Shu-ha-ri: l’armonia tra forma e sostanza

Il rapporto tra forma e sostanza, tra kata e kumite, è spesso dibattuto dai praticanti di arti marziali. Che puntualmente si dividono tra chi è pronto a giurare e spergiurare sull’utilità o l’inutilità della prima in funzione della seconda. Per come la vedo io, queste discussioni dimostrano solo quanto sia minoritaria, in questo ambiente, la propensione al pensiero speculativo e alla pratica Zen, nonostante sia strettamente correlata al Budo e alle arti marziali orientali, specie quelle giapponesi.

Ma non dobbiamo necessariamente arrivare fino in Giappone, per trovare esempi del rapporto che sussiste tra forma e sostanza. Un rapporto che, per inciso, è alla base di tutto il pensiero occidentale, da Parmenide in poi.

Il vasaio prende la sostanza (e in particolare, ciò che c’è di più materico: la terra, l’argilla) e le conferisce una forma, e quella forma è il vaso. Grazie all’artigiano, la terra adesso non è più soltanto argilla, ma qualcosa che esce dal mero dominio della natura per entrare nel dominio della cultura: grazie alla forma che ora ha acquisito, l’argilla diventa, cioè, uno strumento, diventa utile a uno scopo ed esprime un senso, una funzione.

Per adempiere a questa sua funzione non importa che il vaso sia rifinito e decorato. Può benissimo non esserlo. Ma il vasaio lo stesso ne affina la forma, ne piega l’esigenza funzionale alla ricerca di un compromesso, un equilibrio con l’altrettanto fondamentale bisogno estetico. Lo decora disegnando, incidendo e dipingendo, nell’incessante tentativo di coglierne la vera essenza, l’idea di vaso che egli ha in mente. Un filosofo direbbe che il vasaio tenta di produrre il vaso “in sé e per sé”. Ovvero, che ne ricerca la “vera sostanza”, ciò che in esso c’è di saldo, esatto, immutabile. E, in questo processo, partendo dalla sostanza fisica e passando per la forma, il vasaio torna infine alla sostanza (ma una sostanza spirituale, più profonda, più vera) creando qualcosa di unico e irripetibile. Ecco che il vaso, già nel campo dell’utilità, varca infine un secondo confine per entrare nel ben più rarefatto e misterioso dominio della bellezza.

Questo è il modo in cui, personalmente, interpreto il concetto giapponese di Shu-ha-ri. Shu è l’obbedienza alla legge della natura imposta dalla nuda materia (imitazione). Ha è il primo stadio di dominio sulla materia, che ci permette di trasformarla (trans, “oltre” + formare, “dare forma”) per uno scopo e un’utilità specifici (applicazione). Ri è la trascendenza che riconduce a una più profonda sostanza: l’arte di andare oltre materia e utilità, aspirando alla bellezza e tendendo a un’ideale perfezione (espressione dello spirito attraverso la tecnica).

Non ha senso discutere della presunta supremazia della sostanza sulla forma o viceversa. Sono due aspetti complementari dello stesso processo di crescita e conoscenza che si rincorrono vicendevolmente, a un livello sempre più sottile, come lo Yin e lo Yang nel Taijitu. Più studi, più pratichi, più ti rendi conto che, volenti o nolenti, non c’è realtà nell’una se non ce n’è anche nell’altra.

Cobra Kai colpisce per primo, colpisce forte, senza pietà. Su Netflix

Un paio d’anni fa avevamo già parlato di Cobra Kai in questo articolo. All’epoca, questa serie televisiva stava già spopolando negli Stati Uniti, dando vita a una vera e propria Cobramania. Poiché era disponibile soltanto in lingua originale (inglese) su YouTube Premium (il servizio a pagamento di YouTube, che da queste parti non riesce a decollare), in Italia solo in pochi la stavamo seguendo. Ma adesso è successo quello che in molti speravano. Johnny Lawrence e i suoi ragazzi hanno colpito per primi, hanno colpito forte, senza pietà. Sono sbarcati su Netflix e stanno per mettere al tappeto milioni di spettatori con le prime due stagioni doppiate in italiano, e una terza – che si preannuncia ricca di sorprese e colpi di scena – già pronta per andare in onda, pare, entro la fine dell’anno o all’inizio del 2021.

La forza di Cobra Kai è che non si limita a strizzare l’occhio ai nostalgici di Karate Kid e degli anni ’80. E non mira nemmeno a compiacere i (pochi) sopravvissuti dell’era dei film e dei telefilm dedicati alle arti marziali. Questa serie, pensata e scritta con intelligenza e sapienza narrativa, tiene insieme tante storie e altrettanti temi che, come Daniel LaRusso e Johnny Lawrence, si sfidano, si combattono senza esclusione di colpi ma che, sotto sotto, si somigliano più di quanto non siamo disposti ad ammettere: la routine e la disillusione che spesso si accompagnano alla raggiunta maturità contro l’incapacità di superare l’adolescenza e diventare adulti; la fedeltà alla tradizione e alle proprie radici contro la voglia di cambiare, emanciparsi e mettersi tutto alle spalle; il conformismo spacciato per moralità contro l’immoralità necessaria di chi non riesce a conformarsi; le scaramucce tra adolescenti contro le faide familiari di un mondo di adulti che, in fondo in fondo, tanto adulti poi non sono; la spietatezza della vita e dei modelli sociali contro la farsa in cui finisce inevitabilmente per trasformarsi la vita quando si adegua a quegli stessi modelli.

Sì, okay, non stiamo parlando di Scene da un matrimonio di Ingmar Bergman: è soltanto il sequel di Karate Kid, che riprende il filo della narrazione trentaquattro anni dopo la finale del torneo di All Valley. Ma mentre nel film, con i protagonisti adolescenti, era chiaro chi fossero i buoni e i cattivi, adesso, con la maturità, tutto s’è fatto più sfocato. Immergendoci nel punto di vista di Johnny, siamo disposti a comprendere le sue ragioni. Ragioni che ci fanno apparire Daniel un po’ meno eroe e Johnny un po’ meno bullo. Ed è questa la maturità di Cobra Kai: più cresciamo, più conosciamo il mondo, le persone e le circostanze, più i contorni si sfumano e le certezze si sgretolano. Il mondo non appare più popolato di buoni e di cattivi, ma di persone che, immerse nella loro specifica e futile disperazione, si arrabattano facendo del loro meglio per non lasciarsi sopraffare dalla vita e dai propri limiti.

E che prendiate più in simatia Daniel o Johnny, che vi scopriate più affini al Miyagi-Do o al Crobra Kai, non importa. Forse sono le due facce della stessa medaglia. Infatti, entrambi (e i loro allievi e i loro figli) scoprono, o finiscono per riscoprire, che il modo migliore per non lasciarsi sopraffare dalla vita e dai propri limiti, in fondo è soltanto uno: fare parte di un dojo e studiare il karate. Perché, come a un certo punto chiarisce Daniel LaRusso, “il karate non ha a che fare solo con i calci e i pugni. Ha a che fare con l’equilibrio”.

Ma non si tratta soltanto di equilibrio interno. Non stiamo mica parlando di Yoga. Parliamo di un equlibrio tra le forze in gioco dentro e fuori di noi, tanto nel rapporto con noi stessi quanto in relazione agli altri, anche quelli che ci vogliono fare del male.

“Ti insegnerò lo stile di karate che è stato insegnato a me”, dice Johnny a Miguel, l’adolescente fragile e bullizzato che diventerà il primo allievo del nuovo Cobra Kai. “Un metodo di combattimento”, continua Johnny, “di cui la tua generazione di smidollati ha disperatamente bisogno. Non ti mostrerò soltanto come sconfiggere le tue paure. Ti insegnerò a risvegliare il serpente che è in te. E una volta che l’avrai risvegliato, diventerai temibile. Acquisterai più forza. Imparerai la disciplina. E quando verrà il momento, contrattaccherai”.

Il Taijitu rappresenta l’equilibrio dinamico tra i due poli dell’esistenza. Il logo del Cobra Kai lo richiama. Anche se rovesciato come in uno specchio.

Un discorso che Daniel e il suo Miyagi-Do avrebbero considerato brutale e inappropriato. Ma che per Miguel si rivela la chiave per emanciparsi dai soprusi, acquisire fiducia, prendere in mano la sua vita per vincere, perdere, sbagliare, redimersi e poi sbagliare ancora. E così via, in un eterno scontro e incontro tra la luce e l’ombra, in perfetto equilibrio dinamico, come nello Yin e nello Yang del Taijitu. Come in tutti noi.

La differenza tra arte marziale e sport da combattimento

Le arti marziali tradizionali non sono uno sport – o meglio: non sono soltanto uno sport e, stando alle numerose ricerche condotte sull’argomento, queste discipline sono in grado di produrre effetti non solo sulla salute e sullo stato di forma fisica, ma anche sull’equilibrio emozionale e psichico, favorendo, di fatto, uno sviluppo olistico capace di traformare radicalmente in meglio – e sotto tutti gli aspetti – la qualità della vita dei praticanti.

Si sente parlare, spesso a sproposito, di discipline olistiche. Olistico è un aggettivo che viene dal sostantivo olismo, parola di derivazione greca che significa l’insieme, il tutto (holos). Ma nel linguaggio filosofico occidentale ha finito per indicare una super-totalità, un oggetto (o concetto) che non può essere rappresentato attraverso la somma di ciascuna delle sue parti, perché tale somma sarebbe sempre e comunque inferiore all’oggetto (o concetto) stesso.

La differenza di base tra la semplice pratica sportiva e le arti marziali tradizionali è stata recentemente definita nell’ambito delle neuroscienze (Johnsone, 2018): lo sport è un sistema per accrescere un’attenzione specifica (AT – Attention Training). Per esempio, chi gioca a calcio impara a migliorare la capacità di focalizzare l’attenzione su una palla che si muove nello spazio con velocità e direzione variabili, e a tener conto, nell’insieme, di tutte le variazioni posizionali degli altri giocatori. Questa abilità, però, non necessariamente torna utile durate una lezione di matematica. Le arti marziali tradizionali, come è stato dimostrato, sono invece sistemi di allenamento dello stato di attenzione (AST – Attention State Training). In altre parole, non attivano soltanto un’attenzione specifica, ma migliorano e potenziano lo stato di attenzione, ovvero la capacità di attivare e focalizzare la propria attenzione su una cosa qualsiasi. E un maggiore e migliore stato di attenzione è qualcosa che può tornare utile sempre: a scuola, nel lavoro e nella normale vita quotidiana.

Ulteriori ricerche hanno poi dimostrato una correlazione tra la pratica assidua di arti marziali tradizionali e la diminuzione del tasso di aggressività e dei comortamenti antisociali, con un conseguene aumento della capacità di regolare e gestire i propri stati emotivi (e pertanto lo stress). La cosa che colpisce è che in due diversi studi indipendenti, condotti dai ricercatori Nosanchuk (1981) e Trulson (1986), questa correlazione appariva soltanto nei praticanti di arti marziali tradizionali, mentre era del tutto assente e – attenzione! – a volte addirittura inversa nei praticanti di sport da combattimento. In altre parole, nell’ambito delle due ricerche, alcuni atleti degli sport da combattimento (spesso full-contact) hanno mostrato un incremento, innescato dalla stessa pratica sportiva, degli stati di rabbia e dei conseguenti comportamenti antisociali.

Per evitare fraintendimenti, e capire meglio di cosa stiamo parlando, è necessario fornire alcune specificazioni. Che cosa intendiamo con le espressioni “arti marziali tradizionali” e “sport da combattimento”? Molti istruttori potrebbero non essere d’accordo, ma nei due studi citati il discrimine tra le due tipologie di allenamento è stato definito come segue:

Arte marziale tradizionale: disciplina che, nell’allenamento, preveda il sistematico studio delle forme (Kata) e dei fondamentali (Kihon), contemplando allo stesso tempo il controllo dei colpi assestati durante il combattimento (sparring soft-contact oppure no-contact), la pratica della meditazione zen (Mokuso) e una rigida disciplina formale basata sul rispetto dell’etichetta, delle persone e delle cose (Reigi).

Sport da combattimento: pratica di sviluppo psico-motorio incentrata sulla ricerca della massima performance nelle competizioni che, generalmente, non implica lo studio delle forme e in cui gli elementi spirituali, come la meditazione, il controllo e il rispetto dell’etichetta (formale e sostanziale), risultano secondari se non addirittura assenti.

Da queste definizioni risulta evidente che, a fare la differenza tra arte marziale tradizionale e sport da combattimento non sia tanto la disciplina in sé (Karate o, per esempio, Kick-boxing), ma il modo in cui la disciplina viene insegnata congiuntamente al fattore ambientale in cui viene praticata. Per fattore ambientale intendiamo il modo in cui viene gestito il dojo o la palestra – e con quali finalità.

Potremmo quindi trovare istruttori di karate che interpretano (e quindi trasmettono) la propria disciplina come fosse uno sport da combattimento e istruttori di boxe capaci di fare l’esatto contrario. Come al solito, a fare la differenza non sono le cose ma le persone. O, per dirla con un famoso motto zen, “non è la Via a dare valore all’uomo, ma l’uomo a dare valore alla Via”.

Tornando agli studi di Nosanchuk e Trulson, un’altra grande differenza tra la pratica assidua e continuativa di uno sport da combattimento e di un’arte marziale tradizionale è che, conseguentemente, quest’ultima tenderà non solo a minimizzare la possibilità che i praticanti vengano aggrediti o bullizzati ma anche a massimizzare la probabilità che non diventino mai né aggressori né bulli a loro volta. Ed è una bella differenza.

Qualunque sia il vostro pensiero al riguardo, la cosa che a noi sembra più interessante è che questi studi gettano una luce di scientificità su quella sensazione di super-totalità o percezione olistica che i praticanti di arti marziali tradizionali conoscono bene. Una sensazione di pienezza dolce-amara che, come lo Yin e lo Yang nel Taijitu, contempla la compresenza della luce e dell’ombra, e a un sempre più affilato senso di benessere psicofisico accompagna una progressiva consapevolezza della propria distanza dalla perfezione. Ed è proprio nell’accettazione dei propri limiti, pur senza mai rinunciare alla ricerca della perfezione, che forse risiede l’essenza dell’approccio tradizionale alle arti marziali.

Ecco i link ai due studi citati:

Martial Arts Training: A Novel “Cure” for Juvenile Delinquency, Michael E. Trulson, Texas A & M University, USA.

The Way of the Warrior: The Effects of Traditional Martial Arts Training on Aggressiveness, T. A. Nosanchuk, Department of Sociology and Anthropology, Carleton University, Ottawa, Canada.


Il karate è meglio del fitness per potenziare attenzione, resilienza e reattività degli adulti

Uno studio apparso nel 2016 sul Journal of Sport and Health Science e diffuso dal sito web sciencedirect.com ha comparato l’efficacia di due diversi metodi di allenamento sulla funzionalità cognitiva degli adulti in età avanzata: il karate, da una parte, e il normale fitness dall’altra. Ecco una sintesi dello studio, che, per chi volesse approfondire, è consultabile integralmente, in lingua inglese, al seguente link: Comparing the effectiveness of karate and fitness training on cognitive functioning in older adults: A randomized controlled trial.

Lo studio scientifico: Premessa

“Studi recenti dimostrano che attraverso l’allenamento aerobico in età avanzata si può rallentare il deterioramento della funzionalità cognitiva. È dimostrato che la combinazione di esercizi aerobici, di equilibrio e di coordinazione porta a un miglioramento o al mantenimento delle funzioni cognitive. Tali esercizi si possono trovare specialmente nelle arti marziali dell’Asia orientale. Lo scopo di questo studio è verificare se la pratica del karate per gli anziani ne migliora il funzionamento cognitivo e, se è possibile riscontrarlo, quali sono i campi cognitivi coinvolti”.

Metodo d’indagine

“Ottantanove donne e uomini anziani (età media: 70 anni) hanno partecipato a questo studio. I partecipanti sono stati suddivisi casualmente in due gruppi di lavoro (gruppo di karate e gruppo di fitness) e un gruppo di controllo. Tutti i partecipanti hanno dovuto eseguire una serie di test cognitivi prima dell’inizio e subito dopo la fine del periodo di allenamento controllato, che è durato cinque mesi. In uno studio successivo, il gruppo di karate è stato sottoposto a un ulteriore intervento di altri cinque mesi”.

Evidenze scientifiche

“I risultati dimostrano che vi è un significativo miglioramento della reattività motoria, della tolleranza allo stress e della cosiddetta “attenzione divisa” solamente per il gruppo sottoposto al periodo di allenamento di karate. Inoltre, i risultati dello studio successivo indicano ulteriori miglioramenti dopo dieci mesi di pratica continuativa”.

Conclusioni

“La pratica del karate può aiutare a migliorare l’attenzione, la resilienza e il tempo di reazione motoria già dopo un periodo di cinque mesi, ma con un periodo di allenamento esteso a dieci mesi i risultati sono ancora più evidenti”.

Questo studio si inserisce coerentemente in una lunga serie di indagini scientifiche condotte nell’ultimo decennio, dalle quali si evince che le arti marziali tradizionali e, nella fattispecie il karate tradizionale giapponese, riescono, più di altre discipline, sport e metodi di allenamento, a produrre significativi miglioramenti fisici, mentali e spirituali nei praticanti di tutte le età.

Autori dello studio

Kerstin Witte, Department of Sport Science, Otto-von-Guericke-University, Magdeburg 39104, Germany
Siegfried Kropf, Department for Biometrics and Medical Informatics, Otto-von-Guericke-University, Magdeburg 39120, Germany
Sabine Darius, Department of Occupational Medicine, Otto-von-Guericke-University, Magdeburg 39120, Germany
Peter Emmermacher, Department of Sport Science, Otto-von-Guericke-University, Magdeburg 39104, Germany
Irina Böckelmann, Department of Occupational Medicine, Otto-von-Guericke-University, Magdeburg 39120, Germany

Le arti marziali migliorano le capacità di attenzione, secondo nuovi studi scientifici

di Ashleigh Johnstone (tratto e tradotto da The Conversation) —

Le arti marziali richiedono un buon livello di forza fisica, ma coloro che le praticano devono anche sviluppare un’incredibile quantità di acutezza mentale.

La forza mentale è così importante, per le arti marziali, che i ricercatori hanno scoperto che la maggiore potenza espressa nei colpi dai più esperti karateka dipende probabilmente da un migliore controllo dei movimenti muscolari da parte del cervello, piuttosto che dall’aumentata forza muscolare. Altri studi hanno hanno riscontrato che i bambini che praticano arti marziali tendono ad avere voti più alti nei test matematici e un comportamento migliore.

Un dato che ci porta a una domanda interessante: praticare arti marziali fa sì che il cervello sviluppi un migliore controllo o sono le persone che già godono di queste caratteristiche cerebrali a scegliere di praticare le arti marziali? È proprio per chiarire questo dilemma che il nostro team ha svolto ricerche, con risultati interessanti.

Attenzione marziale

Abbiamo specificamente misurato l’attenzione per valutare il controllo mentale, dal momento che ricerche precedenti hanno suggerito che la meditazione e l’esercizio fisico possono entrambi avere effetti benefici sull’attenzione. Si potrebbe sostenere che le arti marziali sono una combinazione di entrambi: una forma di allenamento che include aspetti di meditazione e consapevolezza.

Nel nostro studio, pubblicato di recente, abbiamo reclutato 21 adulti che praticano arti marziali a livello amatoriale (karate, judo e taekwondo, tra gli altri) e 27 adulti senza esperienza particolare negli sport. E li abbiamo sottoposti a un test sul sistema di attenzione.

Il test valutava tre diversi tipi di attenzione: la vigilanza (il mantenimento attivo e volontario dell’attenzione), l’orientamento del focus (la capacità di cambiare il proprio stato di vigilanza e concentrazione) e l’attenzione esecutiva (la capacità di individuare la risposta più appropriata quando ci sono informazioni contrastanti).

Ido Kihon nel turno serale dedicato agli adulti

Eravamo particolarmente interessati alla vigilanza. Una persona con un punteggio elevato nel test sulla vigilanza dovrebbe essere più capace di rispondere a stimoli imprevedibili.

Mentre esistono differenze nelle varie arti marziali in termini di filosofia di base, intensità, e maggiore o minore predisposizione al combattimento o alla meditazione, nel nostro studio non abbiamo diviso i vari praticanti in base alla loro arte o al loro stile di provenienza.

Una futura ricerca potrebbe concentrarsi sul confronto tra i diversi tipi di arti marziali, ma per questo studio eravamo più interessati a capire la differenza, in termini generali, tra chi pratica un’arte marziale e chi non lo fa.

Test di Sparring

Abbiamo invitato i praticanti al nostro laboratorio e raccolto i dettagli della loro esperienza nelle arti marziali (incluso lo stile, la frequenza di allenamento settimanale e da quanto tempo praticano la loro disciplina) prima di sottoporli al test (con dei task specifici da svolgere attraverso il controllo di un computer).

I partecipanti, osservando una fila di cinque frecce, dovevano rispondere in base alla direzione della freccia centrale, premendo un tasto specifico su una tastiera (“c” per le frecce rivolte a sinistra e “m” per quelle che guardavano a destra) il più rapidamente possibile. In alcune prove, è stata data loro un’indicazione, una specie di avvertimento che li informava che le frecce stavano per apparire sullo schermo, mentre altre prove non prevedevano alcun avviso o segnale premonitore.

Di solito, per quanto diverse, tutte le arti marziali prevedono allenamenti al combattimento (full-contact, controllato o simulato) con un compagno. Uno degli obiettivi di questo tipo di training è far sì che i praticanti rimangano concentrati per evitare che il loro partner li colpisca. Dopotutto, nessuno vuole essere preso a pugni in faccia.

È raro che un avversario, durante una sessione di sparring, fornisca un chiaro avvertimento sul momento esatto in cui sferrerà un pugno, quindi il partner in difesa deve restare attento e vigile in ogni momento, per essere pronto a schivare il colpo.

Durante la nostra ricerca, i praticanti di arti marziali hanno prodotto punteggi più alti rispetto ai non praticanti. Ciò significa che gli artisti marziali hanno risposto alle frecce più velocemente, specialmente quando non hanno ricevuto alcun avvertimento. Fatto che ci porta a concludere che hanno sviluppato un maggiore livello di vigilanza e, probabilmente, un maggiore controllo cognitivo.

Abbiamo anche esaminato gli effetti della pratica di arti marziali a lungo termine e abbiamo riscontrato che la vigilanza è migliore negli artisti marziali con maggiore esperienza. I partecipanti con più di nove anni di esperienza nella rispettiva disciplina hanno mostrato una miglior prontezza nei nostri test. Ciò suggerisce che quanto più a lungo una persona si allena nelle arti marziali, tanto più grande sarà la ricompensa in termini di attenzione, vigilanza e controllo mentale.

Facendo un ulteriore passo in avanti, sembra che gli effetti di questa attenzione potenziata possano durare a lungo e non si limitino a un breve picco subito dopo l’allenamento.

Benché ci sia chi sostiene che le arti marziali siano soltanto una tra le molte attività capaci di migliorare la salute e il fitness, ciò che noi e altri ricercatori abbiamo scoperto è che la loro pratica produce una di quelle rare combinazioni di fattori che aiutano a migliorare significativamente tanto il cervello quanto il corpo.

Ashleigh Johnstone è ricercatrice in neuroscienza cognitiva presso la Bangor University. Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta sulla rivista The Conversation

“Il sogno olimpico della WKF è finito. E va bene così”

di Thomas Prediger (tradotto da The Shotokan Times)

“Non è durato a lungo, il sogno olimpico del Karate. Gli organizzatori delle Olimpiadi di Parigi del 2024 hanno proposto al CIO di rimuovere il Karate dalla lista delle discipline olpimpiche. Invece, secondo il comitato organizzatore dei Giochi, al suo posto andrebbero inclusi la Breakdance e lo Skateboarding. Una decisione particolarmente triste per tutti i Karateka che hanno fatto così tanti sacrifici per realizzare il loro sogno. Il Karate alle Olimpiadi, a quanto pare, sarà solo un breve intermezzo”.

Un tipico esempio di attacco “sportivo”, privo di significato in termini di offesa o difesa personale. Un colpo simile non avrebbe senso nemmeno nella boxe.

“Alcuni sospettano che la precedente ammissione del Karate alle Olimpiadi di Tokyo del 2020 fosse solo il risultato di un semplice, ma momentaneo, riconoscimento al paese ospitante. Eppure sorprende che il karate, appena ammesso, venga espulso proprio dalla Francia, il paese con la più grande sezione nazionale della Federazione mondiale di karate (WKF – World Karate Federation). La ragione di questa esclusione potrebbe essere più profonda e radicata nella natura stessa della WKF”.

Per molte associazioni e federazioni, il karate proposto dalla WKF si è troppo sportivizzato, perdendo parte del suo fascino marziale e, forse, la sua vera peculiarità.

“La WKF è stata riconosciuta dal Comitato Internazionale Olimpico (CIO) nel 1999. Da allora, è l’unica federazione titolata a rappresentare il Karate presso il CIO. Differentemente dalle altre organizzazioni esistenti, la WKF ha però preteso di rappresentare l’intera comunità mondiale del Karate. Tuttavia, come tutti sanno, questo non è vero. E può darsi che il comitato di Parigi lo abbia capito. Molti paesi e molte associazioni non hanno voluto seguire la WKF sulla via della sportivizzazione del karate, benché fosse l’unico modo per sperare di partecipare alle Olimpiadi. Soprattutto, le associazioni più tradizionaliste hanno avuto difficoltà con il sistema a 8 punti, con i guanti e le protezioni dei piedi. La burocrazia (per esempio quella dei tornei), l’imposizione delle regole WKF a tutte le associazioni, anche nelle competizioni nazionali, le evidenti affinità tra il Karate sportivo e il Taekwondo, la graduale commercializzazione e l’esagerata attenzione al solo aspetto competitivo sono state la goccia che ha fatto traboccare il vaso”.

Le crescenti similitudini con il Taekwondo, per molti osservatori, hanno reso di fatto superflua la presenza del karate… qual è il suo valore aggiunto?

“Per molti, la WKF è diventata poco attraente. Eppure, la World Karate Federation non ha fatto molto per aprirsi a un confronto con lealtre opinioni esisteti nel mondo del karate, con gli altri regolamenti e gli altri standard. Forse, dopo quel momentaneo riconoscimento da parte del CIO, nel 2016, si è lasciata andare a un pizzico di hybris (superbia). O forse, semplicemente, la colpa è di un certo dilettantismo manageriale. Non è dato sapere. Questa esclusione, tuttavia, ha dimostrato che la WKF non parla a nome della comunità mondiale del Karate. È solo un’associazione tra le tante. E il suo futuro, dopo questa decisione, è diventato incerto”.
(Thomas Prediger)

ATTENZIONE!

Ho voluto tradurre questo articolo perché trovo interessante la discussione che, potenzialmente, potrebbe innescare.

Personalmente non ne condivido tutto il contenuto (specie le conclusioni), ma su una cosa mi trovo d’accordo: il karate competitivo, specie in ambito WKF, si è spinto talmente in là nel processo di omologazione sportiva da smarrire lungo la strada la sua vera essenza: quel quid che lo rendeva (e lo rende, per chi continua a praticare il karate tradizionale) una disciplina unica al mondo. Per parte mia, sono convinto che il sogno olimpico non sia finito qui. Ma allo stesso modo credo che le federazioni sportive di karate aderenti alla WKF, per realizzarlo definitivamente, debbano farsi un esame di coscienza e, con razionalità e onestà intellettuale, interrogarsi se non sia utile ricominciare a nutrire le nostre radici, riavvicinando anche il karate competitivo alla sua originaria essenza marziale.