La forza del Wado

Quando è arrivato il momento di ripartire e abbiamo cominciato il giro dei saluti di commiato, mi sono sorpreso a elargire baci, abbracci e parole di affetto anche alle persone con cui, per tutta la settimana, avevo scambiato (forse) un fugace sguardo o un cortese cenno della testa. Me le trovavo davanti, queste persone, e le sentivo dannatamente familiari nonostante di loro conoscessi a malapena la nazionalità. Sentivo che tra me e loro c’era ormai un legame, un legame vero, di quelli che nascono quando condividi un’esperienza decisiva; una specie di cameratismo spirituale, un’assonanza elettiva che travalica le convenzioni e non necessita d’altro che di se stessa, per sussistere. E così ho compreso un altro aspetto della forza di questa bellissima esperienza che è il Summer Camp Wadokai del maestro Roberto Danubio, di cui ho scritto anche qui e qui.

Il magnifico dojo del Summer Camp di DanubioCi sono cose che si afferrano al volo, altre su cui bisogna tornare più volte, per capirle davvero. Non credo dipenda dalle cose in sé. Dipende da noi. Ogni oggetto che incontriamo, lo conosciamo attraverso il filtro della nostra esperienza, e siccome la nostra esperienza va via via ampliandosi e modificandosi, la stesso oggetto, conosciuto in due momenti diversi della vita, ci appare diverso e diversamente capace di farsi assorbire. Per capire che questo appuntamento annuale, che si svolge sempre nella seconda settimana di luglio a Filzbach, tra le montagne svizzere, sta creando un nuovo senso di comunità tra i praticanti del Wado-ryu di tutta Europa – e che io ne faccio parte – mi ci sono volute tre edizioni.

Secondo lo Statuto del budo, il buon praticante di arti marziali è colui che mantiene una mente aperta e una prospettiva internazionale. La mente aperta serve a trarre profitto dal confronto con gli altri, la prospettiva internazionale a garantire che questo confronto sia il più ampio possibile. Il Wadokai Summer Camp di Roberto Danubio è permeato da questi due elementi. Quest’anno, per esempio, erano presenti wadoka provenienti da Svizzera, Italia, Finlandia, Svezia, Ungheria, Stati Uniti d’America, Grecia, Germania, Inghilterra, Irlanda e Belgio e, in quanto a istruttori internazionali certificati JKF, oltre a Roberto Danubio (che, ricordiamolo, è uno dei pochissimi non-giapponesi ad aver ricevuto il 7° dan nella Japan Karatedo Federation Wadokai), Alessandro Danubio (6° dan JKF Wadokai) ed Eveline Danubio (5° dan JKF Wadokai) c’erano anche Tracy Bob Foster (6° dan JKF Wadokai), Marc Rolli (5° dan JKF Wadokai), Giuseppe Carloni (5° dan JKF Wadokai), Benito Benitez (5° dan JKF Wadokai), Rolf Wirth (5° dan JKF Wadokai) e Daniela Eckerle (4° dan JKF Wadokai). In un contesto così, è praticamente impossibile non fare, ogni volta, qualche progresso.

Roberto Danubio, 7° dan JKF WadokaiMa alcuni progressi hanno bisogno di tempo, per palesarsi. Hanno bisogno che noi, come dicevamo prima, nel frattempo accumuliamo e modifichiamo la nostra esperienza. In ciascuna delle precedenti edizioni a cui ho partecipato mi sono accorto di aver avuto delle piccole, improvvise illuminazioni riguardo a questo o quel principio a me già noto, che però, fino a quel momento, avevo compreso soltanto a livello teorico. (Le arti marziali hanno questa caratteristica: per capire un principio, non basta comprenderlo teoricamente, con la mente e il pensiero, come se fosse un concetto filosofico o matematico. Bisogna che anche il corpo lo comprenda. E si può dire che il corpo lo abbia compreso solo nel momento in cui riesce, intenzionalmente, ad applicarlo). Ma l’illuminazione che ho avuto quest’anno è particolarmente preziosa, perché è il risultato dell’accumulo di anni di frustrazione, incomprensioni e fallimenti.

Sto per dirvi di cosa si tratta, ma vi avverto: rimarrete delusi. Penserete: tutto qui? Sì, tutto qui. Quel che solo quest’anno ho compreso con il corpo, pur avendolo capito molti anni fa con la mente, ha a che fare con la forza del Wado. O meglio, con il fatto che nel Wado non bisogna mai usare la forza, perché meno forza muscolare usi, più potenza riesci a generare. Si tratta di qualcosa che mi è stato ripetuto per quasi quarant’anni, e che a mia volta ho ripetuto incessantemente ai miei allievi. Qualcosa che avevo anche sperimentato e applicato nell’esecuzione delle tecniche e che, pertanto, credevo di aver capito. Mi sbagliavo.

Allenamento dei Pinan Kata!È successo proprio l’ultimo giorno, nell’ultima ora di allenamento. Stavamo eseguendo un kata. Le mie gambe e le mie braccia erano esauste e dolenti, le piante dei piedi arse e consumate da una settimana di allenamenti intensissimi, mattina e pomeriggio, senza possibilità di recupero se non nelle (poche) ore di sonno. Sentivo tutta la pesantezza di un corpo che avrebbe scambiato dieci anni di vita per un divano e mi sembrò, improvvisamente, di non potermi più muovere. Allora, una parte di me, ha ceduto. Come se mi avesse mandato al diavolo. Come se avesse mandato al diavolo tutto e tutti. E il corpo ha iniziato, d’un tratto, a volare. Fluiva leggero, senza più fatica, rapido e cristallino, facendo schioccare il mio dogi come non gli era ancora riuscito nei sei giorni precedenti. Era come se avesse smesso di cercare di applicare i principî del Wado (mudana dosa, fluidità, rilassatezza) e fosse diventato esso stesso quei principî. Un minuto di pura felicità.

Non so se questa illuminazione sarà permamente. Probabilmente no. Sento che la strada è ancora lunga. Ma non è questo che conta. Quel che conta è che ogni volta che torno dal Summer Camp di Roberto Danubio, torno arricchito, ispirato e ho sempre un buon motivo per tornarci l’anno venturo. Per continuare a coltivare questo sentimento di comunità che tanto mi sta diventando caro. E per comprendere, ogni volta, un nuovo aspetto della forza del Wado.

 

PS: Non perdete il seminario per istruttori del maestro Roberto Danubio a Roma!

 

 

Wado Waza Special Class!

Venerdì 6 luglio, dalle ore 18.00 alle 19.00 si è svolta la prima Wado Waza Special Class, un allenamento speciale – gratuito e aperto a tutti – per inaugurare la collaborazione tra Wado Waza Karate e il centro sportivo Life Sport Wellness.

Infatti, dalla stagione sportiva 2018/2019, la Life diventa la nostra nuova casa. Già dal mese di luglio Wado Waza ha avviato il corso di Avviamento al karate tradizionale Wado-ryu per i bambini iscritti al Centro Estivo della Life Sport Wellness, ogni martedì e giovedì dalle ore 9.00 alle 10.00 del mattino, mentre dal 4 settembre 2018 tutti i corsi, incluso quello serale per gli adulti, ricominciano regolarmente nel pomeriggio, sempre di martedì e giovedì, come indicato sul nostro sito web, nella pagina dell’orario.

L’allenamento della Special Class era aperto a tutti, adulti e bambini da 6 anni in su. Hanno partecipato più di venti atleti, tra grandi e piccini, ai quali si sono aggiunti tre bambini che hanno provato il karate per la prima volta.

Prima dell’allenamento c’è stato un piccolo rinfresco di benvenuto offerto dalla Life Sport Wellness. Adesso non resta che andare in vacanza e rivedersi, belli carichi, a settembre. Vi aspettiamo!


Il centro sportivo

Il centro sportivo Life Sport Wellness è dotato di una piscina di 25 metri con impianto di depurazione ad ozono, un’ampia sala pesi con le più moderne attrezzature, diverse zone fitness e tre ampie sale attrezzate e insonorizzate per i corsi. Tra le attività proposte dalla Life Sport Wellness, oltre al karate, troviamo vari corsi di nuoto, acqua-gym & acqua-step, body building, omnia, fitness, cardiofitness, pilates, triathlon, danza moderna e l’innovativo Gympx – Posture Corrette.

Il corso di karate per bambini e ragazzi fino a 13 anni d’età si svolge nella Sala Blue (circa 75 mq) mentre l’allenamento serale per gli adulti e i ragazzi (da 14 anni in su) si tiene nella Sala Green (che supera i 100 mq). Entrambi le sale hanno ampi specchi alle pareti e sono pavimentate con parquet di qualità.

La struttura è moderna, pulita e dotata di una confortevole zona riservata all’accoglienza, adiacente a un piccolo bar interno, con tv, divanetti e area relax per gli accompagnatori. Per i componenti dello stesso nucleo familiare sono previsti sconti e agevolazioni su tutte le attività offerte dal centro, e tra i tanti servizi proposti c’è anche un piccolo centro estetico.

 

Wado Spirit: lo spirito dell’armonia

Già altre volte vi ho parlato del M° Danubio e del suo Summer Camp, ma finora non vi avevo mai detto nulla del Wado Spirit, il seminario che si tiene ogni anno in dicembre nel suo dojo di Weinfelden, in Svizzera, a due passi dal lago di Costanza. E non vi avevo detto nulla perché non avevo mai avuto l’occasione di andarci, prima del 2 dicembre di quest’anno.

Weinfelden è una piccola città nel nord della Svizzera, capitale del cantone di Thurgau e nota a chi, come me, ama l’Hockey su Ghiaccio per essere la base operativa dell’HC Thurgau, una squadra di tutto rispetto che milita nella Swiss League. Ed è un importante centro del karate svizzero proprio grazie a Roberto Danubio, che da anni vi dirige il Renshin Kan Dojo. Vale la pena ricordare che il maestro Danubio, 7° dan JKF Wadokai, è presidente e capo-istruttore della SWKR – Swiss Wadokai Karatedo Renmei, l’associazione elvetica di Wado-ryu che fa riferimento alla Japan Karatedo Federation Wado-Kai. Dal suo dojo di Weinfelden sono usciti alcuni dei migliori wadoka in circolazione oggi in Europa. Niente male, per una cittadina di undicimila anime.

Arrivare a Weinfelden non è difficile. Quarantacinque minuti di automobile dall’aeroporto di Zurigo oppure pressappoco lo stesso tempo dalla stazione, sempre di Zurigo, per chi preferisce il treno. Io e i miei otto colleghi della WKSI presenti al seminario abbiamo affittato un Mercedes Vito, spendendo, a testa, meno del biglietto del treno. Oltre alla nostra, dall’Italia, c’erano delegazioni anche da altri paesi europei, come il Belgio e l’Irlanda. Ma forse vi starete chiedendo perché la sto tirando tanto per le lunghe, invece di entrare subito nel vivo del seminario. Ebbene, il motivo è che non è affatto facile raccontare il Wado Spirit. Il clima che vi si respira è speciale e l’intensità dell’allenamento, dell’approfondimento e delle relazioni umane è tale da dilatare il tempo e confonderlo nella memoria.

Cercherò di facilitarmi le cose cominciando dal nome che Roberto Danubio ha scelto per questo suo appuntamento annuale. Wado Spirit. Lo spirito del Wado. Un nome che suona dannatamente bene. Fatto che, da solo, ne giustificherebbe la scelta. Ma per chi conosce il M° Danubio non è difficile immaginare che, con ogni probabilità, non l’ha scelto soltanto perché è figo, ma anche perché, da solo, dice già molto riguardo agli obiettivi del seminario stesso. Wado è una parola composta da due ideogrammi (kanji, in giapponese) Wa e Do. Do significa via, mentre Wa ha moltissime sfumature semantiche e può essere tradotto con mitezza, l’atto di mettere insieme, unione, pace, armonia, somma, gentilezza. Perciò possiamo affermare che lo spirito del Wado corrisponde a quello della via che conduce a ciascuna di queste qualità.

Il Wado Spirit inizia all’ora di pranzo e finisce dopo il tramonto. Quattro ore filate di allenamento durante il quale il maestro concede giusto un paio di pause della durata non superiore ai due minuti. In quelle quattro ore l’intero programma del Wado-ryu viene praticato e approfondito tecnica per tecnica. Fatto che, da solo, dice molto del ritmo che bisogna sostenere durante questo appuntamento.

Oltre a Roberto Danubio, a guidare il seminario c’erano i maestri Alessandro Danubio, 6° dan JKF Wadokai, Eveline Danubio, 5° dan JKF Wadokai e Rolf Wirth, 5° dan JKF Wadokai. Erano presenti oltre settanta wadoka e il colpo d’occhio, se uno si guardava attorno, era impressionante. Il Renshin Kan è un dojo di duecento metri quadrati in perfetto stile giapponese. Di forma rettangolare, sui due lati lunghi ci sono da una parte il kamiza e dall’altra una parete di specchi che fa sembrare l’ambiente ancora più spazioso. Sulla parete del kamiza domina un impressionante torii in legno (il tradizionale portale d’accesso giapponese alle aree sacre) che rende l’atmosfera allo stesso tempo austera e accogliente. All’interno del torii, su una grande calligrafia giapponese incorniciata in legno di ciliegio campeggiano gli ideogrammi Wa e Do, e ai lati del torii sei calligrafie, tre a destra e tre a sinistra, elencano, in giapponese, i precetti del Dojo Kun, le tradizionali regole di comportamento del karate. Impossibile non rimanere affascinati dalla bellezza del Renshin Kan dojo. Specie quando settanta karateka vi si muovono rapidi, facendo schioccare all’unisono il tessuto dei loro dogi, scattando al suono secco e tagliente di un “ichi!”.

Abbiamo allenato i kihon, i kata e i kumite, procedendo, pressappoco, in quest’ordine. Ma, come sempre capita con i seminari della famiglia Danubio, non ci siamo limitati ad allenarci con il corpo. Abbiamo approfondito, ragionato, riflettuto sulle tecniche e sul significato del Budo. Ci siamo allenati anche con la mente e con lo spirito. E alla fine siamo andati tutti insieme a cena. Sì, perché è questa una delle cose speciali del Wado Spirit. Nel costo del seminario è incluso un Pizza Party nell’accogliente ristorante di un allievo di Roberto sensei, il mio amico Toni Cresta. Un’occasione ulteriore per conoscersi, scambiarsi informazioni, esperienze o semplicemente trascorrere insieme momenti sereni e conviviali, coltivando quello spirito di solidarietà, amicizia e armonia che, come abbiamo visto, è un pezzo importante dello spirito del Wado.

Quando il giorno seguente ce ne siamo dovuti tornare a Zurigo per prendere il nostro volo per Roma, da Weinfelden ho portato via con me un pezzo di quel Wado Spirit e la voglia di tornarci, l’anno venturo. Perché il bello delle cose belle è che quando le fai, poi, le vuoi rifare. Perciò ci vediamo l’anno prossimo, ragazzi. Per tenere vivo lo spirito del Wado.

La WKSI ad Albano Laziale: intervista ad Albano-In-Comune

Intervista integrale rilasciata al periodico Albano InComune


La WKSI – Wadokai Karatedo Shin-Gi-Tai Italia arriva ad Albano Laziale. A parlarne ad Albano InComune è stato Riccardo Rita, allenatore di karate ed educatore sportivo.

Riccardo RitaIn primis una presentazione. Chi siete e cosa fate?
“La WKSI – Wadokai Karatedo Shin-Gi-Tai Italia è un’associazione senza fini di lucro che si occupa dello studio, della preservazione e della promozione del Karate tradizionale Wado-ryu, che significa Stile della Via dell’Armonia. Proprio questo concetto di armonia, intesa come consapevolezza, equilibrio e sicurezza, ispira la nostra attività, che è volta alla formazione fisica, intellettuale, morale e sociale dei praticanti. Infatti la WKSI, oltre a essere iscritta al registro del CONI e affiliata all’Ente di Promozione Sportiva CSEN, è anche un’Associazione di Promozione Sociale iscritta al Registro Nazionale del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Inoltre, siamo membri della Japan Karatedo Federation Wado-Kai e della Inclusive Karate Federation, la federazione internazionale del Karate integrato”.

Stiamo parlando di Karate per disabili?
“Sì, ma non solo. Essere inclusivi non vuol dire creare un ghetto, ma esattamente il contrario. Quindi il Karate Integrato mira a includere tutti, a prescindere dalla condizione fisica o sociale: giovani, anziani, uomini, donne, ricchi, poveri, italiani, stranieri, istruiti, non istruiti. E ovviamente anche i cosiddetti normodotati e disabili. Questo è lo spirito che portiamo avanti nei due grandi progetti dell’Unione Europea di cui siamo partner: il progetto Deporte Inclusivo Europeo, che ci ha portato a realizzare un bellissimo esempio di Karate integrato a Cadiz, in Spagna, e il progetto PRIME – Participation, Recreation and Inclusion through Martial Arts Education”.

Bambini-1Possiamo dire che l’inclusione è la vostra mission?
“Ne rappresenta una parte e in un certo senso la conseguenza, ma l’orizzonte dei nostri obiettivi è più ampio. Attraverso la pratica del Karate tradizionale nei nostri dojo, nelle palestre, nelle scuole e in tutti i nostri progetti culturali, ricreativi, assistenziali – e perfino turistici e ambientalistici – miriamo alla promozione della persona umana e del suo benessere, sotto ogni punto di vista: fisico, mentale, sociale e spirituale. Coerentemente con il moderno spirito del Budo giapponese, coltiviamo l’immenso potenziale educativo del Karate”.

La parola educativo mi fa pensare ai bambini…
“Che il Karate Wado-ryu faccia bene nell’età evolutiva, migliorando la condizione, l’attenzione, la concentrazione e l’autostima dei ragazzi, è dimostrato anche da una ricerca scientifica pubblicata qualche anno fa sulla rivista Mente&Cervello. Ma il processo educativo non ha età e non si interrompe mai. Anche chi insegna, nella nostra associazione, è un eterno studente ed è sottoposto a un continuo processo di formazione e verifica”.

WW-Carloni-DojoDove vi si può trovare?
“La WKSI ha base a Roma, ma da quest’anno abbiamo finalmente una sede operativa e un dojo ad Albano. Si chiama Wado Waza Karate (info su wadowaza.it). Io sono nato e cresciuto qui, e da tempo coltivavo il desiderio di portare anche nella mia città il valore e i benefici dei nostri progetti: perciò sono stato nominato referente WKSI per il nostro territorio. Con l’idea di collaborare con tutti gli Enti, le organizzazioni e i cittadini interessati alla nostra visione educativa, sportiva, formativa e sociale del Karate”.

Da uno specialista per gli specialisti: il nuovo seminario di Roberto Danubio per soli istruttori

Insegnare e allenarsi non sono la stessa cosa. Ciò nonostante, di solito i seminari di karate sono rivolti indistintamente sia agli istruttori sia ai semplici praticanti. Non c’è nulla di sbagliato in questo, chiariamolo subito. Mettere assieme persone con diverse capacità e ruoli differenti consente di confrontarsi e condividere dubbi e certezze, favorendo una più rapida crescita in chi di solito è allievo e una maggiore consapevolezza di chi di solito insegna. Ma proviamo a pensare, per un attimo, a un seminario dedicato esclusivamente agli istruttori, uno stage progettato da uno specialista per degli specialisti, da un allenatore per altri allenatori che, come lui, condividono il compito dell’insegnamento del karate e della trasmissione della propria conoscenza ed esperienza. Non sarebbe desiderabile? Non sarebbe utile?

Roberto Danubio sensei, 7th dan JKF Wadokai, deve aver pensato di sì. Perciò ha progettato una full-immersion di tre giorni fatta su misura per gli insegnanti di karate. E dopo averla frequentata posso assicurarvi che aveva ragione.

Il Seminario Internazionale di Wado-Kai Karate per Istruttori, tenuto da Danubio, si è svolto a Dublino, dal 29 settembre al 1 ottobre, ed è stato uno splendido weekend all’insegna del karate, dell’amicizia e della convivialità. Ma cominciamo dall’inizio.

Sono atterrato a Dublino venerdì 29, insieme ad altri sei amici e colleghi della WKSI – Wadokai Karatedo Shin-Gi-Tai Italia, il branch italiano della Japan Karate-do Federation Wado-Kai, per scoprire subito che l’hotel in cui ci avevano sistemati era, semplicemente, magnifico: un enorme Country Club immerso nel verde della campagna irlandese, a venti minuti dal centro della città. Wow. Ed è stato piacevole scoprire che anche tutti gli altri partecipanti al seminario erano sistemati lì. Ne conoscevamo già diversi, ma è stato bello incontrare tanti nuovi amici di karate provenienti da ogni parte d’Europa. In ogni caso, abbiamo avuto appena il tempo di appoggiare la valigia nella stanza e di indossare rapidamente il karategi prima che il seminario cominciasse.

Eravamo ospiti del dojo di Jimmy Harte, istruttore della JKF Wado-Kai e persona di rara premura e gentilezza. Sul tatami c’erano istruttori provenienti da Austria, Belgio, Gran Bretagna, Finlandia, Italia, Svezia, Svizzera e, ovviamente, Irlanda. Dipendesse dal karate, l’Europa sarebbe già unita, senza il bisogno di trattati e monete. Probabilmente non solo l’Europa, ma il mondo intero.

Come al solito, gli allenamenti di Roberto Danubio sensei si rivelano rudi ma allo stesso tempo limpidi e puri, sfiancanti ma in qualche modo rigeneranti. E, come al solito, ogni allenamento comincia dalle basi: ovvero i kihon. Sembra che nell’idea di karate del maestro Danubio i kihon siano ben lontani dall’essere considerati roba per principianti. Una buona traduzione di kihon potrebbe essere “fondamentali”, ma in Occidente viene reso spesso con le espressioni (forse fuorvianti) di “esercizi di base” o “esercizi elementari”. Qualcuno potrebbe pensare che, visto che sono cose elementari, allora vanno bene per i principianti e le cinture inferiori ma non sono degne dell’attenzione di una cintura nera di una certa esperienza. Danubio ci ha chiaramente fatto capire che questo atteggiamento è sbagliato, punto. “I kihon sono le fondamenta dell’edificio del karate”, ci ha detto. “Se sono buone e forti, allora l’edificio sarà stabile e potrà essere costruito alto. Altrimenti, collasserà sul suo stesso peso, prima o poi”. Questa non è una prerogativa del karate: anche i professionisti dell’NBA praticano  dribbling, passaggi, tiri liberi e tiri al volo durante ogni seduta di allenamento. Quelli sono i loro fondamentali, e li praticano costantemente per mantenere e migliorare le qualità tecniche, ben più complesse, necessarie in una partita di basket. Pertanto, abbiamo passato un bel po’ di tempo allenando il sonoba tsuki, il sonoba keri e il sonoba uke, concentrandoci su hikite, hikiashi, rotazione delle anche, flessione delle ginocchia, retroflessione del bacino ed equilibrio. Ed è stato davvero sorprendente, per me, realizzare quante delle cose che davo per scontate, invece, non lo sono affatto.

Seguendo la stessa impostazione, Danubio sensei ha insistito molto sugli Ido Kihon del programma Wado-Kai (junzuki, gyakutsuki, kette junzuki, kette gyakuzuki, junzuki no tsukkomi, Gyakuzuki no tsukkomi, kette junzuki no tsukkomi, kette gyakutsuky no tsukkomi, tobikomi tsuki, nagashi tsuki) e sui Kata Pinan. Ovviamente, nel corso dei tre giorni, abbiamo praticato anche qualche kata superiore, ma il focus è sempre rimasto sui fondamentali e sui Kata Pinan. E al riguardo qualche parola voglio spenderla.

Molte delle cinture nere che conosco sono alla costante ricerca di nuove tecniche da imparare e, di solito, si mostrano interessate alla pratica dei soli kata superiori. Non sto criticando questa attitudine né intendo dire che sia sbagliata: è giusto che ciascuno pratichi quel che preferisce, come preferisce. Ma pensiamo un attimo a qual è il compito di un maestro di karate e a quali sono le cose che deve insegnare ai suoi allievi per far sì che diventino dei solidi karateka. Pensiamo da cosa dipende la qualità dell’edificio del karate dei suoi studenti. E inevitabilmente saremo costretti ad ammettere che un seminario dedicato ai soli istruttori, paradossalmente, dovrebbe occuparsi soprattutto dei fondamentali.

Ma progettando questo seminario il maestro Danubio non si è limitato a questo. Infatti, lo ha impostato come un’opportunità di confronto e condivisione, coinvolgendo attivamente i partecipanti. Tutti noi, a turno, siamo stati chiamati ad esprimere il nostro punto di vista su una tecnica, una spiegazione, un’interpretazione e così via. Fatto che ha reso il seminario ancora più interessante e coinvolgente.

“Se praticate da venti o trent’anni e non siete maestri, be’, allora nel vostro karate c’è qualcosa che non va”, ci ha detto Danubio durante una pausa. “Avere degli allievi è importante, perché è la nostra opportunità di restituire quello che a suo tempo abbiamo ricevuto dai nostri maestri. È la nostra occasione per contribuire alla tradizione. Perché tradizione non significa diventare una copia del nostro maestro. Tradizione è camminare sul sentiero, ma anche proseguire sul sentiero, andare più avanti. Questo è il nostro dovere. Ed è importante farlo attraverso la pratica e i fatti, non solo a parole. È così che funziona, il Budo”.

Quando sono ripartito, alla fine del terzo giorno, ero carico di tanta roba nuova (e fortunatamente non era roba che necessitasse di un’ulteriore valigia). Mi sono portato a casa nuova consapevolezza, nuove conoscenze, nuove interpretazioni, nuove applicazioni, nuovi esercizi. Ma soprattutto, nuovo desiderio. Desiderio di tornare allo studio, alla pratica, allo spirito del Budo. Desiderio di tornare dai miei allievi e condividere tutto questo con loro.

Grazie, Danubio sensei. Davvero un buon lavoro, come al solito. Ci vediamo al prossimo seminario.

 

La delegazione italiana al Seminario Internazionale di Wado-Kai Karate per soli Istruttori con Roberto Danubio sensei, 7° dan JKF Wadokai – Dublino, 29 settembre – 1 ottobre 2017

1° Open Day di Karate tradizionale

Il 1° Open Day della stagione marziale 2017/18 si è svolto sabato 2 settembre dalle 11.00 alle 13.00. L’ingresso e la partecipazione erano liberi e aperti a tutti: bambini (da cinque-sei anni in su), ragazzi e adulti di tutte le età.

In qualità di insegnante tecnico WKSI – Wado-Kai Karate-do Shin-Gi-Tai Italia, branch italiano della Japan Karate-do Federation Wado-Kai, di responsabile del dojo Wado Waza Karate e di semplice appassionato di questa nostra bellissima disciplina, ringrazio di cuore le tante persone (più di trenta, tra accompagnatori e partecipanti attivi) che ci hanno onorato con la loro presenza, dedicandoci quasi tre preziosissime ore del sabato mattina.

L’incontro – che aveva lo scopo di presentare il corso di Karate tradizionale Wado-ryu, illustrarne i principî e gli obiettivi coerentemente al più ampio contesto delle arti marziali giapponesi che aderiscono, come il Karate tradizionale, allo Statuto del Budo – si è svolto in due parti: la prima, teorica, e la seconda, invece, decisamente pratica. Nella prima parte abbiamo raccontato la nostra visione dell’arte marziale, dei suoi aspetti fisici, mentali e spirituali, illustrando il nostro metodo d’insegnamento aiutandoci con le immagini di una presentazione video; nella seconda, ci siamo dati da fare sul tatami.

Dopo un breve riscaldamento, un po’ di stretching e qualche esercizio preliminare, con l’aiuto di Marco De Astis, insegnante tecnico e responsabile nazionale Karate Integrato della WKSI, e delle cinture nere Marco Sabatini, Giovanni Ambrogioni ed Elisa Testa, abbiamo diviso i partecipanti in due gruppi. I bambini da 8 – 9 anni in su, i ragazzi e gli adulti sono stati avviati allo studio di alcune tecniche di base del Karate, mentre i “pulcini” da 5 a 7 anni sono stati coinvolti in giochi di attivazione psicomotoria che miravano a far loro comprendere in modo ludico i principî dinamici dell’arte marziale.

Alla fine, dopo i ringraziamenti, abbiamo consegnato a tutti i partecipanti un piccolo omaggio, a ricordo di questa magnifica giornata all’insegna del Karate, dello spirito del Budo e della voglia di stare assieme, che vale anche come simbolo della gratitudine del dojo Wado Waza nei confronti di quelle belle persone – umini, donne, ragazze, ragazzi, bambine e bambini – che ci hanno voluto regalare la loro attenzione e la loro voglia di mettersi in gioco.

Ci vediamo al prossimo Open Day. Stay tuned.

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Karate, Budo e razzismo

Sembra che il primo maestro a portare il Karate in Occidente sia stato l’eroe della guerra sino-giapponese Kentsu Yabu, che iniziò a insegnare agli immigrati giapponesi prima a Los Angeles e poi nelle Hawaii fin dagli anni ’20. “Durante gli anni Venti e Trenta”, scrive John Stevens nel suo libro I maestri del Budo, “gli immigrati giapponesi, sempre più soggetti agli attacchi ingiustificati dei razzisti, erano ben desiderosi di imparare judo e karate”. Fu così che un ex militare di quello che era forse l’esercito più nazionalista del mondo si ritrovò (nella condizione di immigrato) a insegnare ai suoi connazionali (anch’essi immigrati) il modo di difendersi dall’intolleranza nazionalista, razzista e xenofoba di una parte degli abitanti della terra straniera che avevano scelto come loro nuova casa.

Gichin Funakoshi, il grande maestro okinawense che ha diffuso e – di fatto – fondato il Karate moderno, ispirato e consigliato da Jigoro Kano, a sua volta ideatore del Judo, si adoperò per trasformare quella che era stata l’arte di Okinawa in una disciplina universale, facendola aderire al nuovo concetto di Budo elaborato dallo stesso Kano: non più semplice jutsu, che significa tecnica, ma do, che significa via, cammino, stile di vita. Così, inspirato da un celebre racconto zen, cambiò il nome della sua arte, che, da mano cinese, divenne mano vuota. Funakoshi stesso, nel suo libro Karate-do, spiegò il senso di quella decisione: come non si può riempire una tazza già colma, così non si può apprendere il Karate senza prima svuotare la propria mente e le proprie mani (l’ideogramma te, mano in giapponese, simboleggia l’attività, il fare) da egoismo, rabbia, malvagità e disonestà.

Morihei Ueshiba, l’uomo che in un certo senso rese compiuta la trasformazione, avviata da Jigoro Kano, del Bujutsu in Budo, era un fervente studioso della religione filosofica chiamata Omoto-kyo. Secondo questa dottrina, lo scopo dell’uomo retto è quello di trasformare tutte le azioni quotidiane in arte, attraverso una costante ricerca della perfezione formale e interiore guidata da rettitudine, fratellanza e benevolenza. Sosteneva che le molte religioni esistenti provengono da un’unica fonte e che tutte le nazioni del mondo, progressivamente, si riuniranno. Il compito del Budoka e di ogni maestro del Budo è, appunto, favorire questo processo di progressiva ricomposizione tra popoli e culture.

Hironori Otsuka, il creatore del Wado-ryu, nel suo libro sul Karate-do scrive: “Colui che ama veramente se stesso saprà amare anche gli altri. Se nella società non esiste la felicità per tutti non esisterà nemmeno per il singolo individuo. Le capacità, elevate attraverso la pratica dell’arte marziale, come la virtù, i sentimenti coltivati, lo spirito infrangibile e il vigore fisico, sono il motore che porta all’accelerazione della pace e dell’armonia, che è l’idea fondamentale del Budo”. Otsuka parla anche di “pugno giusto” e lo identifica con l’essenza stessa del Karate-do. “L’impiego corretto del pugno”, spiega, “ovvero il cammino del Karate, deve essere realizzato con mente onesta, giusta. Se la mente non è retta, cadrà inevitabilmente nel pugno illecito”, che è l’esatto opposto del Karate e del Budo. È violenza.

Queste sono le fondamenta del Karate-do. Le radici con cui l’albero universale del Budo attinge le sue sostanze nutritive: armonia, rispetto, benevolenza, rettitudine, umanità, pace.

Per questo, constatare quanti cosiddetti maestri di Karate sui social media indulgano, spesso e volentieri, in espressioni di xenofobia, intolleranza e razzismo, è un fatto particolarmente doloroso. Queste persone, insegnando il Karate, svolgono un importante ruolo educativo nei confronti soprattutto dei più giovani. Un ruolo che rischia facilmente di diventare diseducativo, se condotto senza rettitudine.

Un maestro di Karate che pubblica contenuti di carattere violento, intollerante e divisivo, alimentando i sentimenti più bassi e meschini come la rabbia discriminatoria, il risentimento verso i meno fortunati e l’odio su base etnica, razziale o nazionale non solo tradisce i più elementari valori umani sanciti nella Dichiarazione Universale ma le stesse fondamenta del Karate-do e, di fatto, pone se stesso nel territorio fangoso e maleodorante del pugno illecito e della violenza.

Mi chiedo se non sia il caso che le varie organizzazioni di Karate intervengano.

In Italia il Coni, nelle sue espressioni regionali, sta cominciando ad avviare alcune campagne contro il razzismo. Mi piacerebbe che queste iniziative, che non hanno ancora avuto il risalto e la diffusione che meritano, fossero subito condivise e abbracciate dalla Fijlkam, la federazione di Judo, Karate, Lotta e Arti Marziali riconosciuta dal Comitato Olimpico nazionale. Con l’impulso della Fijlkam, immagino che anche gli Enti di Promozione Sportiva riconosciuti dal Coni, che qui e là qualcosina già fanno, darebbero un contributo ancora maggiore a quella che deve diventare una vera e propria battaglia culturale contro la disumanità e i disvalori sportivi e marziali.

Ma le campagne di sensibilizzazione, pur importanti, da sole non bastano. Un insegnante di Karate è un punto di riferimento per i suoi allievi. Un punto di riferimento non solo tecnico e sportivo, ma anche umano ed etico, specie nella pratica tradizionale. Credo pertanto che questi atteggiamenti non debbano essere tollerati ulteriormente e che, nello statuto e nei regolamenti di ogni federazione, di ogni ente di promozione e di ogni associazione sportiva, dovrebbe essere sancita l’incompatibilità tra insegnamento e razzismo. Anche prevedendo sanzioni come la sospensione, l’annullamento di gradi o qualifiche e l’espulsione.

E vorrei tanto sapere perché – e con quali argomentazioni – tutto questo, vista l’aria che tira, non viene ancora fatto.

Karate Wado-ryu per i bambini iperattivi

La pratica del karate è terapeutica per i bambini iperattivi o con disturbi del comportamento. È quanto emerge da una ricerca pubblicata su “International Journal of Offender Therapy and Comparative Criminology”, condotta su 16 bambini di età compresa tra gli otto e dieci anni, con diagnosi di disturbo oppositivo-provocatorio (tendenza persistente a sfidare e provocare gli adulti e a mostrarsi irritabile, arrabbiato, dispettoso o vendicativo).

I bambini sono stati divisi in due gruppi da otto: un gruppo non ha ricevuto nessun trattamento, mentre gli altri otto bambini sono stati inseriti in un corso di karate (stile Wado-ryu) insieme con altri coetanei per un periodo di dieci mesi. Risultato: nei bambini che hanno praticato il karate è stato osservato un significativo miglioramento per quanto riguarda l’intensità, l’adattabilità e la capacità di regolazione dei propri stati emotivi.

WW-babie-1Secondo gli autori dello studio la pratica del karate può essere una valida risorsa terapeutica per diverse problematiche dell’età dello sviluppo e dell’adolescenza, come i disturbi del comportamento, l’aggressività, il disturbo da deficit dell’attenzione con iperattività (ADHD), l’autismo, la fobia sociale e le sindromi ansioso-depressive. Per Gloria Dal Forno, neurologa presso il Medical College of Wisconsin, l’efficacia del karate sui disturbi del comportamento, dell’attenzione e della concentrazione è espressione della capacità dell’arte marziale di influire sulla plasticità del sistema nervoso.

Il karate, originario dell’isola di Okinawa e influenzato dal kempo cinese, viene diffuso nel resto del Giappone (e poi in tutto il mondo) negli anni venti del secolo scorso dal maestro Gichin Funakoshi, che lo concepiva come sistema di disciplina interiore. Il nome dell’arte marziale significa “mano vuota”; il termine “kara” (vuoto) sta a indicare anche che il praticante del karate dovrebbe svuotare la propria mente da orgoglio, vanità, paura e desiderio di sopraffazione. Lo stile Wado-ryu fu fondato dal maestro Otsuka.

(Tratto da Mente&Cervello n° 35, Novembre 2007)

Wado Summercamp di Danubio: il sentiero del Budo

Di solito pensiamo a un sentiero o a una strada come a qualcosa di utile a portarci da una parte a un’altra. Quando devi andare in qualche posto cominci a camminare sulla via per raggiungerlo e quando ci arrivi, semplicemente, smetti di camminare. Molto semplice. Molto logico. Ma ho imparato che quando parliamo della via del karate, quando parliamo della parola giapponese “Do”, l’idea comune di strada rischia davvero di portarci fuori strada.

Seiza rei all'inizio dell'allenamento mattutino

L’ho capito partecipando al Wado-Kai Summercamp del 2017, tenuto dal maestro Roberto Danubio, da domenica 9 a venerdì 14 luglio nella località di Filzbach, in Svizzera. Era la mia seconda volta: c’ero già stato nel 2016 e, come potete leggere qui, fu un’autentica rivoluzione per me e per il mio karate. Perciò non pensavo che stavolta sarebbe stato altrettanto scioccante, perché quantomeno sapevo cosa dovevo aspettarmi. Ma, a quanto pare, non si può partecipare a quel seminario di una settimana senza uscirne in qualche modo trasformati. Neanche la seconda volta e, probabilmente, nemmeno le successive.

La cerimonia tradizionale di pulizia del tatami

Eppure il programma del Summercamp è sempre lo stesso: sveglia alle 6:30 per fare colazione tra le 7:00 e le 8:00. Alle 9 in punto dovevamo essere sul tatami per la tradizionale pulizia del pavimento. Non importa quale cintura o grado avessimo: che fossimo imberbi principianti, mature cinture nere o attempati maestri, tutti dovevamo immergere lo straccio nell’acqua con le nude mani, strizzarlo per bene e darci dentro nella pulizia. Sareste sorpresi nel sapere quale senso di pace e soddisfazione si riesce a cavare da questo piccolo gesto di cura per il dojo, per gli altri e per se stessi. Una volta finito il nostro dovere potevamo dedicarci a qualche esercizio di riscaldamento individuale. L’allenamento di karate vero e proprio cominciava alle 9:30. Di solito, la mattina lavoravamo sui kihon e sui kata per un paio d’ore per poi lasciare il tatami e fare una doccia veloce prima del pranzo, visto che veniva servito alle 12:15. Dopodiché, avevamo giusto il tempo di riposare un pochino prima di ricominciare con l’allenamento pomeridiano, tre ore e mezza dedicate principalmente allo studio dei kata e dei kumite. Alle 18:30 facevamo una cena abbondante e da lì in avanti avevamo finalmente l’opportunità di fare quattro chiacchiere in totale relax (e ogni sera si rivelava divertente e interessante, visto che al Summercamp di Danubio partecipano persone provenienti da ogni parte del mondo, come islandesi, finlandesi, statunitensi, tedeschi, italiani e, ovviamente, svizzeri).

Roberto Danubio sensei spiega un kihon kumite

Raccontato così, può sembrare duro ma, in qualche modo, rassicurante nella sua invariabile routine. Ma la verità è che questo schema ha a che fare con la costanza, e la costanza, a pensarci bene, è davvero lontana dall’essere rassicurante. Costanza significa che devi continuare a camminare anche se credi di aver già raggiunto il tuo obiettivo e la tua destinazione. Cosa che può apparire insesata a chiunque pensi che un sentiero sia fatto per portarti da una parte all’altra. E indubbiamente la maggior parte dei sentieri funziona così. Ma non il sentiero del karate. Non il sentiero del Budo.

Avevamo appena terminato un faticoso lavoro sulle forme dei tantodori quando Roberto Danubio cominciò a parlarci. Stava in piedi, al centro del dojo, e ci aveva fatto segno di avvicinarci.

La bellezza e la forza delle donne del Wadokai Summercamp

“Non puoi fare Budo il martedì e il giovedì dalle 18:00 alle 20:00”, ci ha detto. “Se fai Budo, lo fai tutti i tuoi giorni, a tutte le ore. Questo è il vero significato della frase: il karate è un viaggio che dura tutta la vita. Non significa soltanto che devi allenarti ogni settimana per tutta la vita. Significa che se vuoi davvero camminare sul sentiero devi abbracciarlo, incarnarlo e percorrerlo per tutto il tempo della tua vita, e tutto il tempo della tua vita significa ogni singolo minuto”.

Non so per quale motivo abbia voluto dirci queste parole. Forse è preoccupato per l’attuale situazione del karate tradizionale o forse aveva notato in noi, o in qualcuno di noi, qualche segno di inconsistenza marziale e spirituale, oltre che tecnica. Ma qualunque fosse la ragione, queste parole mi hanno fatto riflettere.

Io e la bellissima famiglia Danubio

Spesso penso al mio percorso nel karate come a una serie di obiettivi, cose da spuntare sulla mia check-list. Avanzamenti di grado, diplomi, qualifiche tecniche, seminari, corsi di aggiornamento, nuove tecniche, nuovi kata, nuove gare e competizioni. Somigliano tutte a destinazioni e ciascuna di esse è una specie di posto dove andare. A vederla così, il viaggio nel karate finisce per ridursi a una specie di gita turistica. Scattarsi un selfie dalla Torre Eiffel: fatto. Gettare una monetina nella Fontana di Trevi: fatto. Fare snorkeling nel Mar Rosso: fatto. Roba che fai una volta o al massimo due in tutta una vita. Allo stesso modo, potresti pensare: “Primo dan: raggiunto. Cosa c’è dopo?” oppure “Summercamp Wadokai in Svizzera: ci ho già partecipato. Che si fa, poi?”. La risposta che Danubio indirettamente mi ha suggerito è la seguente: “Dopo c’è la stessa cosa. Dopo si fa che devi continuare a camminare sul sentiero. Continuare a studiare per il primo dan anche se hai già raggiunto il quinto. Continuare a partecipare ai seminari a cui hai già partecipato. Il vero obiettivo è percorrere costantemente il sentiero. Gli altri obiettivi sono solo apparenti”.

La veduta da una delle stanze in cui eravamo sistemati

Questa è stata la mia semplice intuizione. A voi potrà pure sembrare banale, ma per me è stata sconcertante. Ogni volta che vado al Karate Summercamp di Roberto Danubio ne ritorno cambiato. Torno a casa con un karate migliore di quello con cui sono partito – su questo non c’è dubbio – ma anche con un’attitudine più forte e con una più ampia consapevolezza. Certo, ci siamo allenati un sacco e ho imparato o migliorato dozzine di tecniche come i tantodori, i kumitegata, esercizi di coppia, variazioni e nuovi dettagli nei kata e nei kihon kimite. Ma non posso spuntare nessuna di queste cose dalla mia check-list. Non posso dire “fatta” ma soltanto “la sto facendo”, non l’ho imparata” ma la sto imparando”. E spero di non smettere mai di poter dire che le sto facendo e imparando.

Non so cosa ne pensiate voi, ma il prossimo anno io sarò di nuovo al Summercamp di Roberto Danubio in Svizzera. E non vedo l’ora di incontrarvi tutti là. Credetemi: non ve ne pentirete.

E il Summercamp del 2018 è già in preparazione!

 

Wado: l’armonia possibile tra tradizione e sport

Lo scorso 17 dicembre 2016, a Roma, si è svolto un seminario di stile Wado-ryu voluto e organizzato dal Comitato Lazio Karate FIJLKAM (Federazione Italiana Judo Lotta Karate Arti Marziali) rivolto agli atleti e ai tecnici della stessa Federazione e degli Enti di Promozione sportiva convenzionati. La WKSI Wadokai Karatedo Shin-Gi-Tai Italia, il branch ufficiale della JKF Wadokai nel nostro paese, è stata chiamata a dare il suo contributo tramite il M° Maurizio Paradisi che, insieme al M° Tiziano Giannone ha guidato le tre ore di studio e allenamento. La WKSI, grazie alla tutorship del M° Roberto Danubio, 7° dan JKF Wadokai, presidente e capo istruttore del Wado Svizzero, promuove lo studio e la preservazione dello stile tradizionale. Si è trattato, se nessuno mi dimostra il contrario, di una prima assoluta, per un seminario di karate tradizionale di stile, in seno alla FIJLKAM.

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1° Seminario Stile Wado-ryu organizzato dal Comitato Lazio Karate FIJLKAM

Due sono le cose notevoli, al riguardo. La prima è che il Wado-ryu, poco diffuso al di fuori del Lazio (e forse del Veneto), poco scenografico e per questo giudicato inadatto alle competizioni sportive di kata, all’interno della Federazione finora non aveva mai goduto, per usare un eufemismo, di grande considerazione. Inoltre, dei tre maestri giapponesi che Otsuka ci aveva inviato, Yamashita è rimasto troppo poco, Yoshioka si è prima eclissato, poi è tornato per fondare un proprio stile e Toyama, nella seconda metà degli anni ’80, se n’è volato in Giappone a occuparsi d’altro. In questo modo, complice anche la scissione avvenuta alla morte di Otsuka, senza una guida sufficientemente autorevole il livello tecnico generale di questo stile, nel nostro paese, si è progressivamente impoverito e diversificato.

La seconda è che, fino a questo momento, non solo il Wado-ryu, ma più in generale gli stili riconosciuti dalla World Karate Federation (che, oltre al Wado, sono Shotokan, Shito-ryu e Goju-ryu), non avevano mai ottenuto spazi e occasioni di lavoro specifico sul Karate tradizionale. Dal mio punto di vista, questa iniziativa segna un vero e proprio punto di svolta che, se confermato nel tempo ed esteso nello spazio, potrebbe portare nuova linfa vitale a tutto il Karate italiano.

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Cinzia Colaiacomo Sensei (7° dan e Vice Presidente CR Lazio FIJLKAM) con Marco De Astis (tecnico WKSI – JKF Wadokai)

Questo punto di svolta è reso possibile dall’intelligenza e dalla lungimiranza della Vice Presidente del Comitato Regionale Lazio, il M° Cinzia Colaiacomo, cui di recente è stato assegnato il 7° dan. Medaglia d’oro, d’argento e di bronzo ai campionati europei e quattro volte sul podio ai campionati mondiali, con due argento e due bronzo, Cinzia Colaiacomo di Karate se ne intende. Nello specifico, s’intende anche di Wado, lo stile con cui aveva iniziato il suo cammino nel Karate prima di approdare allo Shito-ryu, in tempi non poi così lontani negli anni, ma assai diversi da quelli che viviamo oggi. Il M° Colaiacomo, infatti, è riuscita ad eccellere nelle competizioni internazionali in un periodo (gli anni ’90) in cui nei dojo la distinzione tra karate tradizionale e sport karate non era ancora netta come oggi e la pratica sportiva non interferiva, anzi, lavorava di concerto, con la pratica marziale (sulla quale si fondava). Tempi gloriosi in cui sport e Budo viaggiavano ancora assieme.

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La WKSI, ramo ufficiale della JKF Wadokai

Del resto, quella era la strada immaginata dai grandi maestri, soprattutto nel Wado-ryu. “Dubito che lo sport serva solo a incrementare la forza muscolare”, scriveva nel 1970 Hironori Otsuka nel suo Karatedo Vol. 1 (che purtroppo, malgrado le promesse, non fu mai seguito dal Vol. 2). “Nei fatti”, prosegue, “lo sport coltiva le facoltà fisiche come quelle mentali. Attraverso l’azione, sia l’arte marziale sia lo sport mirano allo sviluppo dello spirito, dell’intelletto e del giudizio, per forgiare un migliore essere umano. Per questo credo che la mentalità marziale e quella sportiva, in fondo, siano identiche: condividono gli stessi propositi e gli stessi obiettivi”. Su queste basi, il fondatore del Wado, la Via dell’Armonia, ricercava un punto d’incontro tra l’approccio orientale e quello occidentale per poterli unire e, appunto, armonizzare.

Nel 1970 il mondo, non c’è dubbio, era molto diverso. Alle Olimpiadi gareggiavano soltanto i dilettanti (l’accesso ai professionisti era negato proprio da quello che, all’epoca, era chiamato spirito sportivo) e, più in generale, la pratica sportiva, ancora lontana dall’odierna professionalizzazione di massa, era strettamente legata ai valori decoubertiani: uno strumento di crescita, miglioramento ed emancipazione personale e sociale, un modo per sviluppare e alimentare i valori della correttezza, della lealtà e della fratellanza tra individui e popoli. Non sorprende che Otsuka vedesse nello sport occidentale lo stesso spirito del Budo come lui lo concepiva.

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Hironori Otsuka, fondatore del Wado-ryu

Già negli anni ’30, in contrasto con Gichin Funakoshi, Otsuka aveva gettato le basi di quello che oggi chiamiamo sport karate. Pensava che lo sport avrebbe aiutato a diffondere il karate in occidente e trasmise questa convinzione ai suoi allievi migliori. Shingo Ohgami, 8° dan JKF Wadokai, nel suo libro “Introduction to Karate” elenca quattro motivazioni per praticare il Karate: il benessere fisico (fitness), la pratica sportiva (incluse le competizioni), la difesa personale e l’arte marziale. Yutaka Toyama, nel suo libro Karatedo Wadoryu, scrive: “La diffusione e le adesioni che si ottengono [dallo sport karate] compiono un’opera altamente sociale. Lo scopo sarà sempre quello di estendere la conoscenza del karate a tutte le sue componenti, iniziando col praticarlo come sport per arrivare poi all’arte marziale”.

E anche se il mondo dello sport oggi appare profondamente mutato, anche se il suo spirito originario sembra sempre più appannato dalla commistione col business e dall’apparente indebolimento dei suoi valori originari, le ragioni che inducevano Otsuka, Ohgami e Toyama a promuovere la via dell’armonia tra Karate tradizionale e sport restano ancora valide. L’armonia è una forma di equilibrio dinamico in cui tutte le parti godono di un proprio spazio, senza prevaricare le altre ma anche senza esserne prevaricate. Negli ultimi due decenni il mondo del karate italiano ha invece vissuto nel disequilibrio. Il fatto che la FIJLKAM sia una federazione sportiva nell’ambito del CONI, che giustamente si occupa di sport e di competizioni, non giustifica questo stato di cose: una ipotetica federazione ortofrutticola che si preoccupasse solo dei frutti trascurandone gli alberi (radici, tronco, rami, foglie) non avrebbe più, nel giro di qualche tempo, alcun frutto di cui preoccuparsi, se capite ciò che intendo.

In questo senso, il seminario del 17 dicembre dimostra che nella Federazione ci sono maestri e dirigenti che riconoscono l’importanza del lavoro sugli stili e comprendono che quello sportivo è solo uno degli aspetti possibili del karate. Potremmo dire, riprendendo la metafora, che è un frutto dell’albero del karate. Spero che questa visione diventi presto maggioritaria all’interno della Federazione e che l’esempio di Cinzia Colaiacomo Sensei e del Comitato Lazio Karate venga presto seguito dall’intero corpo vivo e pulsante della FIJLKAM. Il karate italiano non potrebbe che giovarsene.

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