voglia di cambiare, emanciparsi e mettersi tutto alle spalle; il conformismo spacciato per moralità contro l’immoralità necessaria di chi non riesce a conformarsi; le scaramucce tra adolescenti contro le faide familiari di un mondo di adulti che, in fondo in fondo, tanto adulti poi non sono; la spietatezza della vita e dei modelli sociali contro la farsa in cui finisce inevitabilmente per trasformarsi la vita quando si adegua a quegli stessi modelli.

Sì, okay, non stiamo parlando di Scene da un matrimonio di Ingmar Bergman: è soltanto il sequel di Karate Kid, che riprende il filo della narrazione trentaquattro anni dopo la finale del torneo di All Valley. Ma mentre nel film, con i protagonisti adolescenti, era chiaro chi fossero i buoni e i cattivi, adesso, con la maturità, tutto s’è fatto più sfocato. Immergendoci nel punto di vista di Johnny, siamo disposti a comprendere le sue ragioni. Ragioni che ci fanno apparire Daniel un po’ meno eroe e Johnny un po’ meno bullo. Ed è questa la maturità di Cobra Kai: più cresciamo, più conosciamo il mondo, le persone e le circostanze, più i contorni si sfumano e le certezze si sgretolano. Il mondo non appare più popolato di buoni e di cattivi, ma di persone che, immerse nella loro specifica e futile disperazione, si arrabattano facendo del loro meglio per non lasciarsi sopraffare dalla vita e dai propri limiti.

E che prendiate più in simatia Daniel o Johnny, che vi scopriate più affini al Miyagi-Do o al Crobra Kai, non importa. Forse sono le due facce della stessa medaglia. Infatti, entrambi (e i loro allievi e i loro figli) scoprono, o finiscono per riscoprire, che il modo migliore per non lasciarsi sopraffare dalla vita e dai propri limiti, in fondo è soltanto uno: fare parte di un dojo e studiare il karate. Perché, come a un certo punto chiarisce Daniel LaRusso, “il karate non ha a che fare solo con i calci e i pugni. Ha a che fare con l’equilibrio”.

Ma non si tratta soltanto di equilibrio interno. Non stiamo mica parlando di Yoga. Parliamo di un equlibrio tra le forze in gioco dentro e fuori di noi, tanto nel rapporto con noi stessi quanto in relazione agli altri, anche quelli che ci vogliono fare del male.

“Ti insegnerò lo stile di karate che è stato insegnato a me”, dice Johnny a Miguel, l’adolescente fragile e bullizzato che diventerà il primo allievo del nuovo Cobra Kai. “Un metodo di combattimento”, continua Johnny, “di cui la tua generazione di smidollati ha disperatamente bisogno. Non ti mostrerò soltanto come sconfiggere le tue paure. Ti insegnerò a risvegliare il serpente che è in te. E una volta che l’avrai risvegliato, diventerai temibile. Acquisterai più forza. Imparerai la disciplina. E quando verrà il momento, contrattaccherai”.

Il Taijitu rappresenta l’equilibrio dinamico tra i due poli dell’esistenza. Il logo del Cobra Kai lo richiama. Anche se rovesciato come in uno specchio.

Un discorso che Daniel e il suo Miyagi-Do avrebbero considerato brutale e inappropriato. Ma che per Miguel si rivela la chiave per emanciparsi dai soprusi, acquisire fiducia, prendere in mano la sua vita per vincere, perdere, sbagliare, redimersi e poi sbagliare ancora. E così via, in un eterno scontro e incontro tra la luce e l’ombra, in perfetto equilibrio dinamico, come nello Yin e nello Yang del Taijitu. Come in tutti noi.

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