Addio, Takagi Sensei. Lutto nel mondo del Wado

Un altro grande maestro del Wado-ryu è venuto a mancare. Hideho Takagi Sensei, presidente della Commissione Tecnica della Japan Karatedo Federation Wado-kai, è morto dopo aver lottato a lungo contro un brutto male. Aveva da poco compiuto settantasei anni.Hideho Takagi, insieme al già compianto Toru Arakawa (scomparso nel 2015), è stato il massimo punto di riferimento tecnico per la JKF Wadokai, in Giappone e nel mondo, negli ultimi trent’anni. Sempre sorridente e disponibile, pronto allo scherzo e all’ironia, sapeva essere allo stesso tempo molto severo, a cominciare da se stesso. Di lui in Occidente si sa poco, perché non ha mai voluto rilasciare interviste. “Non ho nulla di interessante da dire”, si giustificava con le riviste specializzate che regolarmente tentavano di convincerlo.

I karateka che hanno avuto il privilegio di seguire le sue lezioni giurano che fosse il wadoka più veloce e preciso che abbiano mai visto, implacabile nel kumite e superbo nei kata. In gioventù ha partecipato a una sola competizione internazionale, vincendola. Il motivo per cui non ha gareggiato di più è che Hironori Ohtsuka, il fondatore del Wado, non era mai nella giuria. Tranne che una volta: quella a cui partecipò e vinse.

Hideo Tagaki, Giuseppe CarloniIl maestro Takagi era nato in Manchuria, in China, al tempo dell’occupazione giapponese, il 23 luglio del 1942. Nel 1953 era tornato nella madre patria, con la sua famiglia, stabilendosi a Tokyo, dove nel 1966 iniziò a studiare medicina (specializzandosi poi come dentista) alla Nihon University. Proprio lì conobbe Hironori Ohtsuka, che nella palestra dell’università teneva un corso di karate, e iniziò a praticare, sotto la sua guida, il Wado-ryu.

Bob Nash racconta che Takagi fu il primo a cui Ohtsuka disse di eseguire il passo del Seishan senza prima sbloccare (aprendolo) il piede anteriore, perché aveva capito che quel suo talentuoso allievo aveva introiettato l’essenza del movimento e poteva quindi sbarazzarsi di quel passaggio intermedio.

Giuseppe Carloni, Hideo Takagi, Roberto Danubio, Maurizio ParadisiHideho Takagi, 8° dan JKF Wado-kai e già membro del comitato direttivo della federazione di stile, rimase vicino a Ohtsuka fino alla fine, anche se, pochi mesi prima della morte del fondatore, quando il mondo del Wado si spaccò in due, scelse di rimanere nella JKF Wado-kai, di cui divenne in seguito la massima guida tecnica.

“Sento che il mio compito e dovere principale è quello di mantenere il Wadoryu vivo, facendo sì che le tecniche insegnateci da Hironori Ohtuska vengano eseguite correttamente e con efficacia”, confidava ai suoi collaboratori. E quelli che lo hanno conosciuto e che con lui si sono allenati possono testimoniare, ancora una volta, quanto bene ci sia riuscito.

 

 

Il karate e le arti marziali tradizionali potenziano le facoltà del cervello

di Ashleigh Johnstone
(Tratto e tradotto da questo articolo sul The Independent)

Allenamento per istruttori al Renshin Kan dojo di Weinfelden, SvizzeraSiamo tutti consapevoli dei molti vantaggi dell’attività motoria, come il miglioramento della forma fisica e della forza. Ma cosa sappiamo degli effetti specifici dei vari tipi di attività? I ricercatori hanno già dimostrato che, per esempio, il jogging può aumentare l’aspettativa di vita, mentre lo yoga ci rende felici. Tuttavia, esistono attività che vanno oltre il miglioramento della salute fisica e mentale: le arti marziali, infatti, possono anche aumentare le capacità di elaborazione e apprendimento del cervello.

I ricercatori dicono che ci sono due modi per migliorare l’attenzione: attraverso l’addestramento dell’attenzione (AT – Attention Training) e l’addestramento sullo stato di attenzione (AST – Attention State Training). L’AT si basa sulla pratica di un’abilità specifica e sul miglioramento di quell’unica abilità, non di altre. Per esempio, utilizzando un videogioco per l’allenamento mentale.

L’AST, d’altra parte, permette di entrare in uno stato mentale specifico che consente una maggiore concentrazione. Questo può essere fatto attraverso la meditazione o lo yoga, tra le altre cose.

È stato ipotizzato che le arti marziali siano una forma di AST e, a sostegno di questa tesi, recenti ricerche hanno dimostrato un legame tra pratica marziale e vigilanza migliorata. Sostenendo ulteriormente questa idea, un altro studio ha dimostrato che la pratica delle arti marziali, in particolare del karate, è legata a prestazioni migliori nelle attività che richiedono la cosiddetta attenzione divisa, ovvero la capacità di svolgere due o più mansioni nello stesso momento (multitasking).

Si tratta di test in cui la persona deve tenere a mente due differenti regole e rispondere ai segnali in base al fatto che siano uditivi o visivi.

Allenamento per bambini da 6 a 12 anni presso il dojo Wado Waza KarateIn uno studio statunitense, ai bambini di età compresa tra gli otto e gli undici anni è stato assegnato il compito di seguire corsi di arti marziali tradizionali incentrati sul rispetto delle altre persone e della difesa personale come parte di un programma anti-bullismo. Ai bambini è stato anche insegnato come mantenere un adeguato livello di autocontrollo nelle situazioni critiche.

I ricercatori hanno scoperto che l’allenamento nelle arti marziali ha ridotto il livello di aggressività nei ragazzi e che erano più propensi ad intervenire in aiuto di qualcuno che era stato vittima di bullismo rispetto a prima di prendere parte all’addestramento. […]

È interessante notare che questo effetto anti-aggressione non è limitato ai bambini piccoli. Un’altra ricerca ha riscontrato una riduzione dell’aggressività fisica e verbale, così come l’ostilità, anche negli adolescenti che praticavano le arti marziali. […]

Dato che molti scienziati stanno ora esaminando i legami tra benessere emotivo e salute fisica, è fondamentale notare che le arti marziali hanno dimostrato di migliorare anche il benessere emotivo di una persona.

Nel corso di un’ulteriore ricerca, quarantacinque adulti di età compresa tra i sessantasette e i novantatré anni sono stati divisi in tre gruppi e invitati, rispettivamente, a prendere parte a un addestramento di karate, a un addestramento cognitivo e a un normale addestramento fisico di tipo occidentale, per un minimo di tre e un massimo di sei mesi.

Pratica dei Tantodori, difesa tradizionale da coltello

Gli adulti nel gruppo del karate hanno mostrato livelli più bassi di depressione dopo il periodo di allenamento rispetto ad altri gruppi, forse a causa del suo aspetto meditativo. È stato anche riferito che questi adulti hanno anche mostrato un maggiore livello di autostima, dopo il periodo di allenamento.

Dopo aver confrontato un gruppo di controllo sedentario con un gruppo di persone che praticavano il karate, alcuni ricercatori italiani hanno scoperto che il karate può migliorare la memoria di lavoro. Hanno impiegato un test che comportava la memorizzazione e la ripetizione di una serie di numeri, sia nell’ordine corretto che all’indietro, che sono aumentati di difficoltà fino a quando il partecipante non è stato più in grado di continuare.

Il gruppo del karate era molto più bravo in questo compito rispetto al gruppo di controllo, nel senso che potevano ricordare e ripetere più serie di numeri. Un altro progetto ha trovato risultati simili confrontando la pratica marziale con il comune esercizio di tipo occidentale (allenamento di forza, durata e resistenza).

Evidentemente, c’è molto di più del semplice allenamento, nelle arti marziali. Sebbene siano state praticate per autodifesa e sviluppo spirituale per molte centinaia di anni, solo di recente i ricercatori dispongono degli strumenti scientifici per valutare la reale portata che queste pratiche hanno sul cervello. ♦ Read it in English → Independent.co.uk

Ashleigh Johnstone è ricercatore in Neuroscienze cognitive presso la Bangor University. La sua tesi di dottorato si intitola “Cognitive changes associated with martial arts practice – I cambiamenti cognitivi associati alla pratica delle arti marziali”.

La fedeltà del maestro

Contrariamente al pensiero di molti, non è l’allievo a dovere fedeltà al maestro, ma il maestro all’allievo. Come spiega Taisen Deshimaru nel suo testo sullo Zen e le Arti marziali, l’originario bujutsu (arte della guerra) divenne budo (via delle arti marziali) dopo l’incontro con la filosofia Zen. Con il passaggio da bujutsu a budo le arti marziali cessarono di essere solo metodi di combattimento per diventare un pecorso di crescita fisica, tecnica e spirituale intrisa di valori etici. L’adozione del pensiero e della pratica Zen espanse l’orizzonte dell’arte marziale così tanto da farla coincidere con la vita stessa, che altro non è se non un cammino lungo la via della conoscenza di sé e del mondo. È proprio dalla tradizione zen che ci è giunto questo detto: “Non seguire le orme dei saggi. Cerca ciò che essi cercarono”.

deshimaruQuesto motto non è soltanto un invito rivolto all’allievo, affinché si sforzi di cercare la propria via e percorrere il suo percorso con i propri passi. È anche un invito al maestro, affinché accompagni l’allievo fino al bivio dove la propria strada e quella di lui si separano. Là, proprio in quel bivio, dove i percorsi si dividono, il maestro saprà di aver adempiuto al suo compito, perché lì, dove prima c’era un solo ramo, ne è germogliato un altro, che renderà la chioma dell’albero ancora più fitta e rigogliosa.

Gravare i propri allievi del peso delle proprie insicurezze, chiamando fedeltà quel che invece è aspettativa di possesso, è forse il peggior servigio che un maestro possa rendere a se stesso. E benché sia indubbio che il buon allievo è colui che nutre sentimenti di gratitudine verso il maestro, è altrettanto certo che per essere davvero un buon allievo egli debba necessariamente restare fedele innanzitutto al suo proprosito di apprendere e ricercare, come è stato detto, ciò che i saggi cercavano.

zeneartimarzialiCome tra i primi notò Seneca, in pochi sono felici del proprio destino. Eppure io sono felice del mio, che mi ha concesso il privilegio di incontrare molti maestri. Di ciascuno conservo ricordi colmi di affetto. Alcuni di loro camminano ancora sulla loro via, e quando sono particolarmente fortunato mi capita di incrociarli di nuovo sulla mia. Poi ce ne sono di nuovi, incontrati a ogni bivio successivo, uomini e donne che fanno del loro meglio per accompagnarmi fino alla prossima biforcazione senza gravarmi di nulla.

E a ciascuno di loro resto fedele nel solo modo in cui un allievo può mostrare fedeltà ai suoi maestri: facendo del mio meglio per onorare, incarnare e far vivere quel che da loro mi è stato tramandato, arricchendone, se possibile, il contenuto, facendolo evolvere insieme a me stesso per poterlo a mia volta tramandare lasciando, se ne sarò degno – e con un po’ di fortuna, qualche orma da non seguire. Senza mai rinunciare a mettere in discussione quel che credo di sapere, senza nascondermi la verità su ognuna delle mie mancanze, ricominciando daccapo ogni volta che sarà necessario, anche quando sarò stufo e sentirò di non averne più la forza.

E restando sopratutto fedele ai miei allievi, sapendo che non sono e mai saranno miei, facendo sì che quanto prima comprendano di essere i veri maestri di loro stessi. Perché, come recita un altro detto Zen, si può di certo portare il bue al fiume, ma solo il bue può decidere di bere. Nella speranza che  un giorno possa nascere anche in loro questa sete inestinguibile e la voglia di iniziare a cercare da sé quel che i saggi cercarono.

Wado Spirit: lo spirito dell’armonia

Già altre volte vi ho parlato del M° Danubio e del suo Summer Camp, ma finora non vi avevo mai detto nulla del Wado Spirit, il seminario che si tiene ogni anno in dicembre nel suo dojo di Weinfelden, in Svizzera, a due passi dal lago di Costanza. E non vi avevo detto nulla perché non avevo mai avuto l’occasione di andarci, prima del 2 dicembre di quest’anno.

Weinfelden è una piccola città nel nord della Svizzera, capitale del cantone di Thurgau e nota a chi, come me, ama l’Hockey su Ghiaccio per essere la base operativa dell’HC Thurgau, una squadra di tutto rispetto che milita nella Swiss League. Ed è un importante centro del karate svizzero proprio grazie a Roberto Danubio, che da anni vi dirige il Renshin Kan Dojo. Vale la pena ricordare che il maestro Danubio, 7° dan JKF Wadokai, è presidente e capo-istruttore della SWKR – Swiss Wadokai Karatedo Renmei, l’associazione elvetica di Wado-ryu che fa riferimento alla Japan Karatedo Federation Wado-Kai. Dal suo dojo di Weinfelden sono usciti alcuni dei migliori wadoka in circolazione oggi in Europa. Niente male, per una cittadina di undicimila anime.

Arrivare a Weinfelden non è difficile. Quarantacinque minuti di automobile dall’aeroporto di Zurigo oppure pressappoco lo stesso tempo dalla stazione, sempre di Zurigo, per chi preferisce il treno. Io e i miei otto colleghi della WKSI presenti al seminario abbiamo affittato un Mercedes Vito, spendendo, a testa, meno del biglietto del treno. Oltre alla nostra, dall’Italia, c’erano delegazioni anche da altri paesi europei, come il Belgio e l’Irlanda. Ma forse vi starete chiedendo perché la sto tirando tanto per le lunghe, invece di entrare subito nel vivo del seminario. Ebbene, il motivo è che non è affatto facile raccontare il Wado Spirit. Il clima che vi si respira è speciale e l’intensità dell’allenamento, dell’approfondimento e delle relazioni umane è tale da dilatare il tempo e confonderlo nella memoria.

Cercherò di facilitarmi le cose cominciando dal nome che Roberto Danubio ha scelto per questo suo appuntamento annuale. Wado Spirit. Lo spirito del Wado. Un nome che suona dannatamente bene. Fatto che, da solo, ne giustificherebbe la scelta. Ma per chi conosce il M° Danubio non è difficile immaginare che, con ogni probabilità, non l’ha scelto soltanto perché è figo, ma anche perché, da solo, dice già molto riguardo agli obiettivi del seminario stesso. Wado è una parola composta da due ideogrammi (kanji, in giapponese) Wa e Do. Do significa via, mentre Wa ha moltissime sfumature semantiche e può essere tradotto con mitezza, l’atto di mettere insieme, unione, pace, armonia, somma, gentilezza. Perciò possiamo affermare che lo spirito del Wado corrisponde a quello della via che conduce a ciascuna di queste qualità.

Il Wado Spirit inizia all’ora di pranzo e finisce dopo il tramonto. Quattro ore filate di allenamento durante il quale il maestro concede giusto un paio di pause della durata non superiore ai due minuti. In quelle quattro ore l’intero programma del Wado-ryu viene praticato e approfondito tecnica per tecnica. Fatto che, da solo, dice molto del ritmo che bisogna sostenere durante questo appuntamento.

Oltre a Roberto Danubio, a guidare il seminario c’erano i maestri Alessandro Danubio, 6° dan JKF Wadokai, Eveline Danubio, 5° dan JKF Wadokai e Rolf Wirth, 5° dan JKF Wadokai. Erano presenti oltre settanta wadoka e il colpo d’occhio, se uno si guardava attorno, era impressionante. Il Renshin Kan è un dojo di duecento metri quadrati in perfetto stile giapponese. Di forma rettangolare, sui due lati lunghi ci sono da una parte il kamiza e dall’altra una parete di specchi che fa sembrare l’ambiente ancora più spazioso. Sulla parete del kamiza domina un impressionante torii in legno (il tradizionale portale d’accesso giapponese alle aree sacre) che rende l’atmosfera allo stesso tempo austera e accogliente. All’interno del torii, su una grande calligrafia giapponese incorniciata in legno di ciliegio campeggiano gli ideogrammi Wa e Do, e ai lati del torii sei calligrafie, tre a destra e tre a sinistra, elencano, in giapponese, i precetti del Dojo Kun, le tradizionali regole di comportamento del karate. Impossibile non rimanere affascinati dalla bellezza del Renshin Kan dojo. Specie quando settanta karateka vi si muovono rapidi, facendo schioccare all’unisono il tessuto dei loro dogi, scattando al suono secco e tagliente di un “ichi!”.

Abbiamo allenato i kihon, i kata e i kumite, procedendo, pressappoco, in quest’ordine. Ma, come sempre capita con i seminari della famiglia Danubio, non ci siamo limitati ad allenarci con il corpo. Abbiamo approfondito, ragionato, riflettuto sulle tecniche e sul significato del Budo. Ci siamo allenati anche con la mente e con lo spirito. E alla fine siamo andati tutti insieme a cena. Sì, perché è questa una delle cose speciali del Wado Spirit. Nel costo del seminario è incluso un Pizza Party nell’accogliente ristorante di un allievo di Roberto sensei, il mio amico Toni Cresta. Un’occasione ulteriore per conoscersi, scambiarsi informazioni, esperienze o semplicemente trascorrere insieme momenti sereni e conviviali, coltivando quello spirito di solidarietà, amicizia e armonia che, come abbiamo visto, è un pezzo importante dello spirito del Wado.

Quando il giorno seguente ce ne siamo dovuti tornare a Zurigo per prendere il nostro volo per Roma, da Weinfelden ho portato via con me un pezzo di quel Wado Spirit e la voglia di tornarci, l’anno venturo. Perché il bello delle cose belle è che quando le fai, poi, le vuoi rifare. Perciò ci vediamo l’anno prossimo, ragazzi. Per tenere vivo lo spirito del Wado.

La WKSI ad Albano Laziale: intervista ad Albano-In-Comune

Intervista integrale rilasciata al periodico Albano InComune


La WKSI – Wadokai Karatedo Shin-Gi-Tai Italia arriva ad Albano Laziale. A parlarne ad Albano InComune è stato Riccardo Rita, allenatore di karate ed educatore sportivo.

Riccardo RitaIn primis una presentazione. Chi siete e cosa fate?
“La WKSI – Wadokai Karatedo Shin-Gi-Tai Italia è un’associazione senza fini di lucro che si occupa dello studio, della preservazione e della promozione del Karate tradizionale Wado-ryu, che significa Stile della Via dell’Armonia. Proprio questo concetto di armonia, intesa come consapevolezza, equilibrio e sicurezza, ispira la nostra attività, che è volta alla formazione fisica, intellettuale, morale e sociale dei praticanti. Infatti la WKSI, oltre a essere iscritta al registro del CONI e affiliata all’Ente di Promozione Sportiva CSEN, è anche un’Associazione di Promozione Sociale iscritta al Registro Nazionale del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Inoltre, siamo membri della Japan Karatedo Federation Wado-Kai e della Inclusive Karate Federation, la federazione internazionale del Karate integrato”.

Stiamo parlando di Karate per disabili?
“Sì, ma non solo. Essere inclusivi non vuol dire creare un ghetto, ma esattamente il contrario. Quindi il Karate Integrato mira a includere tutti, a prescindere dalla condizione fisica o sociale: giovani, anziani, uomini, donne, ricchi, poveri, italiani, stranieri, istruiti, non istruiti. E ovviamente anche i cosiddetti normodotati e disabili. Questo è lo spirito che portiamo avanti nei due grandi progetti dell’Unione Europea di cui siamo partner: il progetto Deporte Inclusivo Europeo, che ci ha portato a realizzare un bellissimo esempio di Karate integrato a Cadiz, in Spagna, e il progetto PRIME – Participation, Recreation and Inclusion through Martial Arts Education”.

Bambini-1Possiamo dire che l’inclusione è la vostra mission?
“Ne rappresenta una parte e in un certo senso la conseguenza, ma l’orizzonte dei nostri obiettivi è più ampio. Attraverso la pratica del Karate tradizionale nei nostri dojo, nelle palestre, nelle scuole e in tutti i nostri progetti culturali, ricreativi, assistenziali – e perfino turistici e ambientalistici – miriamo alla promozione della persona umana e del suo benessere, sotto ogni punto di vista: fisico, mentale, sociale e spirituale. Coerentemente con il moderno spirito del Budo giapponese, coltiviamo l’immenso potenziale educativo del Karate”.

La parola educativo mi fa pensare ai bambini…
“Che il Karate Wado-ryu faccia bene nell’età evolutiva, migliorando la condizione, l’attenzione, la concentrazione e l’autostima dei ragazzi, è dimostrato anche da una ricerca scientifica pubblicata qualche anno fa sulla rivista Mente&Cervello. Ma il processo educativo non ha età e non si interrompe mai. Anche chi insegna, nella nostra associazione, è un eterno studente ed è sottoposto a un continuo processo di formazione e verifica”.

WW-Carloni-DojoDove vi si può trovare?
“La WKSI ha base a Roma, ma da quest’anno abbiamo finalmente una sede operativa e un dojo ad Albano. Si chiama Wado Waza Karate (info su wadowaza.it). Io sono nato e cresciuto qui, e da tempo coltivavo il desiderio di portare anche nella mia città il valore e i benefici dei nostri progetti: perciò sono stato nominato referente WKSI per il nostro territorio. Con l’idea di collaborare con tutti gli Enti, le organizzazioni e i cittadini interessati alla nostra visione educativa, sportiva, formativa e sociale del Karate”.

Da uno specialista per gli specialisti: il nuovo seminario di Roberto Danubio per soli istruttori

Insegnare e allenarsi non sono la stessa cosa. Ciò nonostante, di solito i seminari di karate sono rivolti indistintamente sia agli istruttori sia ai semplici praticanti. Non c’è nulla di sbagliato in questo, chiariamolo subito. Mettere assieme persone con diverse capacità e ruoli differenti consente di confrontarsi e condividere dubbi e certezze, favorendo una più rapida crescita in chi di solito è allievo e una maggiore consapevolezza di chi di solito insegna. Ma proviamo a pensare, per un attimo, a un seminario dedicato esclusivamente agli istruttori, uno stage progettato da uno specialista per degli specialisti, da un allenatore per altri allenatori che, come lui, condividono il compito dell’insegnamento del karate e della trasmissione della propria conoscenza ed esperienza. Non sarebbe desiderabile? Non sarebbe utile?

Roberto Danubio sensei, 7th dan JKF Wadokai, deve aver pensato di sì. Perciò ha progettato una full-immersion di tre giorni fatta su misura per gli insegnanti di karate. E dopo averla frequentata posso assicurarvi che aveva ragione.

Il Seminario Internazionale di Wado-Kai Karate per Istruttori, tenuto da Danubio, si è svolto a Dublino, dal 29 settembre al 1 ottobre, ed è stato uno splendido weekend all’insegna del karate, dell’amicizia e della convivialità. Ma cominciamo dall’inizio.

Sono atterrato a Dublino venerdì 29, insieme ad altri sei amici e colleghi della WKSI – Wadokai Karatedo Shin-Gi-Tai Italia, il branch italiano della Japan Karate-do Federation Wado-Kai, per scoprire subito che l’hotel in cui ci avevano sistemati era, semplicemente, magnifico: un enorme Country Club immerso nel verde della campagna irlandese, a venti minuti dal centro della città. Wow. Ed è stato piacevole scoprire che anche tutti gli altri partecipanti al seminario erano sistemati lì. Ne conoscevamo già diversi, ma è stato bello incontrare tanti nuovi amici di karate provenienti da ogni parte d’Europa. In ogni caso, abbiamo avuto appena il tempo di appoggiare la valigia nella stanza e di indossare rapidamente il karategi prima che il seminario cominciasse.

Eravamo ospiti del dojo di Jimmy Harte, istruttore della JKF Wado-Kai e persona di rara premura e gentilezza. Sul tatami c’erano istruttori provenienti da Austria, Belgio, Gran Bretagna, Finlandia, Italia, Svezia, Svizzera e, ovviamente, Irlanda. Dipendesse dal karate, l’Europa sarebbe già unita, senza il bisogno di trattati e monete. Probabilmente non solo l’Europa, ma il mondo intero.

Come al solito, gli allenamenti di Roberto Danubio sensei si rivelano rudi ma allo stesso tempo limpidi e puri, sfiancanti ma in qualche modo rigeneranti. E, come al solito, ogni allenamento comincia dalle basi: ovvero i kihon. Sembra che nell’idea di karate del maestro Danubio i kihon siano ben lontani dall’essere considerati roba per principianti. Una buona traduzione di kihon potrebbe essere “fondamentali”, ma in Occidente viene reso spesso con le espressioni (forse fuorvianti) di “esercizi di base” o “esercizi elementari”. Qualcuno potrebbe pensare che, visto che sono cose elementari, allora vanno bene per i principianti e le cinture inferiori ma non sono degne dell’attenzione di una cintura nera di una certa esperienza. Danubio ci ha chiaramente fatto capire che questo atteggiamento è sbagliato, punto. “I kihon sono le fondamenta dell’edificio del karate”, ci ha detto. “Se sono buone e forti, allora l’edificio sarà stabile e potrà essere costruito alto. Altrimenti, collasserà sul suo stesso peso, prima o poi”. Questa non è una prerogativa del karate: anche i professionisti dell’NBA praticano  dribbling, passaggi, tiri liberi e tiri al volo durante ogni seduta di allenamento. Quelli sono i loro fondamentali, e li praticano costantemente per mantenere e migliorare le qualità tecniche, ben più complesse, necessarie in una partita di basket. Pertanto, abbiamo passato un bel po’ di tempo allenando il sonoba tsuki, il sonoba keri e il sonoba uke, concentrandoci su hikite, hikiashi, rotazione delle anche, flessione delle ginocchia, retroflessione del bacino ed equilibrio. Ed è stato davvero sorprendente, per me, realizzare quante delle cose che davo per scontate, invece, non lo sono affatto.

Seguendo la stessa impostazione, Danubio sensei ha insistito molto sugli Ido Kihon del programma Wado-Kai (junzuki, gyakutsuki, kette junzuki, kette gyakuzuki, junzuki no tsukkomi, Gyakuzuki no tsukkomi, kette junzuki no tsukkomi, kette gyakutsuky no tsukkomi, tobikomi tsuki, nagashi tsuki) e sui Kata Pinan. Ovviamente, nel corso dei tre giorni, abbiamo praticato anche qualche kata superiore, ma il focus è sempre rimasto sui fondamentali e sui Kata Pinan. E al riguardo qualche parola voglio spenderla.

Molte delle cinture nere che conosco sono alla costante ricerca di nuove tecniche da imparare e, di solito, si mostrano interessate alla pratica dei soli kata superiori. Non sto criticando questa attitudine né intendo dire che sia sbagliata: è giusto che ciascuno pratichi quel che preferisce, come preferisce. Ma pensiamo un attimo a qual è il compito di un maestro di karate e a quali sono le cose che deve insegnare ai suoi allievi per far sì che diventino dei solidi karateka. Pensiamo da cosa dipende la qualità dell’edificio del karate dei suoi studenti. E inevitabilmente saremo costretti ad ammettere che un seminario dedicato ai soli istruttori, paradossalmente, dovrebbe occuparsi soprattutto dei fondamentali.

Ma progettando questo seminario il maestro Danubio non si è limitato a questo. Infatti, lo ha impostato come un’opportunità di confronto e condivisione, coinvolgendo attivamente i partecipanti. Tutti noi, a turno, siamo stati chiamati ad esprimere il nostro punto di vista su una tecnica, una spiegazione, un’interpretazione e così via. Fatto che ha reso il seminario ancora più interessante e coinvolgente.

“Se praticate da venti o trent’anni e non siete maestri, be’, allora nel vostro karate c’è qualcosa che non va”, ci ha detto Danubio durante una pausa. “Avere degli allievi è importante, perché è la nostra opportunità di restituire quello che a suo tempo abbiamo ricevuto dai nostri maestri. È la nostra occasione per contribuire alla tradizione. Perché tradizione non significa diventare una copia del nostro maestro. Tradizione è camminare sul sentiero, ma anche proseguire sul sentiero, andare più avanti. Questo è il nostro dovere. Ed è importante farlo attraverso la pratica e i fatti, non solo a parole. È così che funziona, il Budo”.

Quando sono ripartito, alla fine del terzo giorno, ero carico di tanta roba nuova (e fortunatamente non era roba che necessitasse di un’ulteriore valigia). Mi sono portato a casa nuova consapevolezza, nuove conoscenze, nuove interpretazioni, nuove applicazioni, nuovi esercizi. Ma soprattutto, nuovo desiderio. Desiderio di tornare allo studio, alla pratica, allo spirito del Budo. Desiderio di tornare dai miei allievi e condividere tutto questo con loro.

Grazie, Danubio sensei. Davvero un buon lavoro, come al solito. Ci vediamo al prossimo seminario.

 

La delegazione italiana al Seminario Internazionale di Wado-Kai Karate per soli Istruttori con Roberto Danubio sensei, 7° dan JKF Wadokai – Dublino, 29 settembre – 1 ottobre 2017

1° Open Day di Karate tradizionale

Il 1° Open Day della stagione marziale 2017/18 si è svolto sabato 2 settembre dalle 11.00 alle 13.00. L’ingresso e la partecipazione erano liberi e aperti a tutti: bambini (da cinque-sei anni in su), ragazzi e adulti di tutte le età.

In qualità di insegnante tecnico WKSI – Wado-Kai Karate-do Shin-Gi-Tai Italia, branch italiano della Japan Karate-do Federation Wado-Kai, di responsabile del dojo Wado Waza Karate e di semplice appassionato di questa nostra bellissima disciplina, ringrazio di cuore le tante persone (più di trenta, tra accompagnatori e partecipanti attivi) che ci hanno onorato con la loro presenza, dedicandoci quasi tre preziosissime ore del sabato mattina.

L’incontro – che aveva lo scopo di presentare il corso di Karate tradizionale Wado-ryu, illustrarne i principî e gli obiettivi coerentemente al più ampio contesto delle arti marziali giapponesi che aderiscono, come il Karate tradizionale, allo Statuto del Budo – si è svolto in due parti: la prima, teorica, e la seconda, invece, decisamente pratica. Nella prima parte abbiamo raccontato la nostra visione dell’arte marziale, dei suoi aspetti fisici, mentali e spirituali, illustrando il nostro metodo d’insegnamento aiutandoci con le immagini di una presentazione video; nella seconda, ci siamo dati da fare sul tatami.

Dopo un breve riscaldamento, un po’ di stretching e qualche esercizio preliminare, con l’aiuto di Marco De Astis, insegnante tecnico e responsabile nazionale Karate Integrato della WKSI, e delle cinture nere Marco Sabatini, Giovanni Ambrogioni ed Elisa Testa, abbiamo diviso i partecipanti in due gruppi. I bambini da 8 – 9 anni in su, i ragazzi e gli adulti sono stati avviati allo studio di alcune tecniche di base del Karate, mentre i “pulcini” da 5 a 7 anni sono stati coinvolti in giochi di attivazione psicomotoria che miravano a far loro comprendere in modo ludico i principî dinamici dell’arte marziale.

Alla fine, dopo i ringraziamenti, abbiamo consegnato a tutti i partecipanti un piccolo omaggio, a ricordo di questa magnifica giornata all’insegna del Karate, dello spirito del Budo e della voglia di stare assieme, che vale anche come simbolo della gratitudine del dojo Wado Waza nei confronti di quelle belle persone – umini, donne, ragazze, ragazzi, bambine e bambini – che ci hanno voluto regalare la loro attenzione e la loro voglia di mettersi in gioco.

Ci vediamo al prossimo Open Day. Stay tuned.

Sfoglia la galleria fotografica:

Questo slideshow richiede JavaScript.

Karate Wado-ryu per i bambini iperattivi

La pratica del karate è terapeutica per i bambini iperattivi o con disturbi del comportamento. È quanto emerge da una ricerca pubblicata su “International Journal of Offender Therapy and Comparative Criminology”, condotta su 16 bambini di età compresa tra gli otto e dieci anni, con diagnosi di disturbo oppositivo-provocatorio (tendenza persistente a sfidare e provocare gli adulti e a mostrarsi irritabile, arrabbiato, dispettoso o vendicativo).

I bambini sono stati divisi in due gruppi da otto: un gruppo non ha ricevuto nessun trattamento, mentre gli altri otto bambini sono stati inseriti in un corso di karate (stile Wado-ryu) insieme con altri coetanei per un periodo di dieci mesi. Risultato: nei bambini che hanno praticato il karate è stato osservato un significativo miglioramento per quanto riguarda l’intensità, l’adattabilità e la capacità di regolazione dei propri stati emotivi.

WW-babie-1Secondo gli autori dello studio la pratica del karate può essere una valida risorsa terapeutica per diverse problematiche dell’età dello sviluppo e dell’adolescenza, come i disturbi del comportamento, l’aggressività, il disturbo da deficit dell’attenzione con iperattività (ADHD), l’autismo, la fobia sociale e le sindromi ansioso-depressive. Per Gloria Dal Forno, neurologa presso il Medical College of Wisconsin, l’efficacia del karate sui disturbi del comportamento, dell’attenzione e della concentrazione è espressione della capacità dell’arte marziale di influire sulla plasticità del sistema nervoso.

Il karate, originario dell’isola di Okinawa e influenzato dal kempo cinese, viene diffuso nel resto del Giappone (e poi in tutto il mondo) negli anni venti del secolo scorso dal maestro Gichin Funakoshi, che lo concepiva come sistema di disciplina interiore. Il nome dell’arte marziale significa “mano vuota”; il termine “kara” (vuoto) sta a indicare anche che il praticante del karate dovrebbe svuotare la propria mente da orgoglio, vanità, paura e desiderio di sopraffazione. Lo stile Wado-ryu fu fondato dal maestro Otsuka.

(Tratto da Mente&Cervello n° 35, Novembre 2007)

Some Karate styles

Il Karate deve per forza essere uno?

Negli anni ’90 d’un tratto nacque – e serpeggia ancora tra noi – una voglia strana. Quella di azzerare gli stili e unificare il Karate. Perché, infatti, continuare ad assecondare questa follia dell’incessante parcellizzazione della disciplina, degli stili che rivaleggiano tra loro, delle tecniche e dei kata che si differenziano fino a rendere la stessa forma, salvo per il nome, quasi irriconoscibile quando eseguita da un karateka di una scuola differente? Non sarebbe meglio darci un taglio? Mettersi seduti attorno a un tavolo e decidere di raccogliere tutti sotto lo stesso tetto, unificare i programmi di studio e far sì che, sinergicamente, si lavori tutti per lo stesso, comune obiettivo – e allo stesso modo? L’idea di base, credo, fosse questa. Ma è davvero una buona idea?

Gichin Funakoshi, creatore dello stile Shotokan
Gichin Funakoshi – Shotokan

Mettiamola così. Non importa la nostra opinione personale, non conta come rispondiamo alla domanda. Tanto il Karate è già uno e uno solo. Quando mi domandano che sport pratico (okay, lo so, anch’io alla parola sport rabbrividisco e vorrei precisare disciplina, ma non posso star sempre lì a puntualizzare con tutti) io non dico Wado-ryu. Rispondo Karate. Così facendo il mio interlocutore capisce subito di cosa sto parlando, perché per lui il Karate esiste, mentre Wado-ryu, Shotokan, Goju o Shito-ryu probabilmente no. Ed è del tutto comprensibile.

Se foste rapiti dagli alieni, portati a vivere sul quarto pianeta di classe M in orbita intorno ad Alpha Centauri e una nuova conoscenza autoctona vi chiedesse, qualche anno dopo, da dove venite, probabilmente non rispondereste da Roma o dall’Italia, ma: dal pianeta Terra. Non solo. Se ci chiedessimo: Il mondo (inteso come il pianeta Terra) è uno? cosa risponderemmo? Certamente . Eppure sulla Terra esistono infinite varietà di mondi e di culture differenti. Prendiamo, per esempio, le lingue. Sul nostro pianeta se ne parlano circa settemila, e servono tutte alla stessa cosa: comunicare tra di noi. Okay. Ma allora non sarebbe più comodo, a questo scopo, parlarne una sola? Ed è qui che le cose si fanno complicate. Perché per rispondere a quest’ultima domanda è necessario riflettere, e riflettere attentamente.

Hironori Otsuka - Wado-ryu
Hironori Otsuka – Wado-ryu

Quando traduciamo un testo da una lingua all’altra ci accorgiamo che alcune sfumature di significato sono irriproducibili. Qualcosa va immancabilmente perduto. Si parla, infatti, di lost in traslation. Avviene perché la comunicazione non è un semplice atto di trasferimento di informazioni ma un processo spirituale profondo e delicato di condivisione, creazione e composizione che necessita di molti anni di attenzione e interazione, per potersi efficacemente e felicemente instaurare. Ogni lingua influenza il modo in cui le persone pensano. E produce, nella sua propria letteratura, qualcosa di unico e irripetibile che non sarebbe possibile in culture e lingue diverse. Ecco. Adesso siamo pronti per tornare al Karate.

Pensate al Karate come al mondo, il mondo in cui noi karateka viviamo. Il mondo è uno – e il Karate è uno. Se parlassimo con qualcuno che non è del nostro stesso mondo, e ci chiedesse da dove veniamo, sapremmo cosa converrebbe rispondergli. Allo stesso modo sappiamo che nel nostro mondo esistono molti linguaggi, ovvero stili diversi. E che questi stili servono tutti a fare la stessa cosa (Karate), perseguono tutti lo stesso obiettivo. Allora perché non unificarli? Risposta: perché perderemmo qualcosa di prezioso. Qualcosa di incommensurabilmente importante, irripetibile, irriproducibile. Ed esprimibile soltanto all’interno di uno specifico stile.

mabuni
Kenwa Mabuni – Shito-ryu

Non converrebbe, forse, adottare quell’atteggiamento di umiltà che ci hanno insegnato essere a fondamento del Karate e del Budo, lasciando che la natura, anche quella del Karate, faccia il suo corso liberamente, come un fiume che scorre dalla montagna verso il mare? Anche l’esperienza suggerisce la bontà di questa via. Gli inziali buoni risultati sportivi, laddove l’unificazione c’è stata, sembrano adesso messi in discussione dal potente ritorno, in altre nazioni, dello spirito tradizionale del Karate e del lavoro differenziato sugli stili, anche in ambito competitivo. In ambito tradizionale, invece, i tentativi di riportare il Karate alla sua origine, a una mitica Età dell’oro okinawense in cui si praticava il vero (e segreto!) Karate, attraverso una ricerca storica priva di fonti scritte e con poche, contraddittorie e fantasiose testimonianze orali (per giunta, indirette) sta producendo risultati ancora peggiori, che sfidano, talvolta, il senso del ridicolo. I miti della nostra cultura e la nostra stessa Storia ci insegnano che ogni unificazione forzata si risolve immancabilmente in un fallimento (pensate alla lingua universale e artificiale Esperanto: la conoscono poche centinaia di persone nel mondo).

chojun-miyagi
Miyagi Chojun – Goju-ryu

Un atto di arroganza ci ha fatto erigere la Torre di Babele, e la conseguenza è stata la dispersione di tutti noi in innumerevoli culture e lingue differenti. Con lo stesso atto di arroganza vorremmo adesso ricomporle, annientando ogni particolarità, ogni unicità, ogni differenza. Dimostrando ancora di non comprendere quanto quell’apparente punizione divina fosse, in realtà,  una benedizione. La benedizione della pluralità, della ramificazione, che piante e alberi conoscono bene. Nessuno di loro sopravviverebbe a lungo se al posto delle innumerevoli radici contorte, intrecciate e ramificate avesse un unico troncone lineare immerso nella terra.

E, per come la vedo io, nemmeno il Karate.

Il Karate è ancora un’arte marziale?

Capita sempre più spesso di conoscere praticanti di Karate, anche di grado elevato, che non hanno alcuna dimestichezza con l’arte del combattimento. E non mi riferisco soltanto al curioso fenomeno della “separazione delle carriere” tra chi, pur definendosi un karateka, sceglie di specializzarsi soltanto nei Kata o nel Kumite. A volte perfino chi pratica esclusivamente il kumite, messo di fronte a una situazione di conflitto reale, mostra di non avere la preparazione sufficiente per gestire la situazione. Questo stato di cose, secondo alcuni, è l’inevitabile conseguenza dell’evoluzione sportiva del Karate: combattere per fare punti, infatti, è tutt’altra cosa dal combattere per neutralizzare un avversario o un aggressore. Io, però, non ne sono persuaso. Il fatto che la boxe, assai prima del Karate, sia diventata uno sport ordinato e codificato non impedisce a un buon pugile di essere dannatamente efficace nelle situazioni reali. Per come la vedo io,  il problema del Karate non è la sportivizzazione ma la sua progressiva demarzializzazione.

Otsuka-2Provate a cercare un maestro disposto a sostenere che il Karate non è un’arte marziale: non ne troverete uno. Poi provate a verificare in quanti dojo di Karate si pratica il Budo e si impone, agli allievi, la scomoda via dell’arte guerriera (perché, vale forse la pena ricordarlo, questo significa marziale). E scoprirete, probabilmente, che i conti non tornano.

Quando ho inziato a praticare il Karate, nel 1979, i combattimenti erano all’ordine del giorno. E non sto parlando di kumite sportivi in guantini rossi e blu. Parlo del combattimento libero, il Juyu-kumite, quello senza regole o limitazioni se non quelle dettate dallo scopo stesso del combattimento (cioè l’allenamento tra compagni di corso, non la sopravvivenza). Erano anni in cui, per quante accortezze adoperassimo per eliminare o minimizzare il contatto, i karategi si macchiavano di sangue con una certa frequenza. Nessuno lo percepiva come un attribuito di violenza da affibbiare al Karate. Era un fatto connesso alla natura stessa dell’arte marziale. Era, semplicemente, una cosa normale.

Ma adesso non più. Non c’è dubbio che il mondo sia cambiato. Trentacinque anni fa, quand’ero bambino, tornare a casa con un naso sanguinante, un occhio pesto o un labbro spaccato era una cosa, se non proprio ordinaria, certamente non così straordinaria, accolta da mamma e papà con amorevoli cure (acqua fresca, ovatta, acqua ossigenata) ma anche con divertito dileggio. Oggi diverrebbe subito un affare di stato. Eppure, continuare a sostenere a parole che il Karate è un’arte marziale rinunciando a impostarne l’insegnamento in un modo coerente e conseguente, a me non sembra un’operazione onesta. Del resto, se mi iscrivo a un corso di boxe metto in conto di prendere qualche pugno sul naso. Se mi iscrivo a Judo metto in conto di essere strattonato e scaraventato a terra. Perché, se invece mi iscrivo a Karate, faccio tanta fatica a mettere in conto qualcosa?

karate1Credo che questa demarzializzazione (e la conseguente astrazione delle tecniche, sempre meno realistiche ed efficaci) sia la causa principale del relativo clima di disinteresse che, da qualche anno, sembra circondare il Karate. Chi vuole avvicinarsi allo studio di un’arte marziale, non trovando quasi più nulla di autenticamente marziale nei dojo, volge lo sguardo alle palestre, dove vede praticare gli sport da combattimento e le discipline di difesa personale. Che, non saranno marziali, ma ai loro occhi insegnano a combattere e a difendersi. In quei contesti ci si confronta con situazioni concrete, reali, dinamiche e conflittuali. I pugni che arrivano sono pugni tirati per colpire, così come i calci; le prese sono fatte per atterrare e proiettare, e chi le subisce cerca di contrastarle, non di assecondarle come accade in certi dojo.

È un vero peccato non poter offrire alle persone potenzialmente interessate al Karate l’immagine di un’autentica arte marziale. Perché l’arte marziale comprende un bagaglio filosofico, spirituale e tecnico che va al di là di qualsiasi sport da combattimento, di qualsiasi corso di difesa personale. Un bagaglio che – e questo è il paradosso – rende il Karate una disciplina non-violenta e assai più sicura, da praticare, delle altre.

Il Karate giapponese si iscrive nel solco del Budo e ne raccoglie appieno l’antica tradizione. Una tradizione che può essere efficacemente sintetizzata da questo motto: “La spada davvero buona è quella che rimane nel suo fodero”. Ma non è buona a nulla se non sappiamo adoperarla.

“Che la pace sia la vera essenza dell’addestramento di un guerriero”, scriveva Hironori Otsuka nel suo libro sul Wado-ryu, “è un fatto che resterà per sempre immutabile. Ma il modo in cui questo fatto si manifesta varia col variare dei secoli. Le arti marziali devono tener conto di questo progresso e porsi, come primo obiettivo, lo sviluppo di esseri umani dotati di grandi abilità intellettuali, capaci di controllare le proprie emozioni, la propria mente, il proprio corpo”. Non vi sembra un obiettivo degno di essere perseguito? Ma per raggiungerlo bisogna percorrere la via del Karate-do, la via del Budo, la via dell’arte marziale. Ed è necessario che sia una via di fatti e azioni, non solo di parole.