Il karate è meglio del fitness per potenziare attenzione, resilienza e reattività degli adulti

Uno studio apparso nel 2016 sul Journal of Sport and Health Science e diffuso dal sito web sciencedirect.com ha comparato l’efficacia di due diversi metodi di allenamento sulla funzionalità cognitiva degli adulti in età avanzata: il karate, da una parte, e il normale fitness dall’altra. Ecco una sintesi dello studio, che, per chi volesse approfondire, è consultabile integralmente, in lingua inglese, al seguente link: Comparing the effectiveness of karate and fitness training on cognitive functioning in older adults: A randomized controlled trial.

Lo studio scientifico: Premessa

“Studi recenti dimostrano che attraverso l’allenamento aerobico in età avanzata si può rallentare il deterioramento della funzionalità cognitiva. È dimostrato che la combinazione di esercizi aerobici, di equilibrio e di coordinazione porta a un miglioramento o al mantenimento delle funzioni cognitive. Tali esercizi si possono trovare specialmente nelle arti marziali dell’Asia orientale. Lo scopo di questo studio è verificare se la pratica del karate per gli anziani ne migliora il funzionamento cognitivo e, se è possibile riscontrarlo, quali sono i campi cognitivi coinvolti”.

Metodo d’indagine

“Ottantanove donne e uomini anziani (età media: 70 anni) hanno partecipato a questo studio. I partecipanti sono stati suddivisi casualmente in due gruppi di lavoro (gruppo di karate e gruppo di fitness) e un gruppo di controllo. Tutti i partecipanti hanno dovuto eseguire una serie di test cognitivi prima dell’inizio e subito dopo la fine del periodo di allenamento controllato, che è durato cinque mesi. In uno studio successivo, il gruppo di karate è stato sottoposto a un ulteriore intervento di altri cinque mesi”.

Evidenze scientifiche

“I risultati dimostrano che vi è un significativo miglioramento della reattività motoria, della tolleranza allo stress e della cosiddetta “attenzione divisa” solamente per il gruppo sottoposto al periodo di allenamento di karate. Inoltre, i risultati dello studio successivo indicano ulteriori miglioramenti dopo dieci mesi di pratica continuativa”.

Conclusioni

“La pratica del karate può aiutare a migliorare l’attenzione, la resilienza e il tempo di reazione motoria già dopo un periodo di cinque mesi, ma con un periodo di allenamento esteso a dieci mesi i risultati sono ancora più evidenti”.

Questo studio si inserisce coerentemente in una lunga serie di indagini scientifiche condotte nell’ultimo decennio, dalle quali si evince che le arti marziali tradizionali e, nella fattispecie il karate tradizionale giapponese, riescono, più di altre discipline, sport e metodi di allenamento, a produrre significativi miglioramenti fisici, mentali e spirituali nei praticanti di tutte le età.

Autori dello studio

Kerstin Witte, Department of Sport Science, Otto-von-Guericke-University, Magdeburg 39104, Germany
Siegfried Kropf, Department for Biometrics and Medical Informatics, Otto-von-Guericke-University, Magdeburg 39120, Germany
Sabine Darius, Department of Occupational Medicine, Otto-von-Guericke-University, Magdeburg 39120, Germany
Peter Emmermacher, Department of Sport Science, Otto-von-Guericke-University, Magdeburg 39104, Germany
Irina Böckelmann, Department of Occupational Medicine, Otto-von-Guericke-University, Magdeburg 39120, Germany

Le arti marziali migliorano le capacità di attenzione, secondo nuovi studi scientifici

di Ashleigh Johnstone (tratto e tradotto da The Conversation) —

Le arti marziali richiedono un buon livello di forza fisica, ma coloro che le praticano devono anche sviluppare un’incredibile quantità di acutezza mentale.

La forza mentale è così importante, per le arti marziali, che i ricercatori hanno scoperto che la maggiore potenza espressa nei colpi dai più esperti karateka dipende probabilmente da un migliore controllo dei movimenti muscolari da parte del cervello, piuttosto che dall’aumentata forza muscolare. Altri studi hanno hanno riscontrato che i bambini che praticano arti marziali tendono ad avere voti più alti nei test matematici e un comportamento migliore.

Un dato che ci porta a una domanda interessante: praticare arti marziali fa sì che il cervello sviluppi un migliore controllo o sono le persone che già godono di queste caratteristiche cerebrali a scegliere di praticare le arti marziali? È proprio per chiarire questo dilemma che il nostro team ha svolto ricerche, con risultati interessanti.

Attenzione marziale

Abbiamo specificamente misurato l’attenzione per valutare il controllo mentale, dal momento che ricerche precedenti hanno suggerito che la meditazione e l’esercizio fisico possono entrambi avere effetti benefici sull’attenzione. Si potrebbe sostenere che le arti marziali sono una combinazione di entrambi: una forma di allenamento che include aspetti di meditazione e consapevolezza.

Nel nostro studio, pubblicato di recente, abbiamo reclutato 21 adulti che praticano arti marziali a livello amatoriale (karate, judo e taekwondo, tra gli altri) e 27 adulti senza esperienza particolare negli sport. E li abbiamo sottoposti a un test sul sistema di attenzione.

Il test valutava tre diversi tipi di attenzione: la vigilanza (il mantenimento attivo e volontario dell’attenzione), l’orientamento del focus (la capacità di cambiare il proprio stato di vigilanza e concentrazione) e l’attenzione esecutiva (la capacità di individuare la risposta più appropriata quando ci sono informazioni contrastanti).

Ido Kihon nel turno serale dedicato agli adulti

Eravamo particolarmente interessati alla vigilanza. Una persona con un punteggio elevato nel test sulla vigilanza dovrebbe essere più capace di rispondere a stimoli imprevedibili.

Mentre esistono differenze nelle varie arti marziali in termini di filosofia di base, intensità, e maggiore o minore predisposizione al combattimento o alla meditazione, nel nostro studio non abbiamo diviso i vari praticanti in base alla loro arte o al loro stile di provenienza.

Una futura ricerca potrebbe concentrarsi sul confronto tra i diversi tipi di arti marziali, ma per questo studio eravamo più interessati a capire la differenza, in termini generali, tra chi pratica un’arte marziale e chi non lo fa.

Test di Sparring

Abbiamo invitato i praticanti al nostro laboratorio e raccolto i dettagli della loro esperienza nelle arti marziali (incluso lo stile, la frequenza di allenamento settimanale e da quanto tempo praticano la loro disciplina) prima di sottoporli al test (con dei task specifici da svolgere attraverso il controllo di un computer).

I partecipanti, osservando una fila di cinque frecce, dovevano rispondere in base alla direzione della freccia centrale, premendo un tasto specifico su una tastiera (“c” per le frecce rivolte a sinistra e “m” per quelle che guardavano a destra) il più rapidamente possibile. In alcune prove, è stata data loro un’indicazione, una specie di avvertimento che li informava che le frecce stavano per apparire sullo schermo, mentre altre prove non prevedevano alcun avviso o segnale premonitore.

Di solito, per quanto diverse, tutte le arti marziali prevedono allenamenti al combattimento (full-contact, controllato o simulato) con un compagno. Uno degli obiettivi di questo tipo di training è far sì che i praticanti rimangano concentrati per evitare che il loro partner li colpisca. Dopotutto, nessuno vuole essere preso a pugni in faccia.

È raro che un avversario, durante una sessione di sparring, fornisca un chiaro avvertimento sul momento esatto in cui sferrerà un pugno, quindi il partner in difesa deve restare attento e vigile in ogni momento, per essere pronto a schivare il colpo.

Durante la nostra ricerca, i praticanti di arti marziali hanno prodotto punteggi più alti rispetto ai non praticanti. Ciò significa che gli artisti marziali hanno risposto alle frecce più velocemente, specialmente quando non hanno ricevuto alcun avvertimento. Fatto che ci porta a concludere che hanno sviluppato un maggiore livello di vigilanza e, probabilmente, un maggiore controllo cognitivo.

Abbiamo anche esaminato gli effetti della pratica di arti marziali a lungo termine e abbiamo riscontrato che la vigilanza è migliore negli artisti marziali con maggiore esperienza. I partecipanti con più di nove anni di esperienza nella rispettiva disciplina hanno mostrato una miglior prontezza nei nostri test. Ciò suggerisce che quanto più a lungo una persona si allena nelle arti marziali, tanto più grande sarà la ricompensa in termini di attenzione, vigilanza e controllo mentale.

Facendo un ulteriore passo in avanti, sembra che gli effetti di questa attenzione potenziata possano durare a lungo e non si limitino a un breve picco subito dopo l’allenamento.

Benché ci sia chi sostiene che le arti marziali siano soltanto una tra le molte attività capaci di migliorare la salute e il fitness, ciò che noi e altri ricercatori abbiamo scoperto è che la loro pratica produce una di quelle rare combinazioni di fattori che aiutano a migliorare significativamente tanto il cervello quanto il corpo.

Ashleigh Johnstone è ricercatrice in neuroscienza cognitiva presso la Bangor University. Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta sulla rivista The Conversation

“Il sogno olimpico della WKF è finito. E va bene così”

di Thomas Prediger (tradotto da The Shotokan Times)

“Non è durato a lungo, il sogno olimpico del Karate. Gli organizzatori delle Olimpiadi di Parigi del 2024 hanno proposto al CIO di rimuovere il Karate dalla lista delle discipline olpimpiche. Invece, secondo il comitato organizzatore dei Giochi, al suo posto andrebbero inclusi la Breakdance e lo Skateboarding. Una decisione particolarmente triste per tutti i Karateka che hanno fatto così tanti sacrifici per realizzare il loro sogno. Il Karate alle Olimpiadi, a quanto pare, sarà solo un breve intermezzo”.

Un tipico esempio di attacco “sportivo”, privo di significato in termini di offesa o difesa personale. Un colpo simile non avrebbe senso nemmeno nella boxe.

“Alcuni sospettano che la precedente ammissione del Karate alle Olimpiadi di Tokyo del 2020 fosse solo il risultato di un semplice, ma momentaneo, riconoscimento al paese ospitante. Eppure sorprende che il karate, appena ammesso, venga espulso proprio dalla Francia, il paese con la più grande sezione nazionale della Federazione mondiale di karate (WKF – World Karate Federation). La ragione di questa esclusione potrebbe essere più profonda e radicata nella natura stessa della WKF”.

Per molte associazioni e federazioni, il karate proposto dalla WKF si è troppo sportivizzato, perdendo parte del suo fascino marziale e, forse, la sua vera peculiarità.

“La WKF è stata riconosciuta dal Comitato Internazionale Olimpico (CIO) nel 1999. Da allora, è l’unica federazione titolata a rappresentare il Karate presso il CIO. Differentemente dalle altre organizzazioni esistenti, la WKF ha però preteso di rappresentare l’intera comunità mondiale del Karate. Tuttavia, come tutti sanno, questo non è vero. E può darsi che il comitato di Parigi lo abbia capito. Molti paesi e molte associazioni non hanno voluto seguire la WKF sulla via della sportivizzazione del karate, benché fosse l’unico modo per sperare di partecipare alle Olimpiadi. Soprattutto, le associazioni più tradizionaliste hanno avuto difficoltà con il sistema a 8 punti, con i guanti e le protezioni dei piedi. La burocrazia (per esempio quella dei tornei), l’imposizione delle regole WKF a tutte le associazioni, anche nelle competizioni nazionali, le evidenti affinità tra il Karate sportivo e il Taekwondo, la graduale commercializzazione e l’esagerata attenzione al solo aspetto competitivo sono state la goccia che ha fatto traboccare il vaso”.

Le crescenti similitudini con il Taekwondo, per molti osservatori, hanno reso di fatto superflua la presenza del karate… qual è il suo valore aggiunto?

“Per molti, la WKF è diventata poco attraente. Eppure, la World Karate Federation non ha fatto molto per aprirsi a un confronto con lealtre opinioni esisteti nel mondo del karate, con gli altri regolamenti e gli altri standard. Forse, dopo quel momentaneo riconoscimento da parte del CIO, nel 2016, si è lasciata andare a un pizzico di hybris (superbia). O forse, semplicemente, la colpa è di un certo dilettantismo manageriale. Non è dato sapere. Questa esclusione, tuttavia, ha dimostrato che la WKF non parla a nome della comunità mondiale del Karate. È solo un’associazione tra le tante. E il suo futuro, dopo questa decisione, è diventato incerto”.
(Thomas Prediger)

ATTENZIONE!

Ho voluto tradurre questo articolo perché trovo interessante la discussione che, potenzialmente, potrebbe innescare.

Personalmente non ne condivido tutto il contenuto (specie le conclusioni), ma su una cosa mi trovo d’accordo: il karate competitivo, specie in ambito WKF, si è spinto talmente in là nel processo di omologazione sportiva da smarrire lungo la strada la sua vera essenza: quel quid che lo rendeva (e lo rende, per chi continua a praticare il karate tradizionale) una disciplina unica al mondo. Per parte mia, sono convinto che il sogno olimpico non sia finito qui. Ma allo stesso modo credo che le federazioni sportive di karate aderenti alla WKF, per realizzarlo definitivamente, debbano farsi un esame di coscienza e, con razionalità e onestà intellettuale, interrogarsi se non sia utile ricominciare a nutrire le nostre radici, riavvicinando anche il karate competitivo alla sua originaria essenza marziale.