Cobra Kai colpisce per primo, colpisce forte, senza pietà. Su Netflix

Un paio d’anni fa avevamo già parlato di Cobra Kai in questo articolo. All’epoca, questa serie televisiva stava già spopolando negli Stati Uniti, dando vita a una vera e propria Cobramania. Poiché era disponibile soltanto in lingua originale (inglese) su YouTube Premium (il servizio a pagamento di YouTube, che da queste parti non riesce a decollare), in Italia solo in pochi la stavamo seguendo. Ma adesso è successo quello che in molti speravano. Johnny Lawrence e i suoi ragazzi hanno colpito per primi, hanno colpito forte, senza pietà. Sono sbarcati su Netflix e stanno per mettere al tappeto milioni di spettatori con le prime due stagioni doppiate in italiano, e una terza – che si preannuncia ricca di sorprese e colpi di scena – già pronta per andare in onda, pare, entro la fine dell’anno o all’inizio del 2021.

La forza di Cobra Kai è che non si limita a strizzare l’occhio ai nostalgici di Karate Kid e degli anni ’80. E non mira nemmeno a compiacere i (pochi) sopravvissuti dell’era dei film e dei telefilm dedicati alle arti marziali. Questa serie, pensata e scritta con intelligenza e sapienza narrativa, tiene insieme tante storie e altrettanti temi che, come Daniel LaRusso e Johnny Lawrence, si sfidano, si combattono senza esclusione di colpi ma che, sotto sotto, si somigliano più di quanto non siamo disposti ad ammettere: la routine e la disillusione che spesso si accompagnano alla raggiunta maturità contro l’incapacità di superare l’adolescenza e diventare adulti; la fedeltà alla tradizione e alle proprie radici contro la voglia di cambiare, emanciparsi e mettersi tutto alle spalle; il conformismo spacciato per moralità contro l’immoralità necessaria di chi non riesce a conformarsi; le scaramucce tra adolescenti contro le faide familiari di un mondo di adulti che, in fondo in fondo, tanto adulti poi non sono; la spietatezza della vita e dei modelli sociali contro la farsa in cui finisce inevitabilmente per trasformarsi la vita quando si adegua a quegli stessi modelli.

Sì, okay, non stiamo parlando di Scene da un matrimonio di Ingmar Bergman: è soltanto il sequel di Karate Kid, che riprende il filo della narrazione trentaquattro anni dopo la finale del torneo di All Valley. Ma mentre nel film, con i protagonisti adolescenti, era chiaro chi fossero i buoni e i cattivi, adesso, con la maturità, tutto s’è fatto più sfocato. Immergendoci nel punto di vista di Johnny, siamo disposti a comprendere le sue ragioni. Ragioni che ci fanno apparire Daniel un po’ meno eroe e Johnny un po’ meno bullo. Ed è questa la maturità di Cobra Kai: più cresciamo, più conosciamo il mondo, le persone e le circostanze, più i contorni si sfumano e le certezze si sgretolano. Il mondo non appare più popolato di buoni e di cattivi, ma di persone che, immerse nella loro specifica e futile disperazione, si arrabattano facendo del loro meglio per non lasciarsi sopraffare dalla vita e dai propri limiti.

E che prendiate più in simatia Daniel o Johnny, che vi scopriate più affini al Miyagi-Do o al Crobra Kai, non importa. Forse sono le due facce della stessa medaglia. Infatti, entrambi (e i loro allievi e i loro figli) scoprono, o finiscono per riscoprire, che il modo migliore per non lasciarsi sopraffare dalla vita e dai propri limiti, in fondo è soltanto uno: fare parte di un dojo e studiare il karate. Perché, come a un certo punto chiarisce Daniel LaRusso, “il karate non ha a che fare solo con i calci e i pugni. Ha a che fare con l’equilibrio”.

Ma non si tratta soltanto di equilibrio interno. Non stiamo mica parlando di Yoga. Parliamo di un equlibrio tra le forze in gioco dentro e fuori di noi, tanto nel rapporto con noi stessi quanto in relazione agli altri, anche quelli che ci vogliono fare del male.

“Ti insegnerò lo stile di karate che è stato insegnato a me”, dice Johnny a Miguel, l’adolescente fragile e bullizzato che diventerà il primo allievo del nuovo Cobra Kai. “Un metodo di combattimento”, continua Johnny, “di cui la tua generazione di smidollati ha disperatamente bisogno. Non ti mostrerò soltanto come sconfiggere le tue paure. Ti insegnerò a risvegliare il serpente che è in te. E una volta che l’avrai risvegliato, diventerai temibile. Acquisterai più forza. Imparerai la disciplina. E quando verrà il momento, contrattaccherai”.

Il Taijitu rappresenta l’equilibrio dinamico tra i due poli dell’esistenza. Il logo del Cobra Kai lo richiama. Anche se rovesciato come in uno specchio.

Un discorso che Daniel e il suo Miyagi-Do avrebbero considerato brutale e inappropriato. Ma che per Miguel si rivela la chiave per emanciparsi dai soprusi, acquisire fiducia, prendere in mano la sua vita per vincere, perdere, sbagliare, redimersi e poi sbagliare ancora. E così via, in un eterno scontro e incontro tra la luce e l’ombra, in perfetto equilibrio dinamico, come nello Yin e nello Yang del Taijitu. Come in tutti noi.

La differenza tra arte marziale e sport da combattimento

Le arti marziali tradizionali non sono uno sport – o meglio: non sono soltanto uno sport e, stando alle numerose ricerche condotte sull’argomento, queste discipline sono in grado di produrre effetti non solo sulla salute e sullo stato di forma fisica, ma anche sull’equilibrio emozionale e psichico, favorendo, di fatto, uno sviluppo olistico capace di traformare radicalmente in meglio – e sotto tutti gli aspetti – la qualità della vita dei praticanti.

Si sente parlare, spesso a sproposito, di discipline olistiche. Olistico è un aggettivo che viene dal sostantivo olismo, parola di derivazione greca che significa l’insieme, il tutto (holos). Ma nel linguaggio filosofico occidentale ha finito per indicare una super-totalità, un oggetto (o concetto) che non può essere rappresentato attraverso la somma di ciascuna delle sue parti, perché tale somma sarebbe sempre e comunque inferiore all’oggetto (o concetto) stesso.

La differenza di base tra la semplice pratica sportiva e le arti marziali tradizionali è stata recentemente definita nell’ambito delle neuroscienze (Johnsone, 2018): lo sport è un sistema per accrescere un’attenzione specifica (AT – Attention Training). Per esempio, chi gioca a calcio impara a migliorare la capacità di focalizzare l’attenzione su una palla che si muove nello spazio con velocità e direzione variabili, e a tener conto, nell’insieme, di tutte le variazioni posizionali degli altri giocatori. Questa abilità, però, non necessariamente torna utile durate una lezione di matematica. Le arti marziali tradizionali, come è stato dimostrato, sono invece sistemi di allenamento dello stato di attenzione (AST – Attention State Training). In altre parole, non attivano soltanto un’attenzione specifica, ma migliorano e potenziano lo stato di attenzione, ovvero la capacità di attivare e focalizzare la propria attenzione su una cosa qualsiasi. E un maggiore e migliore stato di attenzione è qualcosa che può tornare utile sempre: a scuola, nel lavoro e nella normale vita quotidiana.

Ulteriori ricerche hanno poi dimostrato una correlazione tra la pratica assidua di arti marziali tradizionali e la diminuzione del tasso di aggressività e dei comortamenti antisociali, con un conseguene aumento della capacità di regolare e gestire i propri stati emotivi (e pertanto lo stress). La cosa che colpisce è che in due diversi studi indipendenti, condotti dai ricercatori Nosanchuk (1981) e Trulson (1986), questa correlazione appariva soltanto nei praticanti di arti marziali tradizionali, mentre era del tutto assente e – attenzione! – a volte addirittura inversa nei praticanti di sport da combattimento. In altre parole, nell’ambito delle due ricerche, alcuni atleti degli sport da combattimento (spesso full-contact) hanno mostrato un incremento, innescato dalla stessa pratica sportiva, degli stati di rabbia e dei conseguenti comportamenti antisociali.

Per evitare fraintendimenti, e capire meglio di cosa stiamo parlando, è necessario fornire alcune specificazioni. Che cosa intendiamo con le espressioni “arti marziali tradizionali” e “sport da combattimento”? Molti istruttori potrebbero non essere d’accordo, ma nei due studi citati il discrimine tra le due tipologie di allenamento è stato definito come segue:

Arte marziale tradizionale: disciplina che, nell’allenamento, preveda il sistematico studio delle forme (Kata) e dei fondamentali (Kihon), contemplando allo stesso tempo il controllo dei colpi assestati durante il combattimento (sparring soft-contact oppure no-contact), la pratica della meditazione zen (Mokuso) e una rigida disciplina formale basata sul rispetto dell’etichetta, delle persone e delle cose (Reigi).

Sport da combattimento: pratica di sviluppo psico-motorio incentrata sulla ricerca della massima performance nelle competizioni che, generalmente, non implica lo studio delle forme e in cui gli elementi spirituali, come la meditazione, il controllo e il rispetto dell’etichetta (formale e sostanziale), risultano secondari se non addirittura assenti.

Da queste definizioni risulta evidente che, a fare la differenza tra arte marziale tradizionale e sport da combattimento non sia tanto la disciplina in sé (Karate o, per esempio, Kick-boxing), ma il modo in cui la disciplina viene insegnata congiuntamente al fattore ambientale in cui viene praticata. Per fattore ambientale intendiamo il modo in cui viene gestito il dojo o la palestra – e con quali finalità.

Potremmo quindi trovare istruttori di karate che interpretano (e quindi trasmettono) la propria disciplina come fosse uno sport da combattimento e istruttori di boxe capaci di fare l’esatto contrario. Come al solito, a fare la differenza non sono le cose ma le persone. O, per dirla con un famoso motto zen, “non è la Via a dare valore all’uomo, ma l’uomo a dare valore alla Via”.

Tornando agli studi di Nosanchuk e Trulson, un’altra grande differenza tra la pratica assidua e continuativa di uno sport da combattimento e di un’arte marziale tradizionale è che, conseguentemente, quest’ultima tenderà non solo a minimizzare la possibilità che i praticanti vengano aggrediti o bullizzati ma anche a massimizzare la probabilità che non diventino mai né aggressori né bulli a loro volta. Ed è una bella differenza.

Qualunque sia il vostro pensiero al riguardo, la cosa che a noi sembra più interessante è che questi studi gettano una luce di scientificità su quella sensazione di super-totalità o percezione olistica che i praticanti di arti marziali tradizionali conoscono bene. Una sensazione di pienezza dolce-amara che, come lo Yin e lo Yang nel Taijitu, contempla la compresenza della luce e dell’ombra, e a un sempre più affilato senso di benessere psicofisico accompagna una progressiva consapevolezza della propria distanza dalla perfezione. Ed è proprio nell’accettazione dei propri limiti, pur senza mai rinunciare alla ricerca della perfezione, che forse risiede l’essenza dell’approccio tradizionale alle arti marziali.

Ecco i link ai due studi citati:

Martial Arts Training: A Novel “Cure” for Juvenile Delinquency, Michael E. Trulson, Texas A & M University, USA.

The Way of the Warrior: The Effects of Traditional Martial Arts Training on Aggressiveness, T. A. Nosanchuk, Department of Sociology and Anthropology, Carleton University, Ottawa, Canada.


Il karate è meglio del fitness per potenziare attenzione, resilienza e reattività degli adulti

Uno studio apparso nel 2016 sul Journal of Sport and Health Science e diffuso dal sito web sciencedirect.com ha comparato l’efficacia di due diversi metodi di allenamento sulla funzionalità cognitiva degli adulti in età avanzata: il karate, da una parte, e il normale fitness dall’altra. Ecco una sintesi dello studio, che, per chi volesse approfondire, è consultabile integralmente, in lingua inglese, al seguente link: Comparing the effectiveness of karate and fitness training on cognitive functioning in older adults: A randomized controlled trial.

Lo studio scientifico: Premessa

“Studi recenti dimostrano che attraverso l’allenamento aerobico in età avanzata si può rallentare il deterioramento della funzionalità cognitiva. È dimostrato che la combinazione di esercizi aerobici, di equilibrio e di coordinazione porta a un miglioramento o al mantenimento delle funzioni cognitive. Tali esercizi si possono trovare specialmente nelle arti marziali dell’Asia orientale. Lo scopo di questo studio è verificare se la pratica del karate per gli anziani ne migliora il funzionamento cognitivo e, se è possibile riscontrarlo, quali sono i campi cognitivi coinvolti”.

Metodo d’indagine

“Ottantanove donne e uomini anziani (età media: 70 anni) hanno partecipato a questo studio. I partecipanti sono stati suddivisi casualmente in due gruppi di lavoro (gruppo di karate e gruppo di fitness) e un gruppo di controllo. Tutti i partecipanti hanno dovuto eseguire una serie di test cognitivi prima dell’inizio e subito dopo la fine del periodo di allenamento controllato, che è durato cinque mesi. In uno studio successivo, il gruppo di karate è stato sottoposto a un ulteriore intervento di altri cinque mesi”.

Evidenze scientifiche

“I risultati dimostrano che vi è un significativo miglioramento della reattività motoria, della tolleranza allo stress e della cosiddetta “attenzione divisa” solamente per il gruppo sottoposto al periodo di allenamento di karate. Inoltre, i risultati dello studio successivo indicano ulteriori miglioramenti dopo dieci mesi di pratica continuativa”.

Conclusioni

“La pratica del karate può aiutare a migliorare l’attenzione, la resilienza e il tempo di reazione motoria già dopo un periodo di cinque mesi, ma con un periodo di allenamento esteso a dieci mesi i risultati sono ancora più evidenti”.

Questo studio si inserisce coerentemente in una lunga serie di indagini scientifiche condotte nell’ultimo decennio, dalle quali si evince che le arti marziali tradizionali e, nella fattispecie il karate tradizionale giapponese, riescono, più di altre discipline, sport e metodi di allenamento, a produrre significativi miglioramenti fisici, mentali e spirituali nei praticanti di tutte le età.

Autori dello studio

Kerstin Witte, Department of Sport Science, Otto-von-Guericke-University, Magdeburg 39104, Germany
Siegfried Kropf, Department for Biometrics and Medical Informatics, Otto-von-Guericke-University, Magdeburg 39120, Germany
Sabine Darius, Department of Occupational Medicine, Otto-von-Guericke-University, Magdeburg 39120, Germany
Peter Emmermacher, Department of Sport Science, Otto-von-Guericke-University, Magdeburg 39104, Germany
Irina Böckelmann, Department of Occupational Medicine, Otto-von-Guericke-University, Magdeburg 39120, Germany

Le arti marziali migliorano le capacità di attenzione, secondo nuovi studi scientifici

di Ashleigh Johnstone (tratto e tradotto da The Conversation) —

Le arti marziali richiedono un buon livello di forza fisica, ma coloro che le praticano devono anche sviluppare un’incredibile quantità di acutezza mentale.

La forza mentale è così importante, per le arti marziali, che i ricercatori hanno scoperto che la maggiore potenza espressa nei colpi dai più esperti karateka dipende probabilmente da un migliore controllo dei movimenti muscolari da parte del cervello, piuttosto che dall’aumentata forza muscolare. Altri studi hanno hanno riscontrato che i bambini che praticano arti marziali tendono ad avere voti più alti nei test matematici e un comportamento migliore.

Un dato che ci porta a una domanda interessante: praticare arti marziali fa sì che il cervello sviluppi un migliore controllo o sono le persone che già godono di queste caratteristiche cerebrali a scegliere di praticare le arti marziali? È proprio per chiarire questo dilemma che il nostro team ha svolto ricerche, con risultati interessanti.

Attenzione marziale

Abbiamo specificamente misurato l’attenzione per valutare il controllo mentale, dal momento che ricerche precedenti hanno suggerito che la meditazione e l’esercizio fisico possono entrambi avere effetti benefici sull’attenzione. Si potrebbe sostenere che le arti marziali sono una combinazione di entrambi: una forma di allenamento che include aspetti di meditazione e consapevolezza.

Nel nostro studio, pubblicato di recente, abbiamo reclutato 21 adulti che praticano arti marziali a livello amatoriale (karate, judo e taekwondo, tra gli altri) e 27 adulti senza esperienza particolare negli sport. E li abbiamo sottoposti a un test sul sistema di attenzione.

Il test valutava tre diversi tipi di attenzione: la vigilanza (il mantenimento attivo e volontario dell’attenzione), l’orientamento del focus (la capacità di cambiare il proprio stato di vigilanza e concentrazione) e l’attenzione esecutiva (la capacità di individuare la risposta più appropriata quando ci sono informazioni contrastanti).

Ido Kihon nel turno serale dedicato agli adulti

Eravamo particolarmente interessati alla vigilanza. Una persona con un punteggio elevato nel test sulla vigilanza dovrebbe essere più capace di rispondere a stimoli imprevedibili.

Mentre esistono differenze nelle varie arti marziali in termini di filosofia di base, intensità, e maggiore o minore predisposizione al combattimento o alla meditazione, nel nostro studio non abbiamo diviso i vari praticanti in base alla loro arte o al loro stile di provenienza.

Una futura ricerca potrebbe concentrarsi sul confronto tra i diversi tipi di arti marziali, ma per questo studio eravamo più interessati a capire la differenza, in termini generali, tra chi pratica un’arte marziale e chi non lo fa.

Test di Sparring

Abbiamo invitato i praticanti al nostro laboratorio e raccolto i dettagli della loro esperienza nelle arti marziali (incluso lo stile, la frequenza di allenamento settimanale e da quanto tempo praticano la loro disciplina) prima di sottoporli al test (con dei task specifici da svolgere attraverso il controllo di un computer).

I partecipanti, osservando una fila di cinque frecce, dovevano rispondere in base alla direzione della freccia centrale, premendo un tasto specifico su una tastiera (“c” per le frecce rivolte a sinistra e “m” per quelle che guardavano a destra) il più rapidamente possibile. In alcune prove, è stata data loro un’indicazione, una specie di avvertimento che li informava che le frecce stavano per apparire sullo schermo, mentre altre prove non prevedevano alcun avviso o segnale premonitore.

Di solito, per quanto diverse, tutte le arti marziali prevedono allenamenti al combattimento (full-contact, controllato o simulato) con un compagno. Uno degli obiettivi di questo tipo di training è far sì che i praticanti rimangano concentrati per evitare che il loro partner li colpisca. Dopotutto, nessuno vuole essere preso a pugni in faccia.

È raro che un avversario, durante una sessione di sparring, fornisca un chiaro avvertimento sul momento esatto in cui sferrerà un pugno, quindi il partner in difesa deve restare attento e vigile in ogni momento, per essere pronto a schivare il colpo.

Durante la nostra ricerca, i praticanti di arti marziali hanno prodotto punteggi più alti rispetto ai non praticanti. Ciò significa che gli artisti marziali hanno risposto alle frecce più velocemente, specialmente quando non hanno ricevuto alcun avvertimento. Fatto che ci porta a concludere che hanno sviluppato un maggiore livello di vigilanza e, probabilmente, un maggiore controllo cognitivo.

Abbiamo anche esaminato gli effetti della pratica di arti marziali a lungo termine e abbiamo riscontrato che la vigilanza è migliore negli artisti marziali con maggiore esperienza. I partecipanti con più di nove anni di esperienza nella rispettiva disciplina hanno mostrato una miglior prontezza nei nostri test. Ciò suggerisce che quanto più a lungo una persona si allena nelle arti marziali, tanto più grande sarà la ricompensa in termini di attenzione, vigilanza e controllo mentale.

Facendo un ulteriore passo in avanti, sembra che gli effetti di questa attenzione potenziata possano durare a lungo e non si limitino a un breve picco subito dopo l’allenamento.

Benché ci sia chi sostiene che le arti marziali siano soltanto una tra le molte attività capaci di migliorare la salute e il fitness, ciò che noi e altri ricercatori abbiamo scoperto è che la loro pratica produce una di quelle rare combinazioni di fattori che aiutano a migliorare significativamente tanto il cervello quanto il corpo.

Ashleigh Johnstone è ricercatrice in neuroscienza cognitiva presso la Bangor University. Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta sulla rivista The Conversation

“PRIME”: le linee guida per i coach per le arti marziali inclusive

PRIME – Participation, Recreation and Inclusion through Martial Arts Education è una progetto co-finanziato dal Programma dell’Unione europea ERASMUS+ per sviluppare un modello formativo di alta qualità a supporto della promozione, in Europa, di una sana partecipazione delle persone disabili alle arti marziali.

Il modello PRIME è il primo nel suo genere e si inserisce nel contesto del Quadro europeo delle qualifiche (EQF) e degli altri standard internazionali di merito, quali lo International Sport Coaching Framework.

La WKSI – Wadokai Karatedo Shingitai Italia, l’associazione di cui il nostro dojo Wado Waza Karate fa parte (e che è il branch ufficiale della JKF Wadokai nonché un’associazione sportiva iscritta al registro del CONI, affiliata all’Ente di Promozione Sportiva CSEN e inserita nel Registro Nazionale del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali in qualità di Associazione di Promozione Sociale) è l’unico partner italiano di PRIME e, grazie alla decennale esperienza sul campo (vedi il progetto Abili al Karate), ha fornito un contributo decisivo alla redazione delle linee guida rivolte a tutti i coach delle discipline marziali.

I contenuti del sito web PRIME, il cui indirizzo è: https://www.martialarts-prime.com, sono disponibili in quattro lingue: Inglese, Francese, Tedesco e Italiano.

Noi del dojo Wado Waza Karate ci permetiamo di consigliare caldamente a tutti gli allenatori, gli istruttori e i maestri di karate, judo, aikido, jujutsu, kung-fu e, più in generale, a tutti gli istruttori di discipline marziali e sport da combattimento, di scaricare e consultare la Guida per i Coach. (in formato Pdf). Uno strumento che può davvero rivelarsi utile, e talvolta risolutivo, per chiunque abbia o desideri accogliere praticanti portatori di disabilità nei propri corsi di arti marziali.

“Il sogno olimpico della WKF è finito. E va bene così”

di Thomas Prediger (tradotto da The Shotokan Times)

“Non è durato a lungo, il sogno olimpico del Karate. Gli organizzatori delle Olimpiadi di Parigi del 2024 hanno proposto al CIO di rimuovere il Karate dalla lista delle discipline olpimpiche. Invece, secondo il comitato organizzatore dei Giochi, al suo posto andrebbero inclusi la Breakdance e lo Skateboarding. Una decisione particolarmente triste per tutti i Karateka che hanno fatto così tanti sacrifici per realizzare il loro sogno. Il Karate alle Olimpiadi, a quanto pare, sarà solo un breve intermezzo”.

Un tipico esempio di attacco “sportivo”, privo di significato in termini di offesa o difesa personale. Un colpo simile non avrebbe senso nemmeno nella boxe.

“Alcuni sospettano che la precedente ammissione del Karate alle Olimpiadi di Tokyo del 2020 fosse solo il risultato di un semplice, ma momentaneo, riconoscimento al paese ospitante. Eppure sorprende che il karate, appena ammesso, venga espulso proprio dalla Francia, il paese con la più grande sezione nazionale della Federazione mondiale di karate (WKF – World Karate Federation). La ragione di questa esclusione potrebbe essere più profonda e radicata nella natura stessa della WKF”.

Per molte associazioni e federazioni, il karate proposto dalla WKF si è troppo sportivizzato, perdendo parte del suo fascino marziale e, forse, la sua vera peculiarità.

“La WKF è stata riconosciuta dal Comitato Internazionale Olimpico (CIO) nel 1999. Da allora, è l’unica federazione titolata a rappresentare il Karate presso il CIO. Differentemente dalle altre organizzazioni esistenti, la WKF ha però preteso di rappresentare l’intera comunità mondiale del Karate. Tuttavia, come tutti sanno, questo non è vero. E può darsi che il comitato di Parigi lo abbia capito. Molti paesi e molte associazioni non hanno voluto seguire la WKF sulla via della sportivizzazione del karate, benché fosse l’unico modo per sperare di partecipare alle Olimpiadi. Soprattutto, le associazioni più tradizionaliste hanno avuto difficoltà con il sistema a 8 punti, con i guanti e le protezioni dei piedi. La burocrazia (per esempio quella dei tornei), l’imposizione delle regole WKF a tutte le associazioni, anche nelle competizioni nazionali, le evidenti affinità tra il Karate sportivo e il Taekwondo, la graduale commercializzazione e l’esagerata attenzione al solo aspetto competitivo sono state la goccia che ha fatto traboccare il vaso”.

Le crescenti similitudini con il Taekwondo, per molti osservatori, hanno reso di fatto superflua la presenza del karate… qual è il suo valore aggiunto?

“Per molti, la WKF è diventata poco attraente. Eppure, la World Karate Federation non ha fatto molto per aprirsi a un confronto con lealtre opinioni esisteti nel mondo del karate, con gli altri regolamenti e gli altri standard. Forse, dopo quel momentaneo riconoscimento da parte del CIO, nel 2016, si è lasciata andare a un pizzico di hybris (superbia). O forse, semplicemente, la colpa è di un certo dilettantismo manageriale. Non è dato sapere. Questa esclusione, tuttavia, ha dimostrato che la WKF non parla a nome della comunità mondiale del Karate. È solo un’associazione tra le tante. E il suo futuro, dopo questa decisione, è diventato incerto”.
(Thomas Prediger)

ATTENZIONE!

Ho voluto tradurre questo articolo perché trovo interessante la discussione che, potenzialmente, potrebbe innescare.

Personalmente non ne condivido tutto il contenuto (specie le conclusioni), ma su una cosa mi trovo d’accordo: il karate competitivo, specie in ambito WKF, si è spinto talmente in là nel processo di omologazione sportiva da smarrire lungo la strada la sua vera essenza: quel quid che lo rendeva (e lo rende, per chi continua a praticare il karate tradizionale) una disciplina unica al mondo. Per parte mia, sono convinto che il sogno olimpico non sia finito qui. Ma allo stesso modo credo che le federazioni sportive di karate aderenti alla WKF, per realizzarlo definitivamente, debbano farsi un esame di coscienza e, con razionalità e onestà intellettuale, interrogarsi se non sia utile ricominciare a nutrire le nostre radici, riavvicinando anche il karate competitivo alla sua originaria essenza marziale.

Addio, Takagi Sensei. Lutto nel mondo del Wado

Un altro grande maestro del Wado-ryu è venuto a mancare. Hideho Takagi Sensei, presidente della Commissione Tecnica della Japan Karatedo Federation Wado-kai, è morto dopo aver lottato a lungo contro un brutto male. Aveva da poco compiuto settantasei anni.Hideho Takagi, insieme al già compianto Toru Arakawa (scomparso nel 2015), è stato il massimo punto di riferimento tecnico per la JKF Wadokai, in Giappone e nel mondo, negli ultimi trent’anni. Sempre sorridente e disponibile, pronto allo scherzo e all’ironia, sapeva essere allo stesso tempo molto severo, a cominciare da se stesso. Di lui in Occidente si sa poco, perché non ha mai voluto rilasciare interviste. “Non ho nulla di interessante da dire”, si giustificava con le riviste specializzate che regolarmente tentavano di convincerlo.

I karateka che hanno avuto il privilegio di seguire le sue lezioni giurano che fosse il wadoka più veloce e preciso che abbiano mai visto, implacabile nel kumite e superbo nei kata. In gioventù ha partecipato a una sola competizione internazionale, vincendola. Il motivo per cui non ha gareggiato di più è che Hironori Ohtsuka, il fondatore del Wado, non era mai nella giuria. Tranne che una volta: quella a cui partecipò e vinse.

Hideo Tagaki, Giuseppe CarloniIl maestro Takagi era nato in Manchuria, in China, al tempo dell’occupazione giapponese, il 23 luglio del 1942. Nel 1953 era tornato nella madre patria, con la sua famiglia, stabilendosi a Tokyo, dove nel 1966 iniziò a studiare medicina (specializzandosi poi come dentista) alla Nihon University. Proprio lì conobbe Hironori Ohtsuka, che nella palestra dell’università teneva un corso di karate, e iniziò a praticare, sotto la sua guida, il Wado-ryu.

Bob Nash racconta che Takagi fu il primo a cui Ohtsuka disse di eseguire il passo del Seishan senza prima sbloccare (aprendolo) il piede anteriore, perché aveva capito che quel suo talentuoso allievo aveva introiettato l’essenza del movimento e poteva quindi sbarazzarsi di quel passaggio intermedio.

Giuseppe Carloni, Hideo Takagi, Roberto Danubio, Maurizio ParadisiHideho Takagi, 8° dan JKF Wado-kai e già membro del comitato direttivo della federazione di stile, rimase vicino a Ohtsuka fino alla fine, anche se, pochi mesi prima della morte del fondatore, quando il mondo del Wado si spaccò in due, scelse di rimanere nella JKF Wado-kai, di cui divenne in seguito la massima guida tecnica.

“Sento che il mio compito e dovere principale è quello di mantenere il Wadoryu vivo, facendo sì che le tecniche insegnateci da Hironori Ohtuska vengano eseguite correttamente e con efficacia”, confidava ai suoi collaboratori. E quelli che lo hanno conosciuto e che con lui si sono allenati possono testimoniare, ancora una volta, quanto bene ci sia riuscito.

 

 

Il karate e le arti marziali tradizionali potenziano le facoltà del cervello

di Ashleigh Johnstone
(Tratto e tradotto da questo articolo sul The Independent)

Allenamento per istruttori al Renshin Kan dojo di Weinfelden, SvizzeraSiamo tutti consapevoli dei molti vantaggi dell’attività motoria, come il miglioramento della forma fisica e della forza. Ma cosa sappiamo degli effetti specifici dei vari tipi di attività? I ricercatori hanno già dimostrato che, per esempio, il jogging può aumentare l’aspettativa di vita, mentre lo yoga ci rende felici. Tuttavia, esistono attività che vanno oltre il miglioramento della salute fisica e mentale: le arti marziali, infatti, possono anche aumentare le capacità di elaborazione e apprendimento del cervello.

I ricercatori dicono che ci sono due modi per migliorare l’attenzione: attraverso l’addestramento dell’attenzione (AT – Attention Training) e l’addestramento sullo stato di attenzione (AST – Attention State Training). L’AT si basa sulla pratica di un’abilità specifica e sul miglioramento di quell’unica abilità, non di altre. Per esempio, utilizzando un videogioco per l’allenamento mentale.

L’AST, d’altra parte, permette di entrare in uno stato mentale specifico che consente una maggiore concentrazione. Questo può essere fatto attraverso la meditazione o lo yoga, tra le altre cose.

È stato ipotizzato che le arti marziali siano una forma di AST e, a sostegno di questa tesi, recenti ricerche hanno dimostrato un legame tra pratica marziale e vigilanza migliorata. Sostenendo ulteriormente questa idea, un altro studio ha dimostrato che la pratica delle arti marziali, in particolare del karate, è legata a prestazioni migliori nelle attività che richiedono la cosiddetta attenzione divisa, ovvero la capacità di svolgere due o più mansioni nello stesso momento (multitasking).

Si tratta di test in cui la persona deve tenere a mente due differenti regole e rispondere ai segnali in base al fatto che siano uditivi o visivi.

Allenamento per bambini da 6 a 12 anni presso il dojo Wado Waza KarateIn uno studio statunitense, ai bambini di età compresa tra gli otto e gli undici anni è stato assegnato il compito di seguire corsi di arti marziali tradizionali incentrati sul rispetto delle altre persone e della difesa personale come parte di un programma anti-bullismo. Ai bambini è stato anche insegnato come mantenere un adeguato livello di autocontrollo nelle situazioni critiche.

I ricercatori hanno scoperto che l’allenamento nelle arti marziali ha ridotto il livello di aggressività nei ragazzi e che erano più propensi ad intervenire in aiuto di qualcuno che era stato vittima di bullismo rispetto a prima di prendere parte all’addestramento. […]

È interessante notare che questo effetto anti-aggressione non è limitato ai bambini piccoli. Un’altra ricerca ha riscontrato una riduzione dell’aggressività fisica e verbale, così come l’ostilità, anche negli adolescenti che praticavano le arti marziali. […]

Dato che molti scienziati stanno ora esaminando i legami tra benessere emotivo e salute fisica, è fondamentale notare che le arti marziali hanno dimostrato di migliorare anche il benessere emotivo di una persona.

Nel corso di un’ulteriore ricerca, quarantacinque adulti di età compresa tra i sessantasette e i novantatré anni sono stati divisi in tre gruppi e invitati, rispettivamente, a prendere parte a un addestramento di karate, a un addestramento cognitivo e a un normale addestramento fisico di tipo occidentale, per un minimo di tre e un massimo di sei mesi.

Pratica dei Tantodori, difesa tradizionale da coltello

Gli adulti nel gruppo del karate hanno mostrato livelli più bassi di depressione dopo il periodo di allenamento rispetto ad altri gruppi, forse a causa del suo aspetto meditativo. È stato anche riferito che questi adulti hanno anche mostrato un maggiore livello di autostima, dopo il periodo di allenamento.

Dopo aver confrontato un gruppo di controllo sedentario con un gruppo di persone che praticavano il karate, alcuni ricercatori italiani hanno scoperto che il karate può migliorare la memoria di lavoro. Hanno impiegato un test che comportava la memorizzazione e la ripetizione di una serie di numeri, sia nell’ordine corretto che all’indietro, che sono aumentati di difficoltà fino a quando il partecipante non è stato più in grado di continuare.

Il gruppo del karate era molto più bravo in questo compito rispetto al gruppo di controllo, nel senso che potevano ricordare e ripetere più serie di numeri. Un altro progetto ha trovato risultati simili confrontando la pratica marziale con il comune esercizio di tipo occidentale (allenamento di forza, durata e resistenza).

Evidentemente, c’è molto di più del semplice allenamento, nelle arti marziali. Sebbene siano state praticate per autodifesa e sviluppo spirituale per molte centinaia di anni, solo di recente i ricercatori dispongono degli strumenti scientifici per valutare la reale portata che queste pratiche hanno sul cervello. ♦ Read it in English → Independent.co.uk

Ashleigh Johnstone è ricercatore in Neuroscienze cognitive presso la Bangor University. La sua tesi di dottorato si intitola “Cognitive changes associated with martial arts practice – I cambiamenti cognitivi associati alla pratica delle arti marziali”.

La fedeltà del maestro

Contrariamente al pensiero di molti, non è l’allievo a dovere fedeltà al maestro, ma il maestro all’allievo. Come spiega Taisen Deshimaru nel suo testo sullo Zen e le Arti marziali, l’originario bujutsu (arte della guerra) divenne budo (via delle arti marziali) dopo l’incontro con la filosofia Zen. Con il passaggio da bujutsu a budo le arti marziali cessarono di essere solo metodi di combattimento per diventare un pecorso di crescita fisica, tecnica e spirituale intrisa di valori etici. L’adozione del pensiero e della pratica Zen espanse l’orizzonte dell’arte marziale così tanto da farla coincidere con la vita stessa, che altro non è se non un cammino lungo la via della conoscenza di sé e del mondo. È proprio dalla tradizione zen che ci è giunto questo detto: “Non seguire le orme dei saggi. Cerca ciò che essi cercarono”.

deshimaruQuesto motto non è soltanto un invito rivolto all’allievo, affinché si sforzi di cercare la propria via e percorrere il suo percorso con i propri passi. È anche un invito al maestro, affinché accompagni l’allievo fino al bivio dove la propria strada e quella di lui si separano. Là, proprio in quel bivio, dove i percorsi si dividono, il maestro saprà di aver adempiuto al suo compito, perché lì, dove prima c’era un solo ramo, ne è germogliato un altro, che renderà la chioma dell’albero ancora più fitta e rigogliosa.

Gravare i propri allievi del peso delle proprie insicurezze, chiamando fedeltà quel che invece è aspettativa di possesso, è forse il peggior servigio che un maestro possa rendere a se stesso. E benché sia indubbio che il buon allievo è colui che nutre sentimenti di gratitudine verso il maestro, è altrettanto certo che per essere davvero un buon allievo egli debba necessariamente restare fedele innanzitutto al suo proprosito di apprendere e ricercare, come è stato detto, ciò che i saggi cercavano.

zeneartimarzialiCome tra i primi notò Seneca, in pochi sono felici del proprio destino. Eppure io sono felice del mio, che mi ha concesso il privilegio di incontrare molti maestri. Di ciascuno conservo ricordi colmi di affetto. Alcuni di loro camminano ancora sulla loro via, e quando sono particolarmente fortunato mi capita di incrociarli di nuovo sulla mia. Poi ce ne sono di nuovi, incontrati a ogni bivio successivo, uomini e donne che fanno del loro meglio per accompagnarmi fino alla prossima biforcazione senza gravarmi di nulla.

E a ciascuno di loro resto fedele nel solo modo in cui un allievo può mostrare fedeltà ai suoi maestri: facendo del mio meglio per onorare, incarnare e far vivere quel che da loro mi è stato tramandato, arricchendone, se possibile, il contenuto, facendolo evolvere insieme a me stesso per poterlo a mia volta tramandare lasciando, se ne sarò degno – e con un po’ di fortuna, qualche orma da non seguire. Senza mai rinunciare a mettere in discussione quel che credo di sapere, senza nascondermi la verità su ognuna delle mie mancanze, ricominciando daccapo ogni volta che sarà necessario, anche quando sarò stufo e sentirò di non averne più la forza.

E restando sopratutto fedele ai miei allievi, sapendo che non sono e mai saranno miei, facendo sì che quanto prima comprendano di essere i veri maestri di loro stessi. Perché, come recita un altro detto Zen, si può di certo portare il bue al fiume, ma solo il bue può decidere di bere. Nella speranza che  un giorno possa nascere anche in loro questa sete inestinguibile e la voglia di iniziare a cercare da sé quel che i saggi cercarono.

Wado Spirit: lo spirito dell’armonia

Già altre volte vi ho parlato del M° Danubio e del suo Summer Camp, ma finora non vi avevo mai detto nulla del Wado Spirit, il seminario che si tiene ogni anno in dicembre nel suo dojo di Weinfelden, in Svizzera, a due passi dal lago di Costanza. E non vi avevo detto nulla perché non avevo mai avuto l’occasione di andarci, prima del 2 dicembre di quest’anno.

Weinfelden è una piccola città nel nord della Svizzera, capitale del cantone di Thurgau e nota a chi, come me, ama l’Hockey su Ghiaccio per essere la base operativa dell’HC Thurgau, una squadra di tutto rispetto che milita nella Swiss League. Ed è un importante centro del karate svizzero proprio grazie a Roberto Danubio, che da anni vi dirige il Renshin Kan Dojo. Vale la pena ricordare che il maestro Danubio, 7° dan JKF Wadokai, è presidente e capo-istruttore della SWKR – Swiss Wadokai Karatedo Renmei, l’associazione elvetica di Wado-ryu che fa riferimento alla Japan Karatedo Federation Wado-Kai. Dal suo dojo di Weinfelden sono usciti alcuni dei migliori wadoka in circolazione oggi in Europa. Niente male, per una cittadina di undicimila anime.

Arrivare a Weinfelden non è difficile. Quarantacinque minuti di automobile dall’aeroporto di Zurigo oppure pressappoco lo stesso tempo dalla stazione, sempre di Zurigo, per chi preferisce il treno. Io e i miei otto colleghi della WKSI presenti al seminario abbiamo affittato un Mercedes Vito, spendendo, a testa, meno del biglietto del treno. Oltre alla nostra, dall’Italia, c’erano delegazioni anche da altri paesi europei, come il Belgio e l’Irlanda. Ma forse vi starete chiedendo perché la sto tirando tanto per le lunghe, invece di entrare subito nel vivo del seminario. Ebbene, il motivo è che non è affatto facile raccontare il Wado Spirit. Il clima che vi si respira è speciale e l’intensità dell’allenamento, dell’approfondimento e delle relazioni umane è tale da dilatare il tempo e confonderlo nella memoria.

Cercherò di facilitarmi le cose cominciando dal nome che Roberto Danubio ha scelto per questo suo appuntamento annuale. Wado Spirit. Lo spirito del Wado. Un nome che suona dannatamente bene. Fatto che, da solo, ne giustificherebbe la scelta. Ma per chi conosce il M° Danubio non è difficile immaginare che, con ogni probabilità, non l’ha scelto soltanto perché è figo, ma anche perché, da solo, dice già molto riguardo agli obiettivi del seminario stesso. Wado è una parola composta da due ideogrammi (kanji, in giapponese) Wa e Do. Do significa via, mentre Wa ha moltissime sfumature semantiche e può essere tradotto con mitezza, l’atto di mettere insieme, unione, pace, armonia, somma, gentilezza. Perciò possiamo affermare che lo spirito del Wado corrisponde a quello della via che conduce a ciascuna di queste qualità.

Il Wado Spirit inizia all’ora di pranzo e finisce dopo il tramonto. Quattro ore filate di allenamento durante il quale il maestro concede giusto un paio di pause della durata non superiore ai due minuti. In quelle quattro ore l’intero programma del Wado-ryu viene praticato e approfondito tecnica per tecnica. Fatto che, da solo, dice molto del ritmo che bisogna sostenere durante questo appuntamento.

Oltre a Roberto Danubio, a guidare il seminario c’erano i maestri Alessandro Danubio, 6° dan JKF Wadokai, Eveline Danubio, 5° dan JKF Wadokai e Rolf Wirth, 5° dan JKF Wadokai. Erano presenti oltre settanta wadoka e il colpo d’occhio, se uno si guardava attorno, era impressionante. Il Renshin Kan è un dojo di duecento metri quadrati in perfetto stile giapponese. Di forma rettangolare, sui due lati lunghi ci sono da una parte il kamiza e dall’altra una parete di specchi che fa sembrare l’ambiente ancora più spazioso. Sulla parete del kamiza domina un impressionante torii in legno (il tradizionale portale d’accesso giapponese alle aree sacre) che rende l’atmosfera allo stesso tempo austera e accogliente. All’interno del torii, su una grande calligrafia giapponese incorniciata in legno di ciliegio campeggiano gli ideogrammi Wa e Do, e ai lati del torii sei calligrafie, tre a destra e tre a sinistra, elencano, in giapponese, i precetti del Dojo Kun, le tradizionali regole di comportamento del karate. Impossibile non rimanere affascinati dalla bellezza del Renshin Kan dojo. Specie quando settanta karateka vi si muovono rapidi, facendo schioccare all’unisono il tessuto dei loro dogi, scattando al suono secco e tagliente di un “ichi!”.

Abbiamo allenato i kihon, i kata e i kumite, procedendo, pressappoco, in quest’ordine. Ma, come sempre capita con i seminari della famiglia Danubio, non ci siamo limitati ad allenarci con il corpo. Abbiamo approfondito, ragionato, riflettuto sulle tecniche e sul significato del Budo. Ci siamo allenati anche con la mente e con lo spirito. E alla fine siamo andati tutti insieme a cena. Sì, perché è questa una delle cose speciali del Wado Spirit. Nel costo del seminario è incluso un Pizza Party nell’accogliente ristorante di un allievo di Roberto sensei, il mio amico Toni Cresta. Un’occasione ulteriore per conoscersi, scambiarsi informazioni, esperienze o semplicemente trascorrere insieme momenti sereni e conviviali, coltivando quello spirito di solidarietà, amicizia e armonia che, come abbiamo visto, è un pezzo importante dello spirito del Wado.

Quando il giorno seguente ce ne siamo dovuti tornare a Zurigo per prendere il nostro volo per Roma, da Weinfelden ho portato via con me un pezzo di quel Wado Spirit e la voglia di tornarci, l’anno venturo. Perché il bello delle cose belle è che quando le fai, poi, le vuoi rifare. Perciò ci vediamo l’anno prossimo, ragazzi. Per tenere vivo lo spirito del Wado.