Cobra Kai: Karate Kid è tornato!

C’è stato un film, negli anni ’80, che ci ha fatto tutti innamorare (o rinnamorare) del karate. Sto parlando di Karate kid – Per vincere domani di John G. Avildsen (lo stesso regista del primo Rocky) con Ralph MacchioWilliam Zabka ed Elisabeth Shue. Racconta la storia di un diciassettenne un po’ sfigato (e bullizzato) che, grazie al karate e all’amicizia con un anziano tuttofare giapponese, riesce a riscattarsi vincendo ogni avversità, avviandosi verso quell’equilibrio esistenziale che, nelle narrazioni, segna la fine dell’adolescenza e l’inizio dell’età adulta.

Sono passati trentaquattro anni dall’uscita di questo film e molte cose sono cambiate. Quando lo vidi, nel 1984, del karate ero già cotto da tempo. Quell’estate, verso la fine di giugno, avevo sostenuto l’esame di cintura nera all’Honbu Dojo di Roma, di fronte al maestro Yutaka Toyama, e appena due settimane dopo, al costo di un solo biglietto, ero andato al cinema del paese allo spettacolo delle 15.30 e ne ero uscito alle 21.30, dopo tre proiezioni filate.

Quelli erano tempi in cui il karate era considerato una delle cose più fighe in circolazione. Venivamo dagli anni ’70, un periodo in cui le palestre di arti marziali, grazie all’effetto Bruce Lee (i cui film spopolavano al cinema e in tv) erano stracolme di bambini, adolescenti e adulti. La storia edificante di Daniel LaRusso e il maestro Miyagi e della loro rivalità con il Cobra Kai, un dojo guidato da un brutale sensei senza etica, contribuì a dare nuovo vigore all’immagine del karate in un periodo in cui, se posso dire così, le arti marziali stavano cominciando a passare di moda. Ma durò poco.

Oggi, inutile girarci intorno, per la maggior parte della gente il karate non è più figo come allora. Ci sono sport da combattimento in cui non serve mettersi quel pigiamino bianco. In cui, dal primo giorno, t’infilano le mani nei guantoni e ti fanno malmenare (è il caso di dirlo) un sacco da boxe, invece di perdere tempo con le varie posizioni e i kata. Nell’epoca dei Tweet e delle dirette Instagram, una disciplina che necessita di anni, anzi decenni di pratica e duro lavoro, viene vista quantomeno con sospetto.

Chissà però che le cose non stiano di nuovo per cambiare. Da qualche mese, negli Stati Uniti, sta spopolando una nuova serie. S’intitola Cobra Kai e no, non è un caso di omonimia: si tratta proprio del malefico dojo di Karate Kid, il dojo di Johnny Lawrence, l’eterno rivale di Daniel LaRusso, il belloccio biondo che lo bullizzava. Solo che stavolta non è poi tanto malefico, né lui né il dojo. Forse non lo sono mai stati.

Questo serial-sequel di Karate Kid, “la serie evento del 2018”, com’è stata enfaticamente annunciata da YouTube (che la produce), ha totalizzato ascolti record: la prima puntata è stata vista da oltre 50 milioni di spettatori e negli Stati Uniti sta dando vita a un vero e proprio revival del karate tradizionale (Old School Karate, come lo chiamano gli stessi protagonisti nella serie).

La narrazione riprende a distanza di trentaquattro anni dal match in cui LaRusso aveva sconfitto Lawrence. La vita dei due protagonisti è molto cambiata e, in un certo senso, i loro ruoli si sono invertiti. Johnny è un uomo sconfitto dalla vita, mentre Daniel è un imprenditore di successo. Due caratteri antitetici: più diversi e distanti di così non potrebbero essere. Ma sia l’uno che l’altro hanno perso qualcosa, forse il loro equilibrio, e saranno costretti a rimettersi in gioco per ritrovarlo percorrendo l’unica via che amano veramente percorrere: quella del karate.

Sono dieci puntate, per ora disponibili soltanto in inglese (cercando, si trovano i sottotitoli in italiano). Ma non preoccupatevi: non ho alcuna intenzione di anticiparvi più di quanto non abbia già fatto. Voglio solo dirvi che, se amate il karate e se avete apprezzato il primo film, dovete fare in modo di guardarvela tutta. Se invece non avete mai considerato il karate come qualcosa di vivo, attuale e interessante e il primo Karate Kid non l’avete mai sentito nemmeno nominare, be’, credeteci o no, Cobra Kai potrebbe farvi cambiare idea su due o tre cose.

E chissà. Magari, dopo averlo visto, potreste pure sorprendervi a varcare la soglia di un vero dojo per scoprire che nel karate, what you see is not what you get, quello che vedi non è quel che più importa, che il pigiamino non è soltanto un pigiamino, che il kata non è una coreografia ma qualcosa di vivo e profondo e che, per dirla con Daniel LaRusso, “non è solo questione di calci e pugni. È questione di equilibrio”.

Ecco il trailer ufficiale. Cobra Kai Never Dies!